Un esecutivo di cattolici con la benedizione dei vescovi. Anche perché la partita che si gioca tra i due lati del Tevere per la Chiesa vale circa sei miliardi di euro l’anno

«Il governo dei banchieri di Dio», «l’esecutivo Bagnasco», «Dio, banche e famiglia». Che la squadra di Monti sia stipata di cattolici organici come nemmeno ai tempi della vecchia Dc, è stato notato sin dall’inizio. Alcuni commentatori hanno anche lanciato l’allarme sul rischio di un conflitto di interessi sui valori «non negoziabili» del magistero ratzingeriano. Ma la posta in gioco non si limita certo alla sfera spirituale. La partita che si gioca tra i due lati del Tevere ha sempre avuto a che fare anche con i soldi. Tanti. Le ultime stime calcolano che tra contributi diretti, indiretti e sconti sul fisco, il denaro che ogni anno esce dalle casse dello Stato italiano per entrare in quelle della Chiesa supera i sei miliardi di euro. Un costo altissimo per i contribuenti, che in tempi di crisi non può essere dato per scontato. Soprattutto quando si parla di tagli e sacrifici per tutti. Tra l’altro ai politici, che non perdono occasioni per firmare leggi e leggine che di volta in volta aumentano il cadeau ai porporati, potrebbe venire il dubbio che il Vaticano non sia più quella perfetta macchina di voti di un tempo. Anche perché tutti gli indicatori, dai sondaggi di opinione ai battesimi, dicono che la fiducia degli italiani nei confronti della Chiesa cattolica sta crollando.

Governo benedetto
«Una bella squadra, alla quale auguro buon lavoro», è stato il soddisfatto commento di Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, sulla squadra del governo Monti. «La compagine è di livello, i curricula impeccabili», gli ha fatto eco la Sir, l’agenzia di stampa sostenuta dalla Cei. A mettere d’accordo Bertone e il presidente della Cei Angelo Bagnasco, che dall’inizio del pontificato di Ratzinger si contendono la gestione dei rapporti con le istituzioni italiane, ha contribuito senz’altro l’entrata nell’esecutivo di molti cattolici “doc”. A cominciare dal nuovo ministro ai Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, ex rettore dell’università Cattolica di Milano, vicinissimo al cardinal Ruini, che nel 2002 lo volle a capo dell’ateneo. Posizione riconfermata nel 2010, quando il rettore uscente ha battuto Ombretta Fumagalli Carulli, vicina all’Opus dei e sostenuta da Bertone. Intervistato dal settimanale ciellino Tempi, Ornaghi ha rivelato i suoi riferimenti culturali in Cattolica: Don Giussani, fondatore di Comunione e liberazione, e Gianfranco Miglio, teorico del federalismo riesumato dalla Lega Nord. Non certo una garanzia, nella terra di don Verzé e Umberto Bossi. È invece vicino al segretario di Stato vaticano Bertone Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, diventato ministro della Cooperazione internazionale: allievo di Pietro Scoppola, è lo storico ufficiale del Vaticano. Altro cattolico organico è il nuovo ministro alla Sanità, Renato Balduzzi, esponente di Azione cattolica, di cui dirige il bimestrale Coscienza. Sino al 2008 è stato anche il presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic). Legato alla Cei, rappresenta però il mondo cattolico progressista: politicamente è vicino a Rosy Bindi, di cui è stato consigliere giuridico. Si dice che sia stato scelto proprio per bilanciare la forte componente del movimento di Todi, rappresentata a Palazzo Chigi, oltre che da Ornaghi e Riccardi, anche da Corrado Passera. L’ex consigliere delegato di Banca Intesa Sanpaolo, oggi ministro allo Sviluppo econonico, infrastrutture e trasporti, è legato alla Cei di Bagnasco. Cattolici sono anche tanti altri esponenti del nuovo governo: Francesco Profumo (Pubblica istruzione), Paola Severino (Giustizia), allieva di Giovanni Maria Flick e giurista di fiducia di Bertone, Piero Gnudi (Turismo e sport) e Piero Giarda (Rapporti con il Parlamento), docente a contratto alla Cattolica. Anche tra i sottosegretari non mancano i ferventi credenti, come ha dimostrato il gesto di Salvatore Ruperto (Interni), che si è fatto il segno della croce dopo aver giurato a Palazzo Chigi. Lo stesso Mario Monti, che ha studiato dai gesuiti, nei giorni frenetici della nascita del suo governo ha sottolineato la sua fede cattolica presentandosi a messa subito dopo l’incarico e scapicollandosi a Fiumicino per incontrare il papa in partenza per l’Africa. I vescovi, del resto, guardavano a lui da tempo: nel 2006 Avvenire lo voleva al Quirinale. Appare quindi credibile l’indiscrezione di Repubblica. it di una telefonata di Ratzinger a Monti, prima ancora che il primo ministro incaricato sciogliesse la riserva. Il papa avrebbe incoraggiato il professore ad andare avanti e a voltar pagina con la stagione berlusconiana. Una vera e propria benedizione, insomma.

Un fiume di soldi
Un calcolo ufficiale di quanto lo Stato italiano versa alla Chiesa non c’è. La pubblicistica più recente lo stima tra i 4 e i 9 miliardi di euro l’anno. A fare i conti in tasca ai vescovi è stata l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar), che sta per mettere online il sito “I costi della Chiesa”. Il totale, anticipa a left Raffaele Carcano, segretario dell’associazione, ha superato i sei miliardi. La voce principale è l’8 per mille, quel marchingegno concepito da Giulio Tremonti ai tempi della revisione del Concordato (1984), per cui l’Italia invece di pagare gli stipendi ai preti si impegnava a versare alla Conferenza episcopale una quota dell’Irpef. Un contributo che doveva essere volontario, ma che invece si applica anche a chi non sceglie tra i sette destinatari possibili. Così basta che un terzo degli italiani indichi la Chiesa cattolica, per farle avere quasi il 90 per cento del totale. Grazie all’8 per mille, nel 2010 la Cei ha intascato più di un miliardo di euro (di cui solo il 20 per cento è finito in opere caritatevoli, il resto è andato al sostentamento del clero e a generiche «esigenze di culto»). Un altro miliardo entra nei sacri forzieri sotto forma di stipendi per i 26mila insegnanti di religione assunti a tempo indeterminato dall’Italia proprio mentre gli altri professori della scuola pubblica si avviano a una carriera di tagli e precarietà. C’è poi il controverso capitolo dell’Ici sui beni della Chiesa. Dopo molte polemiche, il pagamento dell’imposta sugli immobili ecclesiastici è stato reintrodotta dal governo Prodi con il decreto Bersani (223/2006), che però all’articolo 39 introduceva l’esenzione per i casi in cui le attività «non abbiano esclusivamente natura commerciale». È sufficiente la presenza di un luogo di culto, insomma, per evitare il balzello. Difficilissimo, tra l’altro, ricostruire l’elenco completo degli edifici ecclesiastici perché, come racconta anche l’ultimo libro-inchiesta sul Vaticano, I senza dio (di Stefano Livadiotti, Bompiani), si nascondono dietro decine di migliaia di sigle. L’Ici non pagata dalla Chiesa, secondo stime Anci, si aggira attorno ai 700 milioni di euro l’anno. Il dubbio dell’Europa è che si tratti di un aiuto di Stato. Tra i mancati incassi di Roma pesa anche lo sconto del 50 per cento sulle imposte per gli enti che operano nella sanità e nell’istruzione. A tutto ciò, va aggiunto il mezzo miliardo di sovvenzioni statali alle scuole paritarie. Ci sono poi i contributi alle cliniche private e agli enti cattolici che si occupano di accoglienza, spesso con costi a persona più alti che nel pubblico. Per non parlare dei tanti beneficiari ecclesiastici delle varie leggi mancia, dei contributi all’editoria per le gazzette parrocchiali, degli oneri di urbanizzazione per gli edifici di culto, degli stipendi ai cappellani militari e ospedalieri o delle bollette dell’acqua non pagate. Insomma, un governo amico a Palazzo Chigi per la Chiesa è sempre stato fondamentale. In tempi di crisi ancora di più. Da qui, forse, l’estrema pazienza dei vescovi nei confronti di Silvio Berlusconi, bacchettato per il suo stile di vita solo quando i giorni del suo esecutivo erano ormai contati. Il passaggio al compassato governo Monti, oltre a evitare imbarazzi alla Santa sede, realizza un piano che il Vaticano accarezzava da tempo.

Riaggregazione cattolica
Tra le coincidenze che hanno colpito gli osservatori, anche il fatto che l’ascesa dei cattolici al governo sia arrivata poco dopo l’incontro delle associazioni bianche a Todi, il 17 ottobre, segnato appunto dagli interventi di tre futuri ministri e dalla richiesta di un governo di larghe intese. È stato proprio in quell’occasione che Bagnasco ha chiarito qual è la posta in palio della partecipazione dei credenti alla cosa pubblica: «Sono in gioco le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa. Proprio perché sono “sorgenti” dell’uomo, questi principi sono chiamati “non negoziabili” ». Insomma, l’eterna crociata dei vescovi contro aborto, eutanasia, divorzio, unioni gay e a favore delle scuole confessionali. «La scelta di un rinnovato impegno al servizio del Paese nasce dalla consapevolezza che nessuno si può tirar fuori», ci spiega Andrea Olivero, presidente delle Acli, che ha partecipato all’incontro di Todi assieme a sigle a lui molto distanti come la Compagnia delle Opere, il braccio operativo di Cl, che mette in rete 34mila imprese per un fatturato di circa 70 miliardi di euro. Olivero esclude che l’attivismo dei credenti possa ridursi a una «lobby cattolica» e lo giudica un «passaggio epocale» rispetto al «protagonismo dei vescovi». Il presidente delle Acli ritiene «non praticabile, perché fuori dalla storia, la rinascita del partito unico». Del resto, ricorda, «molti cristiani stavano male anche sotto la Dc». Non sembrano però pensarla allo stesso modo molti politici cattolici. Pier Ferdinando Casini, ad esempio, nel giorno della fiducia a Monti ha commentato euforico: «Da domani nulla sarà come prima: abbiamo un governo di larga convergenza e l’effetto immediato è che si è verificata la fine della diaspora Dc». Tra gli esponenti del Pdl schierati con maggior convinzione a fianco del nuovo esecutivo, del resto, spiccano proprio i cattolici, da Roberto Formigoni a Giuseppe Pisanu. L’attivismo dei credenti può anche essere letto secondo lo schema indicato dal sociologo Luca Diotallevi, che in un’intervista a Europa ha introdotto il concetto di «corrente virtuosa », per cui i cattolici dovrebbero diventare «una componente organizzata dentro una coalizione più vasta» per «assumerne la guida». Smorza le preoccupazioni per un nuovo Scudocrociato anche Giuseppe Fioroni, Pd, che già a luglio aveva partecipato a un incontro riservato tra politici cattolici ed esponenti dell’associazionismo di area: «In un Paese in cui destra e sinistra si riuniscono continuamente – ci dice – anche i cattolici hanno il diritto di farlo. Non bisogna vivere ossessionati dalla Balena bianca. In un momento in cui la società italiana ha perso la bussola, è giusto che i credenti sentano l’esigenza di una nuova politica per il bene comune». E aggiunge: «La cosa pubblica ha bisogno dei cattolici. Se qualcuno dopo la Prima Repubblica aveva pensato a una conventio ad excludendum, la fine della Seconda dimostra che è stato un errore per il Paese». Il fiume di soldi pubblici versati nelle casse della Chiesa e tutte le leggi sui diritti civili rimaste nel cassetto suggeriscono che se qualcuno ha davvero avuto il proposito di escludere i cattolici non c’è riuscito.