A Reggio Calabria quel che appare non è. Qui le bombe esplodono senza un movente, perché chi si autoproclama responsabile degli attentati non sa perché li ha fatti. Sembra una barzelletta ma in riva allo Stretto le cose vanno così. Adesso, però, un nuovo collaboratore di giustizia potrebbe fare un po’ di chiarezza. Marco Marino è detenuto in un carcere di massima sicurezza. Giovanissimo, sta scontando un ergastolo per l’omicidio della guardia giurata Luigi Rende, che aveva tentato di impedire l’assalto a un porta valori.

Vicino al clan dei Serraino, Marino sta raccontando ai magistrati di Catanzaro quel che sa sulle violenze del 2010. E quel che sa potrebbe rimescolare le carte in tavola nelle inchieste sulle intimidazioni ai pm reggini. La sua testimonianza, infatti, potrebbe smentire categoricamente la versione dei fatti offerta da Antonino Lo Giudice, detto Nino il Nano, il pentito che nell’ottobre 2010 si accusò di tutti gli attentati contro i magistrati reggini. Senza, però, essere in grado di fornire un movente credibile. Confusionario, contraddittorio: il Nano, dal momento dell’arresto, ha dichiarato di essere stato lui a pianificare la stagione delle bombe, dalla bombola del gas piazzata davanti alla Procura generale al tritolo sotto casa del Procuratore generale Salvatore Di Landro, fino al bazooka abbandonato vicino agli uffici della Procura. Ma per reperire un’arma del ge- nere e poter decidere di fare tanto rumore con le esplosioni, bisogna avere un ruolo criminale di primo piano. Un identikit che non sembra corrispondere all’immagine di Antonino Lo Giudice, membro, forse boss, di una cosca di ‘ndrangheta poco influente. Nonostante tutto, però, le sue dichiarazioni hanno avuto l’effetto di spostare l’attenzione degli inquirenti: dalla potente famiglia Serraino – subito indicata dal procuratore generale Di Landro come possibile responsabile degli attacchi – alla ‘ndrina dei Lo Giudice. Tutto cambia con le dichiarazioni del pentito Marco Marino, che ai Serraino è collegato, e che potrebbe far crollare l’impianto costruito dal Nano. Il nuovo collaboratore, infatti, di questa vicenda potrebbe conoscere molti particolari. È uno dei sei imputati condannati all’ergastolo in secondo grado dall’ufficio guidato proprio da Di Landro. Con- danne che non sarebbero andata giù alle ‘ndrine che contano, fino a poco tempo fa abituate a ricevere abbondanti sconti di pena in appello. Di Landro, invece, non solo conferma le pene inferte in primo grado ma sostituisce anche il pubblico ministero titolare delle indagini, mentre il processo è in corso. Si era accorto di un particolare singolare: il pm aveva lo stesso avvocato di alcuni degli imputati. Il medesimo difensore di Marco Marino. Un’anomalia che porterà all’allontanamento del magistrato. È un caso senza precedenti nella storia della magistratura reggina. Lo zelo del procuratore generale potrebbe aver causato l’ira di chi ha deciso di mandargli un messaggio con le bombe. Marino dice di sapere molte cose su quegli episodi. Non per aver partecipato direttamentealle azioni dinamitarde, ma in quanto «persona informata dei fatti». Secondo indiscrezioni apparse sulla stampa locale, il collaboratore avrebbe detto ai pm catanzaresi di aver «trattato» il bazooka ritrovato nei pressi degli uffici della Procura di Reggio, il famoso “omaggio” indirizzato a Giuseppe Pignatone, capo della Dda. Se confermata, sarebbe un’affermazione molto importante. Perché smentirebbe la versione sostenuta da Antonino Lo Giudice. I Serraino, infatti, i bazooka li conoscono molto bene. Nel 1990, in piena guerra di mafia (circa 600 morti in riva allo Stretto), fecero arrivare dalla Lombardia un carico di 30 lanciarazzi di fabbricazione yugoslava. Di questi, tre vennero utilizzati per eliminare esponenti delle ‘ndrine rivali, e uno per prova. I restanti 26 non furono mai trovati. L’arma, rilasciata come “omaggio” a Pignatone nell’ottobre del 2010, potrebbe provenire proprio da quell’arsenale. Una Santa Barbara che il pentito Marco Marino potrebbe conoscere, in quanto uomo molto vicino al clan.

Ovviamente, questa è solo un’ipotesi, per avere qualche certezza bisognerà attendere i risultati della perizia sul bazooka. Ma a voler seguire questo ragionamento, il lanciarazzi indirizzato a Pignatone potrebbe essere un tentativo di depistaggio ordito proprio dai Serraino. Confondere le acque per non dichiarare l’unico vero obiettivo della strategia della tensione: Salvatore Di Landro, il magistrato che si è messo in testa di non fare sconti in appello ai mafiosi. Marino ha solo iniziato a raccontare quel che dice di sapere. Le indagini utili a trovare riscontri alle sue dichiarazioni spettano ai pm catanzaresi, in coordinamento con la Squadra mobile di Reggio Calabria. Lo stesso reparto di Polizia che fino a oggi ha condotto le indagini su Antonino Lo Giudice. Del resto, non è detto che le dichiarazioni del Nano siano totalmente in contrasto con la testimonianza di Marco Marino. Perché è plausibile ritenere che Lo Giudice abbia disseminato la città di ordigni esplosivi in prima persona. Resta però da capire per conto di chi.