Niente regali sotto l’albero per il premier cinese Wen Jiabao, almeno non dall’Europa. L’agognato status di “economia di mercato”, che durante il vertice di Dalian in settembre era stato chiesto da Pechino con forza, non è arrivato. Eppure, sulla carta, Jiabao aveva fatto il bravo, come tradizione natalizia richiede. Generosamente era corso in aiuto dei più deboli, tirandoli fuori dai guai, prodigandosi per loro. Ma l’Unione europea è stata sorda a ogni buona azione. Anzi, dalla commissione Commercio del Parlamento europeo il 20 dicembre è stata presentata una dura proposta di risoluzione, che invita la Ue ad «accordare tale status unicamente quando la Cina avrà rispettato i criteri» dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che secondo l’Europarlamento non fanno ancora parte del dna di Pechino.

Ha ribadito il concetto anche il commissario Ue al commercio, Karel de Gucht: «Nessuna apertura prima del 2016, a meno che la Cina non si mostri più collaborativa». Altro che perfida Albione. Moltiplicata per 27, la cattiveria dell’Unione europea deve essere parsa davvero gigantesca agli eredi di Mao, che giusto dieci anni fa entravano nel Wto. Arrivati al capitalismo tardi, hanno sorpassato America ed Europa al punto da potersi permettere oggi di pagarne i debiti. Ma essere i più ricchi a volte non basta per dettare le regole, come sta imparando Jiabao. Anche se l’Europa potrebbe pagare cara tanta intransigenza, considerati gli interessi maturati da Pechino nel Vecchio continente. Dalle strade alle macchine che le percorrono, dalle televisioni ai cartoon che trasmettono, dai vestiti a poco prezzo alle boutique d’alta moda, le eccellenze europee parlano ormai cinese. Poche acquisizioni consistenti, e moltissime micro partecipazioni nei settori che contano. La Cina è entrata in punta di piedi, ma ora si sente rimbombare il suo passo pesante. «La politica degli investimenti non è una novità », spiega Françoise Lemoine, analista del Cepii, (Centre d’études prospectives et d’informations internationales), uno dei principali istituti di economia francesi. «La Cina, al pari di altri Paesi emergenti, è presente in Europa da molto tempo. Già nel 2004 ha iniziato ad acquistare euro per diversificare i propri investimenti. Pechino ha un enorme quantità di riserve di valuta, pari a oltre 3mila miliardi di dollari, i cui 2/3 sono investiti in buoni del Tesoro Usa. Il resto lo sta utilizzando per acquistare altre divise, in modo da garantirsi contro eventuali svalutazioni». Un mero meccanismo di strategia finanziaria, che però inquieta l’opinione pubblica europea, allertata da una stampa sensazionalista che ha gridato al “pericolo giallo”. A conti fatti, solo il 3,5 per cento degli investimenti diretti esteri (Ide) della Cina finiscono in Europa, al pari di quanto investito in Africa (4 per cento) o negli Usa (3) contro il 10 per cento indirizzato ai Paesi asiatici. Il maggior flusso di Ide cinesi (60 per cento) è verso Hong Kong e altri paradisi fiscali, da dove prendono il volo senza lasciare tracce visibili, rendendo impossibile la quantificazione dei capitali di Pechino che arrivano in Europa. Lo conferma anche François Godement, dell’European council on foreign relation: «È molto difficile avere dati precisi, e le cifre pubblicate nel 2010 dal ministero del Commercio cinese sono indubbiamente sottostimate. Sappiamo che il mercato europeo rappresenta, da solo, il 23 per cento delle esportazioni cinesi, dunque è estremamente importante per gli imprenditori. Ma per quello che riguarda gli investimenti, la strategia è quella di piazzare capitali in numerose imprese, differenziando quindi gli acquisti e rendendosi poco visibili Ci sono poi le eccezioni: nel 2010 ci sono stati tre grandi interventi, superiori al miliardo di euro, in Svezia, Ungheria e Spagna. Ma nel complesso c’è una prudenza politica degli attori finanziari, attenti a non esporsi mediaticamente».

I cinesi investono, dove possibile, soprattutto in infrastrutture. Abituati all’autarchia, puntano a controllare l’intero processo mercantile, dalle materie prime al consumatore finale. In quest’ottica Pechino si è detta disponibile ad aiutare la Grecia, nell’ottobre 2010, offrendo denaro liquido in cambio di un contratto di gestione per un secondo terminal nel porto del Pireo e l’apertura di una linea di credito di 3,2 miliardi di euro per gli armatori locali, al pari di quanto aveva fatto poche settimane prima con l’Irlanda, dove il premier Wen Jiantao aveva presentato il progetto di hub per la produzione cinese di merci ad Athlone, una sorta di città nella città per dare lavoro a 8mila persone. Chiamata Beijng-on-Athlone, con un investimento 48 milioni di euro, ha reso felice l’allora premier Brian Cowen. La stessa felicità provata da Zapatero, pochi mesi prima delle sue dimissioni, all’annuncio della possibilità di aiuti finanziari da parte della China investiment corporation (Cic, un fondo sovrano) per un ammontare di 9 miliardi di euro, da aggiungere ai 400 milioni di euro promessi in titoli di Stato. Il porto di Barcellona, di cui il maggiore azionista dal 2006 è la cinese Hutchison Port Holdings, ha trascinato nel 2010 l’economia catalana, con investimenti da parte delle aziende di Pechino per 355,5 milioni di dollari. «E non è una novità che da anni i cinesi corteggino il Portogallo per un porto sull’Atlantico», aggiunge Godement, «che gli aprirebbe un altro fronte di ingresso in Europa». Uno per uno, nel 2010 i Paesi in crisi della zona euro hanno ricevuto offerte di aiuto e promesse di acquisto del debito. Tra il 2010 e il 2011 gli alti dirigenti cinesi – politici e industriali, cariche che nell’Impero di mezzo spesso coincidono – hanno fatto la spola tra l’Asia e l’Europa, ponendosi come “antagonisti” alla Bce e alla Germania: al fronte del “no” guidato dalla Merkel, Pechino opponeva il fronte del “vediamo se si può”. Nessuno però sa quanto si siano concretizzate le promesse cinesi, e quanto debito europeo sia realmente nelle loro mani. «La Cina non dice dove mette i suoi soldi», spiega Lemoine. «Sappiamo quanto ha investito negli Usa solo perché è il Tesoro americano a renderlo pubblico, ma la stessa trasparenza non c’è da parte dei governi europei né dell’Unione. Quindi, per avere dei dati, ci si basa sulle dichiarazioni di intenti, ma non sappiamo quanto poi le promesse cinesi si concretizzino. E questo permette a Pechino di giocare al benefattore con i governi». Lo sottolineata anche dall’eurodeputata Marielle de Sarnez, che nella sua relazione sulla proposta di risoluzione della commissione Commercio internazionale scrive: «La Ue deve dotarsi di strumenti di misurazione sul modello del Committee on foreign investment in the United States (Cfius) per avere contezza dei detentori esteri di debito pubblico». Teoricamente, la Cina potrebbe avere tutto il debito europeo, o non averne in mano nulla. Così, con delle stime per difetto, si parla di 630 milioni di euro di titoli di Stato in mano a Pechino, senza che nessuno sia in grado di confutarle. «La stessa mancanza di trasparenza c’è anche nelle acquisizioni di imprese», prosegue Lemoine. «Anche qui gli Stati Uniti dovrebbero servire da esempio, visto che si sono dotati di un organismo di controllo che monitora i settori dove investono gli stranieri, assicurandosi che nessun comparto strategico venga gestito dall’estero. L’Europa su questo è ancora in ritardo».

In ritardo e anche in difetto, visto che la strategia del ragno adottata dallo Stato cinese e dalle sue imprese ha messo in minoranza gli azionisti europei, scalzati dalle loro posizioni dominanti anche a causa delle carenze legislative dell’Unione, che hanno giocato a favore degli investimenti cinesi. «I cinesi sono in una fase politica di acquisizioni», spiega François Godement, «mentre i Paesi europei hanno bisogno di liquidità. Il risultato è che, in assenza di un politica comune di sostegno, ogni Stato agisce per proprio conto, guardando all’interesse immediato. Così Spagna, Ungheria, Portogallo hanno venduto energia, trasporti, telecomunicazioni in mancanza di alternative credibili». Una di queste sarebbe stata quella elaborata da Allianz, la società assicurativa tedesca, «ma non è stata nemmeno presentata», aggiunge Godement. «Si trattava di mettere le azioni pubbliche dei Paesi indebitati sotto una sorta di tutela, una specie di ipoteca per i prestiti europei. Questo avrebbe permesso di venderle più tardi, a prezzi migliori e senza essere strozzati dalla fretta di fare cassa. Ma il piano non è stato nemmeno presentato all’Unione europea, perché tocca corde molto sensibili dal punto di vista “nazionalista” dei Paesi membri e dei loro politici». La Cina, al contrario di Angela Merkel, si è trovata al momento giusto nel posto giusto. L’Unione europea no.