In Kazakistan si spara sugli operai in sciopero. La polizia uccide più di dieci persone nel paradiso delle compagnie petrolifere. E gli italiani licenziano chi protesta

Il petrolio non conviene alla gente. Alle aziende sì, ai governi pure, ma agli operai no.
Guarda il Kazakistan, e precisamente la regione di Mangystau, un lembo di terra sul mar Caspio che trasuda greggio. Qua sono accorse come mosche le compagnie più potenti del mondo compresa l’Eni, che in questo Paese ha i suoi business più redditizi. Le multinazionali sono tutte proiettate verso Kashagan, il più grande giacimento offshore scoperto negli ultimi 30 anni, che è ben collegato a queste rive. E che tra pochissimo – nel 2012 – diventerà operativo. Il governo kazako ci tiene così tanto, al lavoro delle trivelle, che ha cominciato a sparare sugli operai.

Il 16 dicembre, nella piazza di Zhanaozen, ne ha fatti fuori almeno 11 (secondo alcune denunce addirittura 70) perché si ostinavano a manifestare contro le aziende che avevano fatto il piacere di assumerli. I kazaki non sanno cos’è la riconoscenza: da sette mesi chiedono salari più alti, migliori condizioni di lavoro, diritti civili. Vorrebbero guadagnare quanto i dipendenti stranieri, invece prendono meno della metà, vorrebbero addirittura poter far entrare i sindacati in fabbrica e qua non lo permettono. Loro non si sono dati per vinti. Hanno cominciato a fare sciopero “a gatto selvaggio” in tre grandi impianti: quelli di Ozenmunaygas, di Kharazanbasmunay (compagnie kazake) e di Ersai caspian contractor, una società controllata al 50 per cento da Saipem international, e quindi da Eni. Il risultato? Tremila operai licenziati, la sindacalista che guidava le proteste – Natalya Sokolova – reclusa e condannata a 6 anni, un attivista e la figlia di un altro sindacalista uccisi. E infine, gli spari sulla folla. Il regime infierisce su una regione semidesertica e devastata dalle perforazioni, dove d’inverno si gela e d’estate si frigge, e in cui la percentuale di persone che vive sotto la soglia di povertà (il 32,4 per cento nel 2008) è la più alta del Paese. Secondo le associazioni per i diritti umani – come Open dialog e Association for human rights in Central Asia – il 16 dicembre c’è stato «un deliberato atto di provocazione nella piazza di Zhanaozen, dove gli operai avevano il loro presidio. Le autorità hanno fatto montare il palco per le celebrazioni del 20esimo anniversario dell’indipendenza e sono arrivati i poliziotti a sgomberare. Contemporaneamente, sono apparsi uomini con tute della Kazmunaygaz (la compagnia statale, ndr) a scatenare gli scontri e a provocare la reazione violenta degli agenti». Ma la repressione non si è limitata a uccidere: adesso gli abitanti della regione sono sottoposti a un coprifuoco che durerà fino al 5 gennaio. Tra le compagnie che hanno violato i diritti dei lavoratori, secondo quanto riferiscono le associazioni, c’è Ersai – la consociata Saipem – che a luglio di quest’anno ha licenziato 700 operai che avevano aderito allo sciopero.

Saipem, interpellata da left, nega: «A giugno si sono conclusi 600 rapporti di lavoro ma solo perché era scaduta la commessa. Non ci sono agitazioni in corso nell’impianto Ersai». Le associazioni non sono d’accordo e nemmeno gli operai mandati via. Uno di loro ha accettato di parlare con left sotto anonimato: «A maggio abbiamo scioperato per chiedere migliori condizioni di lavoro. Nella piazza di Kuryk (la città dove ha sede l’impianto) la polizia ci ha sgomberato e poi l’azienda ci ha licenziato ». Eppure le loro rivendicazioni sembrano legittime: «Prendevamo solo 70mila tenge (circa 360 euro) ed eravamo sottoposti a condizioni di lavoro insicure per la salute. Chiedevamo di far entrare i sindacati dentro gli impianti, ma era vietato. Il codice del lavoro kazako non è stato rispettato, e agli operai era riservato un trattamento disumano. Ora che ci hanno buttato fuori non possiamo trovare un altro lavoro perché l’Akimat (la massima autorità regionale) ha ordinato alle ditte di non assumere gli operai che hanno aderito alle proteste». Restano solo due opzioni: il lavoro in nero o la disoccupazione. «Io ho due figli e ci manteniamo col lavoro di mia moglie», ci dice l’operaio. «Dopo il licenziamento, Ersai non ci voleva dare neanche il “libretto del lavoro”, il documento su cui sono registrati i nostri dati di impiego. Alla fine io l’ho ottenuto, ma a distanza di mesi non so se l’hanno dato a tutti. D’altronde il tribunale ha giudicato illegale il nostro sciopero, perché l’impianto figurava in una fantomatica lista di siti nevralgici e interromperne il funzionamento poteva essere “pericoloso”». Per stare al sicuro, nella regione di Manghistau, non bisogna mai smettere di lavorare. Come testimonia Elena Gerebizza, della Campagna per la riforma della Banca mondiale, che ha visitato gli impianti kazaki nel 2007, «questi luoghi sono strategici per sviluppare il trasporto del petrolio che verrà estratto da Kashagan. Gli operai devono solo pensare a lavorare.

Non c’è spazio per il sindacato dei lavoratori petroliferi né per il rispetto dei loro diritti. L’Eni cerca di scaricare le responsabilità dichiarando che Ersai è una consociata e che la maggior parte dei lavori vengono svolti con ditte di subappalto. Ma di fatto gli italiani sono responsabili delle pessime condizioni di lavoro e dell’inquinamento che avvelena la regione. Infatti assumono lavoratori provenienti da altre città, che non protestano per i danni fatti all’ambiente circostante». Anche secondo Valeria Fedeli, vicesegretaria generale della Filctem Cgil, il colosso energetico italiano è coinvolto: «C’è una responsabilità politica nella collaborazione con soggetti che non riconoscono il ruolo del sindacato e cancellano i diritti dei lavoratori». Che l’Eni collabori con il Kazakistan e con la sua compagnia statale Kazmunaigas – responsabili della repressione di questi giorni – non c’è alcun dubbio: proprio il 17 dicembre il cane a sei zampe ha fatto entrare la Kazmunaigas nel consorzio che gestisce il giacimento di Karachaganak. Tra i politici italiani, l’unica che si è accorta di quello che sta succedendo è Sonia Alfano (Idv), che ha denunciato la repressione kazaka all’Europarlamento: «L’Eni si rende responsabile, anche se indirettamente, di un sistma repressivo. Il governo kazako e la sua compagnia di Stato violano i diritti dei lavoratori fino a uccidere. Ho conosciuto alcuni di questi operai e so che per il semplice fatto di essersi esposti rischiano la vendetta dello Stato. L’Eni sa tutto ma preferisce mantenere un basso profilo. Invece dobbiamo spingere per cambiare le cose e farlo prima del 15 gennaio, quando in Kazakistan ci saranno le elezioni». Sì, perché la disperazione dei lavoratori è scoppiata proprio alla vigilia del voto e adesso anche il presidente kazako Nazarbayev trema: vari gruppi – tra cui gli islamisti – stanno già tentando di strumentalizzare il malcontento per far salire la tensione e rovesciare il regime. All’Ersai, però, sembra tutto tranquillo: «In città tutto tace», ci dice l’operaio licenziato, «ma proprio oggi (il 20 dicembre, ndr) i dirigenti dell’impianto hanno mandato a casa tutti i lavoratori subito dopo pranzo perché girava la voce che si stesse organizzando uno sciopero». Tu hai paura di quello che sta succedendo?, gli chiediamo. «No, lotto per i miei diritti e spero che grazie alle associazioni per i diritti umani e all’Ilo potrò essere reintegrato al mio posto. L’unica ira di cui si deve aver paura è quella di Allah». Anche perché in Kazakistan quella divina è l’unica giustizia a cui ci si può appellare.