Oggi si chiama Volgograd e sembra una tranquilla località di provincia, ma la città che sconfisse i nazisti cova l’odio verso il Cremlino. Per portarla alle urne, Putin sfrutta la retorica della guerra: quella del passato e quella contro lo straniero
«Se stai con Putin, stai sul fronte». Uno slogan elettorale che in qualsiasi parte del mondo suo- nerebbe minaccioso. Ma questa non è “qualsiasi parte” del mondo. Questa è Stalingrado, la città dove la Seconda guerra mondiale ha lasciato in piedi solo la casa del mugnaio e una torre di grano. Dove i russi hanno difeso ogni centimetro di terra per mesi e le mitragliatrici hanno fatto quasi 2 milioni di vittime nella più sanguinosa battaglia della storia. Oggi si chiama Volgograd e sopra le macerie è rinata come una tranquilla città di provincia, ma la storia non si cancella, specie in Russia. Il dizionario bellico è servito negli anni dell’Urss per convincere la popolazione a sopportare i sacrifici del collettivismo e serve ancora di più a Putin, che non ha nessuna ideologia da cui attingere. Il mito della nazione gloriosa è il collante che dovrebbe tenere insieme un Paese che il 4 dicembre va alle urne senza nessu- na aspettativa e che è tenuto insieme dalla man- canza di alternative più che dalle glorie passate. La Duma verrà rinnovata, ma senza cambiamenti. E Russia unita, il partito di Putin e Medvedev, stravincerà come al solito, nonostante il malcontento generale. La maggior parte dei russi, infatti, è convinta che il Cremlino sia corrotto e che la distribuzione delle risorse sia ingiusta, eppu- re ritiene che nessun partito e nessuna personalità possa affrontare i problemi della Russia meglio degli attuali leader. D’altronde, anche volendo votare un partito genuinamente democratico, i cittadini farebbero fatica a trovarlo sulla scheda.
La magistratura russa, la cui “specchiata indipendenza” è stata più volte sottolineata anche da Anna Politovksaya, si premura di invalidare tutte le raccolte di firme necessarie alla candidatura di un nuovo partito alle elezioni. Tra le forze di opposizione che sopravvivono a questa selezione naturale ci sono le sigle create dalla stessa Russia unita per disperdere i voti. Oppure ci sono i comunisti, gli unici a superare il 10 per cento alle ultime consultazioni, famosi perché non si vergognano a chiedere una ri-stalinizzazione della società russa e un ritorno all’Unione sovietica. Un programma che non è tanto lontano da quello di Putin – con cui al di là delle schermaglie formali i rapporti sono cordiali – che di recente ha lanciato la nuova Unione eurasiatica, recuperando i confini della vecchia Urss. Se i comunisti con- servano un certo margine di manovra, è perché non vogliono veramente mettere in discussione il primato di Russia unita. I due partiti condivi- dono molte cose – dalla politica estera al nazionalismo – ma a parole i comunisti si differenziano per la richiesta di un welfare garantito per tutti e di un controllo totale sull’andamento dei prezzi.
Argomenti che sulle rive del Volga fanno ancora breccia. Ma non è la slava, la gloria del passato – che campeggia ancora sulle insegne degli uffici pubblici insieme alla falce e il martello – a muovere gli animi dei cittadini. Quello che rimpiangono a Stalingrado è la sicurezza economica che garantiva il regime sovietico, salute e istruzione assicurate e – perché no – un po’ di ordine e di sano tradizionalismo. «Lo stipendio medio è di 250 euro al mese», spiega Elena, una quarantenne che gestisce un laboratorio di sartoria, «e gli anziani come mia madre – che ha insegnato tutta una vita – prendono una pensione di poco più di 100 euro. In compen- so l’affitto di un piccolo appartamento supera i 500 euro e gli interessi sui prestiti sono tra il 20 e il 30 per cento». Sta parlando di strozzini? «Macché, parlo delle banche, di un mutuo per la casa o per aprire un’attività». La libertà, quando si tratta di proprietà o di iniziativa imprenditoriale, è ancora malvista in Russia, proprio come ai vecchi tempi. Quando si tratta di salute o scuola, invece, le attività private sono gradite: «All’ospedale non ti cura nessuno se non paghi una mazzetta», spiega Igor, un tecnico informatico. «Ti devi portare da casa pure le lenzuola e il livello dell’assistenza è pessimo. Se vuoi avere una diagnosi realisti- ca devi andare da un privato. Io avevo dolore alla gamba e il medico dell’ospedale mi aveva detto che era una frattura. Lo specialista a pagamento invece mi ha diagnosticato una trombosi e mi ha operato d’urgenza. Mi ha salvato la vita».
Con l’Urss certe cose andavano meglio. «Non vogliamo tornare indietro, ma vogliamo indietro i nostri diritti», spiega Elena. Come quello all’istruzione, che invece è diventato un privilegio per ricchi. «Il livello delle facoltà universitarie è colato a picco», racconta Sergey Golunov, professore di Scienze politiche all’università di Volgograd. «Una volta il merito contava qualcosa, adesso no. Chi si iscrive paga rette salate e io sono obbligato a promuovere tutti. Per chi osa bocciare qualcuno, la pena è il licenziamento». A Volgograd si preferiscono i valori del passato, come testimonia l’elezione, nel 2007, del sindaco comunista Roman Grebennikov, unico primo cittadino di una grande città a non professare fede putiniana. Grebennikov ci ha provato a governare in controtendenza, ma poi ha ceduto cambiando cavallo in corsa ed entrando in Russia unita verso la fine del suo mandato. Troppo tardi: il Cremlino ha preferito sostituirlo con un altro candidato, più organico e meno ostile alla libera circolazione dei capitali. L’ennesimo colpo di mano che crea malcontento e fa salire i consensi per i comunisti, pronti a registrare un considerevole aumento di preferenze alle prossime ele- zioni. «Non si tratta di ideologia», spiega Ivan Kurilla, professore di relazioni internazionali a Volgograd, «questa città è sempre stata ribelle nei confronti del potere centrale. Nel 1989, ad esempio, gli abitanti di Stalingrado hanno travolto il regime prima ancora che cadesse a Mosca. Volgograd è stata leader delle riforme democratiche. Quando i comunisti sono diventati opposizione, invece, siamo diventati comunisti. E infatti adesso non c’è regione dove i partiti d’opposizione siano forti come da noi. Siamo arrabbiati, anche perché hanno chiuso le fabbriche che costituivano il nostro tessuto eco- nomico. Abbiamo perso tanti posti di lavoro, ma soprattutto la nostra identità».
Fabbriche di trattori, di metalli, di fucili. La zona industriale si vede bene dall’alto di Mamev Kurgan, la collina dove sorge l’enorme statua della madre patria, 52 metri di marmo voluti da Stalin per celebrare la vittoria sui nazisti. Le ciminiere all’orizzonte sono tutte spente. Volgograd, come tutta la Russia, ha abbandonato la produzione per il commercio. Nessuno costruisce niente, meglio vendere e comprare, spostare merci da un angolo all’altro della terra per far guadagnare gli intermediari. Nei devastanti anni Novanta – durante i quali tutte le proprietà statali vennero liquidate agli affaristi più spregiudicati – anche qui è nata la casta di oligarchi e mafiosi. Per un decennio i boss si sono guadagnati il predominio a colpi di pistola, ma oggi preferiscono vesti- re i panni di businessman rispettabili, che coniugano armoniosamente attività lecite e illecite. Il potere gradisce e assimila, ma a volte le vecchie usanze riemergono. Il 20 agosto scorso chi pas- seggiava su Allej Gheroi, la via centrale di Volgograd, ha visto un gruppo di bodyguard rincorrere un uomo con una pistola, raggiungerlo e freddarlo sul posto. L’uomo con la pistola aveva appena ucciso Vladimir Kadin, il mafioso più potente della regione e vicecapo della Federazione regionale di boxe, vendicando forse l’uccisione di un boss ceceno. Difficile appurare la verità: le guar- die del corpo di Kadin hanno giustiziato l’assas- sino senza neanche essere arrestati, i magistrati hanno archiviato l’azione come legittima difesa. «C’è il rischio che i clan ceceni stiano prendendo il sopravvento», conferma un ex poliziotto. «Kadin era apprezzato perché aveva frenato i flus- si di droga che vengono dal Caucaso e ridotto le sparatorie. I ceceni, invece, vengono considera- ti pericolosi perché non hanno codici d’onore se non il rispetto al proprio clan».
Non che i mafiosi russi siano meno voraci dei caucasici, ma hanno trovato modi meno violen- ti per guadagnare. Assumere direttamente il potere e mercanteggiare favori appare decisamente più conveniente. «Anche il pizzo è diminuito e se hai le conoscenze giuste non paghi», continua l’ex poliziotto. «Ormai funziona tutto con il do ut des: piaceri in cambio di piaceri».
La corruzione da queste parti non è un’anomalia, è uno stile di vita. Il “regalino” va preventivato, dal poliziotto che ti ferma sull’autostrada al medico che ti prende in cura. Secondo l’opinione più diffusa a questo sistema non c’è alternativa, bisogna tirare a campare. I corrotti non sono cattivi, gli immigrati – che vengono a raccogliere le briciole – sì. Razzisti come i russi, è difficile trovarne. Solo loro riescono a considerare stranieri i cittadini del proprio Stato – come i caucasici – e a classificare come “nero” chiunque non sia slavo – dai tagiki ai vietnamiti. Qua nel Sud, dove i confini con l’Asia sono più vicini, la convivenza è sempre stata un fatto naturale, ma oggi il razzismo potrebbe avere la meglio. Il centro pullula di locali armeni, le periferie profumano di spiedini azeri, nelle campagne lavorano soltanto operai del Tagikistan, che vivono nelle condizioni più infami, spesso in una buca scavata in terra. «Gli immigrati sono sempre stati sfruttati, ma adesso vengono anche perseguitati», dice il professor Golunov: «Una volta al mese gli skinhead marciano su Volgograd chiedendo di mandare via tutti i caucasici e anche se il Cremlino ha creato un’organizzazione per combattere il razzismo, il suo unico progetto è quello di proiettare film sulla vittoria dell’Armata rossa contro il nazismo nelle scuole. Negli ultimi due anni i gruppi xenofobi si sono moltiplicati, anche perché comunicano in rete. Tra gli stranieri che vengono a studiare nelle nostre università – un migliaio tra indiani e africani – non ce n’è uno che non abbia subito molestie». Putin non si scompone. L’odio razzista l’ha inventato lui, fomentando il mito dei ceceni as- sassini e del Caucaso succhiadenari. Non ha paura di loro, anche se i più estremisti minacciano l’uni- tà nazionale chiedendo di abbandonare a sé stes- se le Repubbliche musulmane. «Via la Cecenia dal- la Russia», gridavano l’8 novembre i 7mila giovani in passamontagna che sfilavano a Mosca, insieme a slogan all’antica come «Sport, salute, nazionalismo». In vista del suo terzo mandato, che guada- gnerà con le presidenziali di febbraio, Putin ha già pronta per i razzisti la sua solita strategia: spaccarli e assimilarli. Per ora la xenofobia può solo giocare a suo favore, specie nella gloriosa Stalingrado, dove stavolta sarà lui a fermare lo straniero.
1 commento
graphic design says:
feb 1, 2012
Articolo interessante