Negli interventi di Bersani e Veltroni due visioni diverse della cultura. Il segretario parla della necessità di valori umanistici, l’ex leader Pd ripropone un modello legato al consumo e all’evento-spettacolo

I due interventi di Bersani e Veltroni agli Stati generali hanno tracciato rispettivamente una visione futura e una passata del rapporto tra politica e cultura, mostrando tra le righe il problema del presente. Si è infatti compreso che le attuali oscillazioni del Pd non sono legate solo a un positivo pluralismo democratico e neppure solo a una negativa spaccatura interna, ma esprimono la crisi epocale del pensiero di sinistra e la ne-cessità di idee nuove, da più parti evocata in questa due giorni. Bersani ne ha proposte alcune, ma la sensazione è che esse non costituiscano ancora un vero e proprio senso comune del partito, la cui difficile condizione sotto il governo Monti potrebbe paradossalmente offrirsi, sotto questo punto di vista, come un’opportunità. Nell’affermazione di Bersani sulle «strettoie» attuali, necessarie per collegare «quel che è stato a quel che sarà», leggiamo dunque anche l’aspetto di una transizione necessaria per separarsi da un passato non solo berlusconiano ma ben più lungo, in cui la sinistra è passata dall’inziale forza propulsiva a un’inerzia corresponsabile dell’attuale stato di fatto.

L’uscita dal guado sta nella costruzione di un pensiero politico che mutui dalla tradizione la rivolta all’oppressione e l’aspirazione a garantire la pari dignità di tutti, ma che diversamente da quella riconosca oltre che i soli bisogni materiali anche le specifiche esigenze umane, realizzando una prassi che garantisca a ciascuno la possibilità di realizzarle autonomamente. Il «pensiero» è dunque importante per una politica che non sia mera amministrazione e Bersani l’ha riconosciuto più volte, parlando anche di forza «materiale» delle idee e della necessità di prendere energia dalla «riscossa civica » per poter cambiare. Si è rivolto infatti agli intellettuali più nelle vesti di portatori di civismo e «produttori di senso» che non in quelle di «operatori della produzione» culturale, escludendo una funzione «pedagogica» del partito che in questi incontri «cerca i soggetti ma trova se stesso». Ha mostrato così una visione molto diversa da quella di Veltroni, che il giorno prima aveva definito la cultura come «il punto di armonia tra qualcuno che produce e un pubblico che è disposto ad ascoltare» e riproposto dunque il modello passato, del cui fallimento pare non rendersi conto: la cultura come evento-spettacolo pedagogico che non ha generato alcuna resistenza nelle menti, ma che al contrario ha assecondato la superficializzazione imperante e la sostituzione della finanza all’economia, facendola penetrare anche negli enti culturali che di fatto ne sono divenuti ostaggio. Bersani ha esplicitamente legato questione economica e «valori umanistici forti» che orientino la politica, la quale deve accompagnarsi ai soggetti culturali rispettandone l’autonomia. Tra le «idee carburante» ha posto in primo luogo il tema storico dell’uguaglianza che però deve ora coniugarsi con il «rispetto delle diversità», poi la propensione al cambiamento, perché governare ha senso solo «se si ha la voglia di cambiare», e ha chiesto alla cultura un patto civico indipendente e critico per la «ricostruzione». Un’impostazione che pare dunque rifiutare tanto la dimensione assistenziale quanto l’elemosina veltroniana del panem et circenses, ma che se vuole riuscire deve, a nostro parere, affrontare esplicitamente la questione dell’identità femminile – sinora mai tematizzata a sinistra nonostante il riconoscimento dei pari diritti – e approfondire la composizione di uguaglianza e diversità, di cui il colore della pelle è solo un’apparenza. Altrimenti si può scivolare nel passato, come accaduto quando Bersani ha citato Silvio Orlando sostenendo che «è orrendo essere tanto ricchi in un Paese con tanti poveri, ed è orrendo essere tanto colti in un Paese con tanti ignoranti». Infatti, se la prima affermazione è indiscutibile la seconda no, perché non dipende dalle sole possibilità materiali ma anche da una diversità soggettiva irriducibile, per la quale alcuni sono interessati allo studio e alla conoscenza più che altri, entrambi legittimamente. Dell’impegno e delle scoperte dei primi però l’umanità beneficia, testimoniando un’etica diversa da quella cattolica del sacrificio perché la loro realizzazione personale coincide con la realizzazione degli altri. Riconoscere queste “diversità”, comunque fondate sull’uguaglianza di essere tutti esseri umani, evita il rischio sottile di riproporre quest’ultima come livellamento e uniformizzazione.