Il Pd riparte dalle larghe intese: «Noi siamo pronti a fare la nostra parte – ci dice Rosy Bindi, presidente dei Democratici -. Se lor signori si degnano, ognuno si assume la sua responsabilità. Altrimenti, a noi le elezioni non spaventano». Anche perché tra le condizioni poste dal Pd per l’esecutivo di emergenza, come ha ricordato Pier Luigi Bersani dal palco della manifestazione del 5 novembre, c’è che sia di transizione. «Penso che ci siano i presupposti per dare al Paese un governo che gestisca l’emergenza economica, prenda i provvedimenti più urgenti per arginare la crisi e porti il Paese a elezioni in un clima più sereno e più sicuro di quello di adesso – ribadisce Piero Fassino, sindaco di Torino ed ex segretario del Pd -. Serve un esecutivo che abbia la forza, la determinazione e, soprattutto, la credibilità per prendere le misure necessarie per ridurre il debito e rimettere in moto la crescita». Ovviamente con un taglio diverso da quello che darebbe l’attuale maggioranza: «Mi sembra difficile pensare a un grande sforzo di risanamento senza richiedere un contributo a chi la ricchezza ce l’ha – continua Fassino -. Non c’è dubbio che sia più giusto andare a un sistema di tassazione sui patrimoni e non direttamente sui salari, visto che la gran parte degli italiani il proprio reddito l’ha visto diminuire in questi anni». Posizione simile quella di Rosa Villecco Calipari, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera: «Gli scenari per il post Berlusconi rimangono due: o un nuovo governo con un tecnico super partes che metta insieme tutte le forze politiche oppure le elezioni. La prima soluzione sarebbe un atto di responsabilità verso l’Italia, che in questo momento è in grande difficoltà. Più che mai servirebbero alcuni provvedimenti urgenti per rimettere un po’ in sesto il Paese prima di andare al voto. Sarebbe anche un’occasione per fare una nuova legge elettorale, che sarebbe un elemento politicamente rilevante per i cittadini, potrebbe ridurre molto l’astensionismo e dar vita a un Parlamento che non sarebbe delegittimato. Il problema è che non dipende solo dal Pd. E purtroppo Berlusconi non è Papandreu». Scettico sul governo tecnico è invece Pippo Civati, consigliere regionale lombardo ed ex rottamatore: «L’unica cosa che si può fare è andare al voto. Non ci sono alternative convincenti. I ribaltoni o ribaltini non si fanno. Il governo tecnico mi pare una soluzione incerta, oltre che pericolosa perché permetterebbe a molte forze politiche di rifarsi la verginità. Solo il Presidente della Repubblica potrebbe chiederci di sostenerlo. Se il problema è la crisi economica, l’uscita di scena di Berlusconi garantirebbe un’apertura di credito al Paese. Non credo, del resto, che una maggioranza raffazzonata sarebbe salutata dai mercati con grande slancio. Se invece la priorità è una nuova legge elettorale, non mi pare che tra le forze politiche ci sia un accordo sul modello da adottare. Sarebbe un mezzo pasticcio. Segnalo tra l’altro che la parola ai cittadini può essere restituita anche con il Porcellum: basta fare le primarie per scegliere i candidati al Parlamento».

A schierarsi nettamente per le elezioni al più presto sono Italia dei valori e Sinistra e libertà. «Berlusconi per 17 anni ha sequestrato le istituzioni democratiche, obbligando il Parlamento a occuparsi delle leggi ad personam mentre il Paese andava alla sfascio – denuncia Leoluca Orlando, deputato Idv -. L’Italia ha il record del debito pubblico e delle proprietà nelle mani di privati, due dati che insieme significano evasione fiscale». La ricetta di Orlando è voto prima possibile: «Siamo convinti che bisogna andare presto a elezioni. L’unica condizione che poniamo a ogni governo che dovesse nascere è che sia di larghe maggioranze e faccia una cosa sola: la legge elettorale. Poi si va a votare». L’ipotesi di esecutivo tecnico è bocciata seccamente da Claudio Fava, coordinatore di Sel: «In questa fase il governo o è politico o non è. Non c’è nulla di tecnico da fare. Questo Parlamento non è in grado di proporre una nuova legge elettorale. L’unica via sarebbe il referendum. Per uscire dalle spire di questa crisi bisogna affrontare alcuni nodi strutturali legati alle condizioni dello sviluppo e della redistribuzione di risorse, redditi e opportunità, altrimenti sono solo pannicelli caldi. Un governo che cerchi di seguire la strada già tracciata da questa maggioranza o sia legato all’ispirazione della Bce ci sembra da scongiurare per ragioni di merito. Bisogna andare al voto e affidare un mandato politico alla maggioranza che emerge».