Ti serve un prestito equo? Rivolgiti alla ’ndrangheta. Se un tempo i capibastone offrivano soldi solo a strozzo, oggi creano finanziarie con tassi di interesse competitivi sul mercato. In tempi di crisi, la mafia calabrese non conosce difficoltà. È l’unica azienda italiana a non andare mai in rosso, forte di liquidità praticamente inesauribili e di ottimi rapporti col mondo della politica e della finanza. E mentre gli altri si arrangiano come possono, gli uomini d’onore investono i loro capitali sporchi in imprese legali, reinserendoli nel circuito economico virtuoso. Con le banche affamate di contanti tutto diventa più semplice. Mentre gli istituti di credito pretendono dai clienti garanzie di ferro per concedere un prestito, la ’ndrangheta te lo dà anche se non hai un modello 740 da esibire: gli accertamenti sull’affidabilità del debitore seguono altri canali. E se c’è una rete di funzionari compiacenti, magari sono proprio loro a portare clienti alle famiglie, suggerendo al malcapitato di rivolgersi alla loro agenzia di credito. «Ora mio compare ci apre una finanziaria qua a Milano… ci fa operare con la finanziaria!», dice Giulio Lampada a Leonardo Valle in una conversazione registrata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano. I due interlocutori, secondo il gip Giuseppe Gennari – che il 30 novembre ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere – sono esponenti di spicco della consorteria mafiosa Valle-Lampada, molto attiva nel capoluogo lombardo. Il “compare” che avrebbe dovuto aiutarli ad aprire una finanziaria, invece, è Alberto Sarra, politico di spicco del Pdl calabrese, attuale sottosegretario alla presidenza della Regione Calabria con delega alle Riforme e alla semplificazione, molto vicino al governatore Giuseppe Scopelliti. Le intercettazioni risalgono al 2007 e i tre vengono più volte ascoltati dagli inquirenti mentre discutono del progetto ambizioso. Ma è importante capirsi bene quando si parla di certi affari: «A me serve come seconda linea di guadagno la finanza… il mio guadagno non nasce nel fare finanziamenti… perché io il 7-8-10-12 per cento che io guadagno per legge…per me diventa di seconda linea quello…nel mio settore…perché io lo devo sposare con la mia attività», spiega con chiarezza Giulio Lampada ad Alberto Sarra. La ’ndrangheta ha sempre avuto naso per gli affari e la tempistica del progetto è perfetta: secondo un rapporto Eurostat, tra il 2007 e il 2010, la percentuale di richieste di prestito rifiutato in Italia alle piccole e medie imprese è aumentato del 5 per cento. Una finanziaria che non bada troppo alle documentazioni di solvibilità è ciò che il mercato richiede. I compari non sono strozzini, l’usura non è il loro obiettivo in quest’affare: prestano soldi a tassi concorrenziali. Vogliono fare le cose per bene per non dare nell’occhio e pensano di fare amministrare la baracca da persone insospettabili, che abbiamo seguito pure «il corso» di abilitazione. Col tempo, dopo aver lavorato bene per qualche anno, arrivano i guadagni e si possono immettere liquidi provenienti da altre fonti. Serve solo un capitale iniziale pulito, magari proveniente da un prestito bancario.

Le banche amiche

Ascoltando Giulio Lampada sembra che Alberto Sarra non abbia problemi a farsi dare soldi dagli istituti bancari. «Se la vede lui», dice il presunto ’ndranghetista a proposito del politico, «ha collegamenti con la Bnl… gli danno un budget di 50 milioni di euro». L’istituto bancario citato, in realtà, non è in alcun modo coinvolto dalle indagini e la sua disponibilità potrebbe essere frutto della fantasia degli interlocutori. Ma da qualche parte i soldi arrivano, visto che nel dicembre del 2008 i fratelli Giulio e Giuseppe Lampada costituiscono due società a Milano aventi come oggetto «mutui e finanziamenti». Nei primi mesi del 2008, però, gli incontri tra i presunti ’ndranghetisti e Alberto Sarra si interrompono: il politico è indagato dalla Procura di Reggio Calabria per associazione mafiosa. Ma per un uomo delle istituzioni che si ritira dietro le quinte, un altro guadagna la prima linea: Francesco Morelli – consigliere regionale calabrese del Pdl e presidente della II commissione Bilancio – è «il naturale prosecutore del percorso del precedente mentore politico», recita l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Secondo i magistrati vicino a Gianni Alemanno, Morelli aiuterà le ’ndrine nella «scalata» ai Monopoli di Stato quali imprenditori del settore dei giochi d’azzardo. «Morelli è il grimaldello che consente ai Lampada di entrare nel grande mondo della politica e delle istituzioni», sostiene l’accusa. Anche in questo affare, un ruolo di primo piano lo rivestono le banche che concedono lauti prestiti per l’acquisto delle concessioni da parte dei Monopoli. Le famiglie mafiose, infatti, hanno «rapporti privilegiati con funzionari di istituto di credito», scrive il gip nell’ordinanza. Amicizie che consentono di «fare operazioni che agli altri clienti non sarebbero consentiti e di accedere con più facilità al credito». E i Valle-Lampada hanno dalla loro parte i direttori di due filiali di banche importanti: Unicredit e Credito bergamasco (del gruppo Banco popolare). Con il loro aiuto riusciranno ad accedere a importanti linee di credito per l’acquisto di licenze e di costosissime slot machine.

Milano in provincia di Reggio

Si scrive Valle-Lampada ma si legge De Stefano-Condello. Le due famiglie attive in Lombardia sono diretta espressione delle due potenti ’ndrine reggine. Infatti, parte dell’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, era iniziata proprio in riva allo Stretto. Il pm Giuseppe Lombardo seguiva già da tempo i movimenti di Alberto Sarra al Nord, a stretto contatto con le famiglie mafiose e le banche. Era stato il magistrato reggino a disporre le intercettazioni che sono finite anche in questa inchiesta. Ma l’indagine è stata trasferita. Gli affari si fanno a Milano, ma la testa dell’operazione rimane sempre a Reggio Calabria. Perché si può passeggiare all’ombra della Madonnina, ma gli ordini arrivano sempre da Archi, il quartiere dei De Stefano e dei Condello. Che da tempo, alle coppole e alle lupare preferiscono i grembiulini e i cappucci delle logge massoniche coperte. Certo, la violenza a volte diventa necessaria, ma è meglio curare le relazioni con apparati deviati dello Stato che mettersi a sparare. È molto più remunerativo.

Benedizione dal Vaticano

Non deve stupire, dunque, che i Valle-Lampada riescano a intrattenere rapporti simili con le banche. Le loro conoscenze arrivano molto più in alto, quasi in Paradiso. L’8 giugno del 2008 si celebra in Vaticano il battesimo di Rosita Lampada, l’ultima nata in famiglia. La cerimonia è solo un segno della stima di cui gode la presunta ’ndrina negli ambienti ecclesiastici. Ma per suggellare i buoni rapporti, serve un riconoscimento formale. Che arriva poco dopo. Il 9 novembre del 2009, Giulio Lampada viene intercettato mentre racconta a un avvocato di essere stato nominato Cavaliere di San Silvestro il giorno precedente. Una cosa fatta per bene, con tanto di targhetta, distintivo, e alta uniforme. A conferire l’onorificenza sarebbe stato un prelato importante: monsignore Tarciso Bertone. «Ora in tutte le diocesi che mi ritrovo in Italia sono Eccellenza… di grado pari ad Eccellenza… mi devono chiamare Eccellenza…», dice con orgoglio Giulio Lampada. Anche in Vaticano dunque, secondo gli inquirenti, «si allungano le mani della famiglia mafiosa. E come spesso ac- cade, questo mondo rimane fuori dall’area di punibilità». Questo non significa che da quel mondo non provengano «sponde essenziali per la crescita economica e sociale del gruppo mafioso».