I dittatori non sono simpatici, ma finora non è mai stato un problema. Per conservare il potere bastavano la forza e la volontà di abusarne, condite di un po’ di propaganda. Nell’era di facebook, invece, se sei vecchio sei out. Lo sta capendo in questi giorni Putin, che ha provato a denigrare i manifestanti sostenendo che i loro fiocchi bianchi, simbolo della contestazione, sembravano preservativi. Il fronte della protesta ha apprezzato il paragone e progetta di attaccare fiocchi “dell’amore” ovunque, dalle automobili alle finestre. Il 2011 è l’anno delle rivoluzioni dal basso, anzi dal social network. É cominciato bene perché la rete è democratica e può rovesciare chiunque, ma è finito male perché la rete è demagogica e può rovesciare chiunque anche per motivi stupidi. E chi osa mettersi contro di lei, è finito. In Russia, ad esempio, è toccato a Boris Nemtsov, leader del partito anti sistema Parnas, uno dei pochi rimasti veramente estranei alla ragnatela di corruzione che governa il Paese. Nemtsov è finito sotto i riflettori il 10 dicembre, guidando le proteste contro Putin e tenendo le fila di un’opposizione frammentata e disorganizzata, composta soprattutto da giovani borghesi senza esperienza politica. Due settimane dopo, alla vigilia della manifestazione del 24 dicembre, è già stato scaricato dal suo popolo. Qualcuno che non ama la tecnologia, ma che sa come usarla, ha pubblicato un’intercettazione telefonica in cui Nemtsov si sfogava: «Questa gente che è scesa in piazza, sono codardi colletti bianchi, topi da internet, vegetali infastiditi dall’esser presi in giro. E mi è toccato guidarli nel caos generale, quando non si riusciva neanche a decidere in che piazza manifestare ». Il 10 dicembre, trattando con il sindaco, Nemtsov era riuscito a trasformare la manifestazione in una vittoria ma oggi, secondo alcuni compagni di battaglia, «è politicamente morto». Accuse, intercettazioni, giustificazioni, sono tutte passate dai siti web. Chi di rete ferisce, di rete perisce.

Chi ha capito che il popolo di internet può essere manovrato, usa proprio la scusa della democrazia. Gli americani, ad esempio, hanno preparato un provvedimento sulla libertà di internet: il Dipartimento di Stato stilerà una lista annuale di Paesi “cattivi” che limitano l’accesso ad alcuni siti. Chi sta su quella lista non potrà importare alcuni i software made in Usa. E il Cremlino è già insorto: è una manovra da guerra fredda, sostiene, risponderemo con una controproposta da discutere in sede Onu. Sono così convinti di essere gli alfieri della democrazia, gli americani, che anche i potenti contestati appoggiano i contestatori. A New York i giovani di Occupy Wall street hanno raccolto la simpatia di Obama, di Soros e perfino del presidente della Federal Reserve Ben Bernanke. È un po’ come se Gargamella andasse a fare le carezze ai puffi: basta distrarsi un attimo per finire mangiati e digeriti. Ma le contraddizioni sono pane quotidiano per gli americani: Hillary Clinton difende a tutto spiano la Rete, ma l’Amministrazione Obama insorge contro Julian Assange, accusato di spionaggio per aver svelato le magagne del potere Usa. Le rivelazioni di Wikileaks sono andate di traverso a molti, ma nessuno come gli americani è arrivato a minacciare il licenziamento per i dipendenti pubblici che avessero consultato i cablogrammi dalle loro postazioni di lavoro, o o a consigliare agli studenti interessati alla carriera diplomatica di non diffondere i cablo attraverso facebook o twitter, pena l’esclusione dalla rosa dei candidati.

L’Unione europea, che dalle rivolte nel mondo arabo si è fatta trovare impreparata, rimedia adesso offrendo tutto il suo sostegno ai giovani ribelli. Lo fa con la strategia «No disconnect», presentata il 12 dicembre scorso da Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione e responsabile dell’Agenda digitale europea. Quattro i punti fondamentali per il 2012: sviluppo degli strumenti per migliorare la privacy nei regimi non democratici; educazione dei militanti ai rischi connessi all’uso di internet e ai sistemi per evitare di essere intercettati; informazioni affidabili per controllare il livello di censura, e infine la cooperazione delle istituzioni europee con i giovani militanti. Ma anche nel Vecchio continente, come nel caso degli Usa, i buoni propositi cozzano con la pratica. Il Consiglio d’Europa ha denunciato il comportamento di alcuni dei 47 Stati membri, accusati di ripetute violazioni delle «libertà individuali». In Gran Bretagna, ad esempio, si vorrebbe ancora controllare la rete: in occasione delle rivolte del luglio 2011, Londra ha immediatamente convocato i responsabile dei social network per chiedere di bloccare la diffusione delle informazioni via twitter, facebook o blackberry messenger. Allertando anche i servizi segreti per riuscire a scoprire gli autori dei messaggi. Del resto, come denunciano i giovani tunisini, sono le compagnie europee le più attive nel fornire ai regimi le tecnologie per controllare la rete. Prima della cacciata di Ben Ali, l’Agence tunisienne de l’internet si avvaleva di software occidentali venduti, nonostante le denunce delle associazioni dei diritti umani, da importanti aziende europee in nome della sicurezza. Come la tedesca Trovicor GmbH, la danese Eti o l’italiana Area. Quest’ultima è stata accusata di aiutare il regime di Assad a controllare i manifestanti e ha rinunciato a una commessa siriana dopo le critiche ricevute.

I regimi, quando capiscono di non poter più bloccare la rete, la volgono a proprio vantaggio, diventandone protagonisti. I militari egiziani sparano in piazza Tahrir, e i loro generali chiedono scusa su facebook, non una ma due volte. I Fratelli musulmani scoprono che twitter è la rivoluzione, e con l’hastag @Ikhwanweb diffondono il loro credo. Il nuovo governo tunisino si presenta su facebook, e i ministri aprono non più siti web ma pagine sui social network. E l’Arabia Saudita, il regime finora più solido grazie al supporto dei “democratici occidentali”, sceglie la strada più comoda: il 20 dicembre il principe Alwaleed bin Talal, nipote del re Abdullah, ha speso 300 milioni di dollari per comprarsi il 3 per cento di Twitter. Se non li puoi combattere, meglio farseli amici. E controllarli dall’interno.