Rendere più facili i licenziamenti e liberalizzare il mercato del lavoro produce crescita economica e favorisce i giovani; anche perché in Italia è quasi impossibile licenziare i vecchi assunti, mentre i nuovi l’articolo 18 non sanno neppure cos’è. Due assiomi ripetuti senza sosta nel dibattito pubblico. Eppure basta solo dare un occhio a leggi e dati per accorgersi che si tratta di falsità colossali.
Milioni di licenziati con l’articolo 18. Licenziare non è impossibile a causa dell’articolo 18. Altrimenti le lavoratrici della Omsa starebbero ancora producendo calze e gli operai della Fiat di Termini Imerese automobili. I metalmeccanici della Innse non sarebbero dovuti salire su una gru per difendere il proprio posto di lavoro. Messo a rischio senz’altro ingiustamente, da un punto di vista morale ed economico, ma in maniera ineccepibile dal punto di vista legale. «Attualmente ci saranno alcune centinaia di migliaia di lavoratori licenziati che erano difesi dall’articolo 18. E milioni sono stati coloro che hanno perso il posto con le ristrutturazioni degli anni Novanta», afferma Carlo Guglielmi, giuslavorista del Forum Diritti-lavoro. L’articolo 18, insomma, non è certo un problema per le imprese che vogliano disfarsi dei propri dipendenti. Lo Statuto dei lavoratori, messo in forse dal governo, semplicemente obbliga le imprese sopra i 15 dipendenti a reintegrare i singoli lavoratori licenziati «senza giusta causa» o «giustificato motivo» (in questo caso si parla di “tutela reale”). Sotto i 15 dipendenti, dinanzi a un licenziamento immotivato, il giudice non può obbligare l’azienda a rimettere in produzione il dipendente, ma può solo ordinare un indennizzo economico. Infatti l’articolo 18 non si applica nella miriade di piccole e piccolissime imprese che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo italiano. «Su una platea di oltre 20 milioni di dipendenti meno della metà è protetto dall’articolo 18», spiega Guglielmi. Ma attenzione, l’articolo 18 difende i lavoratori dai licenziamenti individuali. Se i licenziamenti sono collettivi (a partire da cinque dipendenti) lo Statuto dei lavoratori non ha alcun impatto. In questo caso il giudice non può entrare nel merito delle libere scelte dell’azienda. L’unico obbligo è che l’imprenditore si attenga a una precisa procedura (comunicazioni e incontri coi sindacati e il ministero del Lavoro) e che rispetti precisi criteri nell’indicare i dipendenti da mettere fuori dall’azienda (anzianità, carichi familiari). Il datore di lavoro, cioè, nel caso di licenziamenti collettivi non può scegliere chi licenziare. Non può salvare, ad esempio, un amico del caposquadra, e condannare il delegato del sindacato più “fastidioso”.
Giustificato motivo. Il datore di lavoro può scegliere i dipendenti da licenziare solo se essi sono meno di 5. E potrà farlo solo per una «giusta causa» o un «giustificato motivo ». È questo il caso del licenziamento individuale quello difeso nelle medie e grandi aziende dall’articolo 18. Val la pena però comprendere il significato di queste due parolette. La «giusta causa» è il caso del cosiddetto “licenziamento in tronco”: avviene quando il dipendente assume un comportamento particolarmente grave, tale da rendere impossibile il proseguimento del rapporto di lavoro. Un ingegnere che riveli segreti industriali a un concorrente, ad esempio, o un operaio che sia condannato per reati molto gravi. Se invece il lavoratore viola le parti del contratto, ad esempio si assenta in maniera reiterata senza addurre motivazioni o non rispetta gli ordini di servizio, egli può essere licenziato per un giustificato motivo “soggettivo”, ossia per un motivo dipendente da un suo comportamento individuale. L’altro caso di licenziamento individuale è quello di giustificato motivo “oggettivo”. Ossia, spiega il Roccella, uno dei più noti manuali di diritto del lavoro, l’imprenditore deve dimostrare «l’effettività delle ragioni economiche- produttive adottate a fondamento del licenziamento ». Qualora il licenziato ricorra al giudice, l’imprenditore dovrà dimostrare che quel posto di lavoro è soppresso per valide ragioni e che il dipendente non può essere ricollocato altrove. Anche i nemici dell’articolo 18, a partire dal senatore Pd Pietro Ichino, sostengono di voler far salvo il caso di “licenziamento discriminatorio”, dovuto a motivazioni politiche o razziali, rispetto al quale l’obbligo del reintegro vale nelle imprese di tutte le dimensioni. «È una presa in giro, il licenziamento discriminatorio è una foglia di fico», tuona Carlo Guglielmi. «Condanne o giudizi su questo sono rarissimi. Infatti se l’imprenditore vuole licenziare un dipendente perché è comunista o nero o iscritto al sindacato, non lo ammetterà mai. Dirà al giudice che esistono altre valide ragioni, disciplinari o organizzative. Ora, se un lavoratore licenziato ricorre al giudice per l’assenza di una giusta causa l’onere di provare le motivazioni del licenziamento spetta all’azienda. Mentre nel caso del licenziamento discriminatorio a provare la discriminazione deve essere il lavoratore. E questo, a meno che al padroncino non scappi di dire al giudice “qui i negri non li vogliamo” è pressoché impossibile nella realtà». Cancellare l’articolo 18, quindi, vuol dire rendere possibili anche i licenziamenti discriminatori? «Ichino non lo ammetterà mai, ma è così», chiosa Guglielmi. «È una partita reale, non ideologica. La posta è se l’imprenditore è o meno colui che ha l’ultima parola. Se può licenziare il dipendente che si lamenta per l’assenza delle norme sulla salute e la sicurezza o che chiede il rispetto delle mansioni. Senza articolo 18 il sindacato si riduce al recupero crediti, a chiedere un risarcimento economico a chi licenzia ingiustamente».
L’articolo 18 che aiuta i precari. «È falso che l’articolo 18 non protegge i precari. Vale per tutti, per chi ne è difeso e per coloro che ne sono esclusi», spiega Guglielmi. «Nel caso di un precario assunto con un contratto atipico in maniera irregolare l’avvocato può mandare una lettera all’azienda dicendo: il vostro contratto è irregolare, quindi per noi è a tempo indeterminato. Bene, se non ci fosse l’articolo 18 l’azienda se ne fregherebbe. E risponderebbe così: per noi il contratto è regolare, però, per cautelarci, qui c’è la lettera di licenziamento. E tanti saluti». Insomma, è l’articolo 18 che permette anche al precario di far valere i propri diritti. Vale per il falso contratto a progetto, per i dipendenti obbligati ad aprire una partita Iva, per il titolare di un contratto a tempo determinato rinnovato per anni senza soluzione di continuità. «Chi, come Ichino, dice di voler togliere l’articolo 18 ai padri per far uscire dalla precarietà i figli dice una stupidaggine», dice Gugliemi. Senza articolo 18 siamo tutti precari.
Lo scambio. Eppure proprio di questo si discute: di ridurre o cancellare un diritto, l’articolo 18, che evita gli abusi di potere e non impedisce i licenziamenti economici. Tramite uno scambio: licenziamenti più facili in cambio di meno tipologie di precariato. Sul tema esistono in Parlamento almeno 5 diverse posizioni. Di cui 4 convivono all’interno del Pd. C‘è quella di Pietro Ichino, molto amata dal governo, che prevede l’istituzione del cosiddetto «contratto unico », senza articolo 18 per i nuovi assunti. Attenzione, nuovi assunti, dice il progetto di Ichino. Quindi anche i lavoratori di Termini Imerese, se riassunti in un’altra azienda, non avranno l’articolo 18. Ed è un contratto unico fino a un certo punto, perché resterebbero valide alcune tipologie di lavoro precario (interinale, partite Iva). C’è poi la proposta del senatore ex Cgil Paolo Nerozzi, che istituirebbe un «contratto unico di ingresso» nel quale l’articolo 18 non varrebbe per tre anni. E la proposta dell’ex ministro del lavoro del Pd Cesare Damiano che istituirebbe un«contratto unico di inserimento formativo», anche in questo caso senza articolo 18 per un periodo che va dai sei mesi ai tre anni, secondo quanto deciso nei contratti nazionali. Il vantaggio di queste ultime due proposte è però quello di stabilire limiti più stringenti nell’uso dei contratti a progetto e di quelli a tempo determinato. Infine c’è la proposta ufficiale del Pd, quella del responsabile Economia e lavoro Stefano Fassina, che non prevede modifiche all’articolo 18 e si basa sulla parola d’ordine: «Il lavoro atipico deve costare di più di quello a tempo indeterminato». E poi, la posizione del Pdl, ben espressa da Michele Tiraboschi, tecnico di Maurzio Sacconi, che non vuole ritocchi alla legge 30 e alle sue 46 diverse tipologie di lavoro.
La Cgil non si piega. Meno articolo 18, meno precariato, è lo scambio su cui si tratta. «Non ci convince nessuna di queste proposte, esclusa quella di Fassina, su cui si può ragionare», afferma Claudio Treves, responsabile del dipartimento mercato del lavoro della Cgil. «Il tema dell’articolo 18 non si può e non si deve porre. È una maniera per rovinare il negoziato. L’articolo 18 è un deterrente, serve a scoraggiare licenziamenti indiscriminati. È una norma di civiltà. Per questo, sin dai tre milioni del Circo massimo nel 2002, la Cgil lo difende». I veri problemi sono altri: «Non c’è alcuna relazione tra libertà di licenziamento e crescita economica. La stessa Ocse, che negli anni Novanta fu paladina della teoria secondo la quale minori protezioni sul lavoro equivalgono a maggiore crescita economica, è stata costretta ad ammettere che a sostegno di questa tesi non esiste alcuna evidenza econometrica», spiega Treves. La crisi, per il sindacato, si affronta in un’altra maniera: «La discussione deve partire da un dato di realtà: siamo in una fase recessiva, ci sono 800mila posti di lavoro a rischio. E quindi il problema è universalizzare le tutele e gli ammortizzatori sociali, e sostenere le imprese che assumono a tempo indeterminato», afferma Treves. Sul tema la Cgil ha presentato una proposta: riunificare ed estendere a tutti i settori (oggi vale solo per l’industria) la cassa integrazione. Dare a tutti il diritto di accedere all’indennità di disoccupazione. «E diciamo anche come finanziare questa riforma. Il costo dev’essere assicurativo, cioè a pagare gli ammortizzatori devono essere i contributi. Chiediamo alla finanza pubblica solo una cifra di 5-600milioni di euro, più o meno quanto si spendeva per gli ammortizzatori in deroga prima dello scoppio della crisi. E questo si può fare con una semplificazione dei diversi 37 regimi contributivi che esistono in Italia. Chi pagava meno contributi per il welfare ne pagherà di più, chi ne pagava molti pagherà di meno». In poche parole, aumenterebbe di poco il costo del lavoro nei servizi e nelle piccole imprese (dove oggi esistono meno protezioni), si ridurrebbe di poco nell’industria. Ma tutti, precari e no, dipendenti della Fiat o della fabbrichetta sotto casa, sarebbero protetti. «La trattativa col governo parte con un problema di metodo. Dev’esserci la possibilità di un confronto nel merito delle proposte che miri a un accordo tra tutte le parti», spiega Treves.
Incontri separati. In altre parole: niente incontri separati tra le singole sigle e il governo, questa la strategia della Cgil. Su cui pesa l’incognita della Cisli che in questi anni non ha lesinato colpi bassi alla Cgil. «La Cisl, dopo aver avallato l’impianto di Sacconi, in un periodo di recessione come questo non può che mettere il problema della salvaguardia dell’occupazione al centro delle sue richieste. Spero in una convergenza», afferma Treves. Tra le diverse posizioni del Pd, gli stop del Pdl, le divergenze tra i sindacati, la strada di un accordo che vada bene per tutti, per il governo Monti è molto stretta. E il ritornello «ce lo chiede l’Europa », dopo una manovra durissima e con lo spreed fisso a quota 500, ormai suona stonato.

2 commenti
Anna Maria Tatti says:
gen 8, 2012
Cronistoria
Il mio rapporto di lavoro con la ditta Farben S.r.l Via Dei Carpentieri, 5/E di Castello D’Argile (BO) è iniziato il 01/02/2004 prima come interinale tramite ADECCO poi dal 01/04/2004 (come da tabulati INPS) assunta a tempo indeterminato.Fui la prima dipendente dell’azienda n°3 nel libro paga prima di me solo i due soci minoritari il sig. Peter Red ed il sig. Andrea Capilupi Lavorai per un’anno a stretto contatto con il Sig. Andrea Capilupi, oltre che colleghi di lavoro diventammo amici, in quel periodo oltre ad avere pochi clienti preparavamo pochissimi prodotti. Dopo un anno dalla mia assunzione il sig Capilupi fù espulso con mio grande dispiacere, gli promisi che avrei fatto di tutto per aiutarlo a rientrare , al suo posto il consiglio dei soci nominò il Sig. Lorenzo Ansaloni che purtroppo ci mancò nel dicembre 2008 gran brava persona per me fu un padre un amico anche con lui si creò un bellissimo legame e grazie a lui riuscì a far rientrare in azienda Andrea come da promessa fatta. Nel 2006 il sig Ansaloni che per me nutriva grande considerazione come presidente dell’azienda mi nominò Resp di Produzione per le mie capacità lavorative (ho sempre svolto il mio lavoro con amore , passione e responsabilità) passandomi ad un livello superiore anche in busta , nel frattempo erano state assunte 2 operaie ed una segretaria con cui sino a ottobre 2010 ho sempre lavorato bene ed in completa collaborazione, solo una collega la sig.ra Cinzia Calzolari non ha mai acetato il mio ruolo di responsabile creando sempre disordine, più volte ho richiesto l’intervento dei miei superiori a riguardo ma senza mai ottenere dei risultati, il mio comportamento è sempre stato di apertura verso gli altri e grande disponibilità (i primi 2 anni dopo l’assunzione la sig.ra Cinzia Calzolai veniva tutti giorni ospite a casa mia per poter consumare il suo pranzo visto che la sua abitazione dista a quasi 30 km dell’azienda ). Dalla fine del 2008 iniziò un periodo direi bruttissimo a fine novembre del 2008 scoprì di essere incinta ed immediatamente l’azienda mi mise a casa per rischio chimico. Il 6 dicembre 2008 morì il sig Lorenzo Ansaloni per me una figura importante di cui sento ancora la mancanza , il 5 febbraio del 2009 ebbi un aborto spontaneo, partorì mia figlia morta, rimasi a casa un mese poi rientrai a lavoro venni accolta come se fossi in casa , ripresi il mio ruolo come se fossi mancata solo un giorno fui accolta bene dai miei colleghi e dai miei superiori. Non ricordo bene le date ma a distanza di poco mi feci male ad un ginocchio e rimasi ingessata per un mese dall’inguine alla caviglia rimasi a casa circa un mese e mezzo rientrai a lavoro sempre felice di farlo l’azienda l’ho sempre sentita mia, da lì mancai altre volte ma per piccole cose accertamenti diagnostici o patologie risolvibili in breve tempo. All’inizio del 2010 iniziai ad accusare dolori alle braccia ed inizia a fare accertamenti come da documentazione medica in mio possesso comunque continuai a lavorare mancando lo stretto necessario per le visite, verso giugno 2010 inizia con una sciatica che fù il campanello dall’allarme per la patologia per cui poi venni operata, comunque continuai il mio lavoro malgrado il mio stato di salute l’azienda aveva bisogno di me prima delle ferie i clienti si riempiono i magazzini lavorai sino a i primi d’agosto. Al rientro dalle ferie ripresi il lavoro ma la gamba mi faceva male la notte non riuscivo a girarmi nel letto feci delle risonanze e da lì diagnosticarono una cisti sinoviale L4 L5 presi appuntamento con il Dott. Maida del Ospedale Sant’Anna di Ferrara che mi mise in lista per l’intervento. Comunque io continuavo a svolgere il mio lavoro che oltre alla produzione, comprendeva l’organizzazione del lavoro per me e per le mie colleghe dall’arrivo dell’ordine, preparavo le schede di produzione, le etichette per i prodotti inserivo le frasi di sicurezza, organizzavo la spedizione in collaborazione della sig.ra Sabrina Berardi , in collaborazione con la sig.ra Antonella Ruggiero controllavo se i prodotti erano in casa o dovevano essere miscelati e se c’era da ordinare il materiale per la produzione, sempre in armonia e grande collaborazione, come sempre i problemi li avevo con la sig.ra Cinzia Calzolari che non accettava quando gli impartivo degli ordini, diceva che il mio modo la indisponeva, il ruolo di responsabile non è facile ancor meno quando trovi persone che invece di collaborare fanno di tutto per intralciarti, ho continuamente segnalato questo a i miei superiori senza risultati mai una lettera di richiamo o altro l’hanno sempre lasciata fare, non discuto sul fatto che è una persona che lavora, ma il suo atteggiamento lo sempre trovato inappropriato a livello professionale. A fine ottobre 2010 dopo la visita con il dott. Maida venni visitata dal medico aziendale il dott. Manneschi a cui presentai la documentazione medica risonanze e diagnosi del dott. Maida, mi rese non idonea per le limitazioni scritte sulla prognosi dello specialista sino a risoluzione della patologia rimasi a casa sino all’intervento fatto il 21 dicembre 2010 , dovetti stare a casa in assoluto riposo con l’utilizzo del busto per potermi sollevare dal letto sino alla prima visita di controllo a fine gennaio 2010 dal dott. Maida dove mi ritenne pronta a ripartire gradualmente alle mie attività sia lavorative che personali. Presentai la documentazione medica al medico aziendale che mi rese idonea e potei rientrare a lavoro. Al mio rientro trovai molte cose cambiate e comunque non trovai la disponibilità alla collaborazione come ero abituata sino ad allora, trovai un gran disordine organizzativo nessuno in quel caso il sig. Andrea Capilupi mio diretto responsabile mi aiutò a riprendere il mio ruolo anzi venni messa subito da parte creando in me un gran disagio, trovai le mie colleghe cambiate nei miei confronti ostili e fredde, esposi il mio disagio, provando a parlare più volte con il sig Andrea Capilupi, ma senza risultati vedevo tante cose che non andavano non c’era più un filo conduttore , Andrea mi chiese di mettere per iscritto cosa per me non andava ed io gli scrissi una mail (ancora in mio possesso ), ma le cose non cambiarono anzi peggiorarono e partì tutto da un episodio, il sig Andra Capilupi dovette mancare per cose sue personali e mi chiamò lui aveva i contatti con i fornitori e mi disse che avrei ricevuto una telefonata da parte di un’azienda che doveva fornirci del materiale e mi sarei dovuta mettere d’accordo per la consegna, mi chiamarono e mi diedero una data richiamai Andrea per organizzare lui mi impartì l’ordine di produrre il Wash per poter svuotare le cisterne e averle disponibili per il giorno della consegna del prodotto, dopo la sua telefonata tornai in produzione per mettere al corrente le mie colleghe ed organizzare il lavoro, come sempre parlai prima in generale e poi dando i ruoli a ciascuna , la sig Cinzia come sempre polemizzo dicendomi che tanto il giorno dopo ci sarebbe stato Andrea o la sig.ra Ruggiero e che loro le avrebbero detto il da farsi, la cosa mi irritò molto le dissi che io ero in quel momento la resp e che avrebbe dovuto fare ciò che dicevo girando le spalle e andandomene per evitare una lite, chiamai subito il sig Capilupi per metterlo al corrente del fatto, mi aspettavo da parte sua un intervento in mia difesa ma così non fù come sempre non venivo tutelata per il ruolo che ricoprivo, episodi simili ne capitarono altri ed io li ho sempre denunciati senza mai ricevere riscontro anzi venivo colpevolizzata . L’ostilità nei miei confronti si percepiva nell’aria per ogni cosa che dicevo mi veniva puntualmente risposto “ Ma tu sei mancata “se fosse colpa mia come se avessi voluto mancare venivo ferita ogni giorno sino al punto che venni demansionata mi misero a fare lavori che facciamo fare a persone senza esperienza, mi sentii umiliata dopo tutto quello che avevo dato all’azienda caddi in depressione il mio medico di famiglia mi indirizzo verso il centro d’igiene mentale dove mi visitò la psichiatra mi fù diagnosticata una reattività depressiva per problematiche nell’ambiente lavorativo ancora oggi prendo antidepressivi e vado dal psicoterapeuta tutto questo si ripercuote anche nell’ambito familiare più volte sono andata al pronto soccorso in azienda ho avuto un attacco di panico mai avuti in vita mia è intervenuto l’elisoccorso pensando avessi un infarto per i sintomi che avevo fui trasportata a bentivoglio in ambulanza , ne successe un altro ma non chiamarono il 118 ma mi accompagnarono a casa la si.ra Berardi ed il sig Capilupi, ma stavo male non smettevo di piangere mi recai al centro d’igiene mentale in condizioni pietose mi consigliarono una nuova visita psichiatrica e di rivolgermi all’ospedale perché non potevano somministrarmi farmaci, andai al PS dove mi presero a carico sino al pomeriggio ( certificazioni mediche tutte in mio possesso), tutto questo oltre aver creato problemi a me li ha creati anche a mio figlio vedendomi sempre con gli occhi gonfi e triste, stà già subendo una separazione anche se con io marito stiamo cercando di non fargliela pesare ma vedere me sua madre che stò male provoca dolore anche a lui, stò pensando seriamente di portarlo da un psicoterapeuta per farlo aiutare a superare questi momenti come da consiglio dell’insegnante e della pediatra con cui mi sono consultata. Dai primi di febbraio al giorno del licenziamento ho dovuto prendere vari periodi di malattia a causa dell’intervento, come blocco delle gambe con forti dolori da non potermi muovere che duravano da un’ora a giornate intere, forti dolori alla schiena e alle braccia che non mi permettevano di svolgere le mansioni più semplici, mal di testa persistenti mi sono durati 15 giorni consecutivi non passavano con analgesici ma solo con medicinali come il lixidol per questo ho fatto visite neurologiche ma la causa è sempre la schiena, e la depressione causata dai loro atteggiamenti ostili nei miei confronti mi hanno spaesato e avvilita mi sono sentita messa con le spalle al muro, in tutto questo tempo ho cercato il dialogo inutilmente ho richiesto una riunione a luglio dove ho richiesto la presenza del socio maggioritario a cui mi ero rivolta come testimone e supporto visto il mio stato di salute ho portato mio fratello che è un carabiniere , c’è stata una semi apertura, mi è stato chiesto di proseguire la malattia sino alle ferie e di riprendere a settembre , ma al rientro nulla è cambiato sono stata isolata ancora di più anche quando mi vedevano con le lacrime che colavano mentre lavoravo nessuno si è mai degnato di chiedermi se avevo bisogno o come stavo, portandomi al punto di lasciare il lavoro e andare dal mio medico con gli occhi gonfi dal pianto mi dava dei giorni per stare a casa perché non riuscivo più a sostenere tutto questo sino al 21 novembre 2011 che mi sono presentata a lavoro puntuale vengo accolta in ufficio dal sig. Capilupi in presenza della sig.ra Berardi dove mi viene letto il licenziamento immediato, Andrea Capilupi che veniva tutti i giorni a casa mia, che si è seduto al mio tavolo lui che ho aiutato a rientrare in azienda dopo l’esplulsione lui a cui ho chiesto aiuto e più volte dei colloqui per poter risolvere la situazione lui mi ha letto il licenziamento ho provato un grande dolore mi sono sentita tradita un pugnale nel cuore io ho creduto in lui che delusione l’azienda che ho sentito mia e che ci ho lavorato come se lo fosse per ben 8 anni sempre disponibile per un lungo periodo ho avuto il mio cellulare collegato all’allarme intrusione e antincendio senza nessuna ricompensa , ma l’ho sempre fatto perché ci credevo perché era il mio lavoro , mi hanno tolto tutto ogni speranza
E’ GIUSTA CAUSA?
mancini cesareo says:
gen 7, 2012
..mi sono veramente stancato di leggere sempre e solo diritti….tutti bla bla bla e manco avete idea di come funzioni una azienda nella realtà, pensate di conoscerla ma solo sulla carta, non è così purtroppo.
conosco aziende che negli ultimi 2 anni si sono mangiati quello che avevano costruito in 30 anni, e questi avevano massimo 10 dipendenti, è giusto questo.?…chi si è messo a rischio per tutti quelgi anni.? per poi rimanere senza nemmeno un pugno di mosche, anzi, debiti, e per cercare di salvaguardare i propri dipendenti tiravano fuori i soldi dal conto personale…..ma una azienda senza soldi è come un bosco dato alle fiamme, altro che art 18….. chi ha voglia di lavorare si tira su le maniche e va a lavorare, tranquilli che nessuno lo licenzia, è il troppo garantismo la rovina di tutto…..nel bilancio economico di una qualsiasi azienda non si può ottenere poco per dare molto, questo è impossibile….ognuno ha il suo compito e se questo non funziona va a casa, si cerca un lavoro più consono alla propria personalità, non che altri devono portare a casa la pagnotta anche per l’altro….volete garantismo.? perfetto, ben venga, allara che ci siano garanzie anche per piccola e media impresa, non che se le cose van bene paghi e quando van male arrangiati…..è una vergogna.
io faccio il terzista e vi garantisco che se non lavoro 14/15 ore al giorno porto a casa meno del dipendente…fatturo fino all’ultimo centesimo, per ingrassare chi.? la mia famiglia secondo voi.? …. vado in giro con un fiorino, non con un suv come tanti dipendenti, vogliamo parlare anche di questo.?….. fiato sprecato…..dico solo che bisognerebbe fare distinzioni e molte molte riflessioni prima di dire….
distinti saluti a auguri di un prossimo migliore per tutti.