Latina, la fabbrica Tacconi sud è occupata dal 19 gennaio. Sono tutte donne le lavoratrici che presidiano lo stabilimento. Il racconto di Rosa, che si sente «come il guardiano del faro»
di Elena Ganelli foto di Gabriele Tamborelli
Minuta, il volto pallido incorniciato da capelli biondi, Rosa ha una forza d’animo incredibile. Parla e gesticola con foga, in una giornata di sole che filtra nella fabbrica abbandonata. «Faccio parte di uno sfortunato equipaggio che cerca di condurre la nave in un porto sicuro», dice seria. L’imbarcazione è la Tacconi sud, azienda tessile alle porte di Latina, sull’orlo della chiusura ormai da quasi un anno; l’equipaggio sono invece le 29 operaie che da oltre 300 giorni vivono a turno all’interno dello stabilimento in assemblea permanente. Presidiano il loro posto di lavoro e il loro futuro. Una cucina ancora in funzione, due divani di stoffa a fiori, una libreria ed un tavolo con il computer attraverso il quale tenere i contatti con l’esterno, una camera da letto ed un bagno: vivono qui, al secondo piano dello stabilimento, in quello che una volta era l’alloggio del direttore di produzione le dipendenti della Sacconi che dal 19 gennaio scorso hanno occupato l’azienda. Rosa Emilia Giancòla, rappresentante sindacale della Femca Cisl, è la donna che ha guidato e continua a guidare la protesta. «Abbiamo scelto di rimanere qui in assemblea permanente - racconta – perché almeno evitiamo il totale smantellamento del sito». Come è successo in altre fabbriche italiane (celebre il caso della Innse di Milano), gli operai si mobilitano “a difesa” dei macchinari di produzione e dei materiali giacenti nel magazzino, in sostanza il patrimonio che può salvare l’azienda dalla chiusura definitiva. Diventate il simbolo di una battaglia per il lavoro tutta al femminile, le 29 lavoratrici aspettano che il giudice del Tribunale di Latina al quale è stato assegnato il fascicolo decreti il fallimento, passaggio necessario affinché lo stabilimento venga rilevato da un altro imprenditore, interessato a riavviare la produzione e a riassumerle tutte con contratti a tempo indeterminato. Aspettano da dieci mesi, tra rinvii di udienze, tentativi di distacco dell’energia elettrica e di sgombero del sito, tutti andati a vuoto. Aspettano il 15 dicembre, data fissata per la prossima udienza che coincide anche con la scadenza del primo anno di cassa integrazione di cui stanno usufruendo. Aspettano in quello che da luogo di lavoro si è trasformato ormai nella loro casa. Rosa ricostruisce la storia della protesta a partire da quel fatidico 19 gennaio. Pochi giorni prima erano arrivate le lettere di licenziamento dopo la comunicazione di cessata attività da parte del gruppo Sarchi, una chiusura motivata da crisi di liquidità provocata anche da forniture non pagate. «Eppure c’erano ancora commesse in corso» dice Rosa mentre apre le porte dei locali al piano terra. Qui il tempo sembra essersi fermato: negli spogliatoi gli armadietti di metallo sono rimasti aperti, all’interno ci sono le scarpe antinfortunistica utilizzate dalle operaie. Stessa sensazione nel reparto produzione, un enorme capannone che ospita le macchine da cucire, i tavoli da lavoro sui quali sono rimasti abbandonati i camici azzurri. Al centro del locale il prototipo di una enorme tenda per la protezione civile che non ha bisogno di paletti e si monta in pochi minuti. Era questa l’ultima produzione della Tacconi sud, che in una precedente riconversione era passata dal realizzare abiti da lavoro e divise militari alla produzione di barriere antinquinamento che si utilizzano in mare. Nella fabbrica si producevano anche tende modulari per Croce Rossa e Protezione civile, strutture per ospedali da campo, barriere di protezione rigide per l’Enel. Alcuni di questi prodotti sono arrivati in Afghanistan, nelle zone terremotate dell’Umbria, nei mari di diverse aree geografiche dove si erano verificati disastri ambientali. «Il lavoro c’era – ribadisce Rosa – tanto che al momento dell’interruzione della produzione c’erano ordini e commesse da portare a termine ». È determinata Rosa: «Quello che stiamo difendendo è la dignità del nostro lavoro e il patrimonio contenuto tra queste mura. Questa è la nostra garanzia, questo è il motivo per il quale non abbiamo voluto che lo stabilimento venisse svuotato completamente. Non ci siamo mai tirate indietro davanti alla fatica e ai turni massacranti, neppure quando si è trattato di lavare dodici container di tende per i terremotati dell’Umbria che la Protezione civile intendeva riutilizzare: le abbiamo fatte tornare come nuove». La storia delle 29 operaie intanto è diventata anche una pagina di facebook, “Le Donne della Tacconi”, una sorta di diario quotidiano che da dieci mesi scandisce i giorni dell’occupazione: la caldaia che si è rotta, il freddo, il caldo, l’ennesimo rinvio dell’udienza, i timori, la rabbia, le speranze di riuscire ad uscire da questo lungo tunnel, di riprendere a lavorare e ritornare ad una vita “normale”. Quando Rosa accende il suo computer si sente il grido dei gabbiani. «L’ho scelto – dice – perché qui, di notte, mi sento come un po’ come il guardiano del faro». Solitudine, infatti, tanta. «All’inizio è stato difficilissimo - racconta – anche convincere tutte le colleghe che l’assemblea permanente e l’occupazione erano l’unica strada efficace da imboccare per garantirci un futuro e la dignità. La gente comune ci è stata vicina, ha partecipato e partecipa alla nostra battaglia così come i colleghi di altre aziende in crisi ma le istituzioni, quelle che potevano spendere qualche carta per aiutarci, sono state le grandi assenti. Del resto siamo soltanto 29 con la garanzia della cassa integrazione quindi non interessiamo a nessuno, direi che siamo politicamente insignificanti », conclude con amarezza. E ricorda un fatto che brucia ancora: «L’8 marzo scorso, giorno della festa della donna, l’assessore regionale al lavoro e alle politiche sociali, in visita a Latina, ha scelto di andare nella sede di una grande multinazionale del ramo farmaceutico. Mica è venuta qui alla Tacconi». Rosa ci accompagna all’uscita. Sono le 12.40 e la sirena suona: fine della pausa pranzo e ripresa del turno di lavoro. Dal 19 gennaio continua a suonare. Inutilmente.