L’esecutivo conservatore di Passos Coelho, che ha sostituito quello del socialista José Socrates, si appresta a varare ulteriori misure di austerità per il Portogallo, che si vanno ad aggiungere a quelle già in vigore dallo scorso anno. I sindacati, che pure si erano detti disposti a trattare per uscire dalla crisi, giudicano inique tali misure, e in assenza di risposte da parte dell’esecutivo hanno indetto per il 24 novembre lo sciopero generale. Ne parliamo con Joao Proença, segretario generale dell’União geral de trabalhadores (Ugt), il sindacato considerato “moderato” tra quelli presenti nel Paese lusitano.
Il governo di Passos Coelho ha appena annunciato alcune misure che considera necessarie per rispettare gli impegni presi con la troika. Tra queste, anche l’aumento di 30 minuti al giorno – a parità di salario – dell’orario di lavoro. Come giudica l’Ugt questa proposta?
L’aumento dell’orario di lavoro è per noi inaccettabile. In primo luogo perché va a colpire dei diritti consolidati, come quello della settimana lavorativa di 40 ore massimo. Le otto ore di lavoro giornaliere, che il governo vuole annullare, rappresentano una delle conquiste fondamentali dei lavoratori e del sindacato: le abbiamo ottenute nel 1917, e non sono negoziabili. In secondo luogo, questa misura non farà altro che aumentare la disoccupazione. Quello che avremo sarà una deregolamentazione dell’orario – sarà l’impresa a decidere come distribuire le ore in più nell’arco della settimana – , una impossibilità di conciliare tempo di lavoro e tempo della vita familiare, e nessun vantaggio per l’occupazione. Una norma dunque che verrà pagata solo dai lavoratori, senza nessun beneficio per la comunità. Abbiamo accettato alcune delle misure decise dalla troika, ma questo no. Se il governo insisterà su questa legge, e se il presidente della Repubblica la promulgherà, noi non firmeremmo nessun ulteriore accordo su competitività, crescita e impiego. E ci sarà un aumento del conflitto sociale nei luoghi di lavoro.
Il ricorso allo sciopero generale, fatto inconsueto nella storia del Portogallo democratico, è un segno anche per voi della gravità della situazione?
Solo tre volte noi e la Cgtp-In abbiamo congiuntamente scelto la strada dell’astensione totale dal lavoro: nel 1988, nel novembre 2010 e nel novembre di quest’anno. E le ultime due volte lo abbiamo fatto per contestare le politiche governative in tema di uscita dalla crisi. Noi non avremmo voluto lo sciopero generale, noi avremmo voluto una contrattazione tripartita (governo, imprese e sindacato), ma non accettiamo una politica di imposizione, quella di chi ti dice: “Da lunedì aumenteremo il tempo di lavoro”, e non attende risposta. Questa cosa non è possibile. Non c’è stata discussione, non ci sono stati negoziati, ed è questo il motivo per cui andiamo allo sciopero generale.
Il governo, per far quadrare i conti, ha trasferito alla previdenza sociale i fondi pensione dei lavoratori di alcune banche con cui ha stretto un accordo. Giudicate normale questo comportamento? Vi preoccupa?
Non è una cosa nuova, ci sono stati accordi in tal senso lo scorso anno con il nostro sindacato per quanto riguarda i nuovi lavoratori, ai quali è già applicata questa norma. L’Ugt, che è il sindacato maggiormente rappresentativo nelle banche, assieme agli altri sindacati del settore riuniti a Coimbra ha accettato questa richiesta del governo, per garantire gli stessi diritti della negoziazione collettiva anche ai lavoratori bancari, che vedranno i loro fondi pensione pagati attraverso la Previdenza sociale. Quello che viene fatto è semplicemente di mettere tutti i soldi insieme, al fine di onorare i pagamenti. Una operazione fatta nel rispetto delle regole della trasparenza e della concertazione.
Tutto bene quindi?
Secondo noi si tratta semplicemente di dare una nuova forma alla stessa cosa, anzi pensiamo che sia più sicuro così che come era prima. È una misura eccezionale, che l’Unione europea ha però accettato. Non è una cosa normale, e su questo noi siamo d’accordo, ma in fin dei conti ci si allinea a quanto fanno i nuovi lavoratori, che pagano direttamente alla Previdenza sociale e non ai fondi pensione.
Però la Confederação geral dos trabalhadores portugueses (Cgtp) non è della vostra stessa opinione…
Ci sono due questioni: una è quella dei sindacati, che devono assicurare che tutto resti invariato per i lavoratori. L’altra è quella della trasparenza, a cui siamo chiamati a vigilare. Lo Stato deve gestire il trasferimento dei fondi, e non ci devono essere costi aggiuntivi per la Previdenza. Risolti questi due problemi, non ne vedo altri.
Resta il fatto che alcune misure sono pesanti da ingoiare per i lavoratori. Come pensate di poterli garantire in questa fase di così pesante ricatto “morale”?
Ci sono decine di movimenti che si battono contro queste misure, con pressioni diverse. Noi siamo contro l’austerità, e assieme alla Confederazione europea dei sindacati ci battiamo perché ci sia crescita e impiego. Siamo nella stessa situazione di Irlanda, Spagna, Grecia, Italia. Siamo obbligati a rispettare determinate misure, ma ci sembra talvolta che il governo usi i diktat della troika per imporre deregulation sociale. Questo noi non lo accettiamo. Quello di cui abbiamo bisogno in Portogallo è di rispettare le principali misure come la riduzione del deficit dello Stato e del debito estero, ma le politiche devono essere regolate da un accordo tripartito (governo, sindacati e imprese) e non imposte. E ribadiamo il nostro no all’aumento del tempo di lavoro. Lo abbiamo detto al primo ministro e agli altri responsabili di questa proposta, lo abbiamo scritto in una nostra risoluzione: se si andrà avanti per questa strada non ci sarà accordo, al contrario ci sarà un aspro confronto sociale là dove vogliono vedere applicate queste norme, cioè nelle fabbriche e nelle imprese.