«Non siamo i traditori, semmai ci sentiamo i traditi». Sta tutto in questa affermazione il declino del quasi ventennio del Cavaliere. A pronunciarla, un forzista della prima ora come Beppe Pisanu, attuale presidente della Commissione parlamentare antimafia e capofila di una delle correnti del Pdl più ostili alla leadership di Silvio Berlusconi. Il regno dell’uomo venuto da Arcore si sgretola sotto il peso delle sue stesse bugie. I mancati interventi per la crescita hanno fatto infuriare gli imprenditori del Nordest, i giochini erotici con le minorenni hanno messo in serio imbarazzo le gerarchie ecclesiastiche, le promesse disattese sul taglio delle tasse hanno generato disaffezione nel suo popolo. A staccare la spina a Berlusconi, a parte i nomi e i numeri in Parlamento, è il berlusconismo stesso, quel blocco economico-sociale che fino ad oggi aveva decretato il successo del costruttore di Milano 2. La partita a scacchi del presidente non è bastata a salvare il re. Grandi e piccoli imprenditori hanno voltato le spalle al premier da tempo. L’assemblea di Confindustria è diventata una platea difficile da affrontare, i suoi leader sono diventati sfidanti: Marcegaglia, Montezemolo, Della Valle. Sono solo i big dietro cui si nasconde il mal di pancia di tutto il mondo imprenditoriale italiano, che chiedeva risposte alla crisi e non sterili appelli all’ottimismo. Una goffaggine, quella di Berlusconi, che ha messo in difficoltà anche il fido alleato in camicia verde, preoccupato dalla crescente insofferenza degli imprenditori del Veneto, motore dell’Italia e serbatoio di voti leghisti. L’ultimo segnale, il capitalismo italiano l’aveva lanciato un mese fa, con il “Manifesto delle imprese” firmato da Confindustria, Abi, Ania, Alleanze delle cooperative italiane e Rete imprese Italia. Un documento in cinque punti in cui le associazioni di categoria chiedevano al Governo: riforma delle pensioni e del sistema fiscale, cessioni del patrimonio pubblico, liberalizzazioni, infrastrutture. Ma l’inventore della tv commerciale italiana doveva accontentare troppe parrocchie e per non creare gelosie finiva per scontentarle tutte. Un’incapacità di agire che ha tolto al Paese la possibilità di esprimere una propria politica economica e l’ha costretto a soccombere sotto i diktat della Banca centrale europea. La tanto sbandierata rivoluzione liberale non è mai partita. «Per me è troppo: se possibile continuerò a votare l’organizzazione che lei ha guidato, ma non riuscirò mai più a dare il mio umile consenso alla sua persona», ha scritto a settembre Gianni Marzotto, l’imprenditore veneto che nel 2006 finanziò la campagna elettorale di Forza Italia con un milione di euro. «Anzi, proprio per la stima che avevo provato per lei, le suggerisco di togliersi dall’attenzione della pubblica opinione». Ma la rabbia non monta solo al Nord. Il patto d’acciaio stretto con la Lega e benedetto con l’acqua del Po ha creato dissapori tra i parlamentari meridionali, Scilipoti escluso. Sull’altare del federalismo, il Mezzogiorno è stato giustiziato, messo in fondo all’agenda di governo.
E se i liberali son rimasti delusi, i cattolici non sono da meno. Hanno tollerato a lungo gli intimi bollori del premier fino a non poterne più. Vada per il divorzio con Veronica, vada per le barzellette sconce e vada pure, anche se con molti imbarazzi, per il bunga bunga. Poteva essere il prezzo da pagare in cambio della completa chiusura alle richieste dei laici: dai Pacs al testamento biologico, dalla fecondazione assistita al riconoscimento delle coppie gay. Ma a un tratto l’amore è finito. E a settembre, il cardinale Angelo Bagnasco ha sancito la fine del rapporto con parole poco equivocabili. L’alto prelato ha invocato un radicale cambiamento nella composizione della classe politica perché «circola l’immagine di un Paese disamorato, privo di slanci, quasi in attesa dell’ineluttabile».
Fuori dall’Italia, invece, quasi nessuno nutriva speranze in Berlusconi fin dall’inizio. Washington, Parigi, Berlino e Londra sono allergici ai magnati dell’informazione che vanno al potere. E si fidano più dell’Economist che del Giornale. La morigeratissima Angela Merkel non l’ha mai potuto vedere, a Nicolas Sarkozy invece stava simpatico, fino a quando non si è vantato di avergli regalato una moglie italiana. Entrambi hanno comunque sperato che riuscisse a fare qualcosa per dare credibilità alle politiche italiane contro la crisi. E pensare che tutti i Paesi della vecchia Europa sono in mano al centrodestra e che i loro leader avrebbero potuto costruire un asse all’interno del Ppe. Invece Berlusconi è subito partito male, presentandosi al partito popolare europeo con la candidatura di Giuseppe Ciarrapico. «Noi i fascisti non li vogliamo», ha tuonato Jean Claude Juncker, allora premier lussemburghese, oggi presidente dell’Eurogruppo. L’Europa, Silvio, non l’ha mai capita. Non digerisce, soprattutto, che le direttive di Bruxelles siano più forti delle leggi nazionali. Tra i pochi che gli erano rimasti amici, fuori dai confini italici, c’era Gheddafi. Ma il colonnello ha fatto una brutta fine anche a causa dei bombardamenti italiani.
Dopo tante delusioni, a un uomo non resta che andare allo stadio. Peccato che la tifoseria del Milan sia sul piede di guerra contro la società, rea di non aver fatto un mercato adeguato in estate. Povero Silvio.