L’Ungheria sfida il mondo. Il premier magiaro Viktor Orban mette sotto controllo giudici, giornali e sindacati, mentre Fmi e Ue lo attaccano perché limita l’autonomia della Banca centrale. Ma forse sono disposti a cedere

 

La notte di Budapest è appena cominciata ma è già nera come il carbone. Le riforme patriottiche varate a dicembre dal governo Orban – tra le quali anche una Costituzione nuova di zecca – hanno scatenato le ire di Bruxelles, che ha caricato di orribili strenne la Befana diretta in Ungheria.

Prima di tutto il blocco dei negoziati per il piano di aiuti, e poi la minaccia al Paese di essere messo da parte, talmente da parte da finire con un piede fuori dalla porta, come ha avvertito l’ex ambasciatore Usa a Budapest Mark Palmer: «Il premier Orban sta esagerando, potrebbe perdere il suo posto in Europa». Barroso è preoccupato, la Clinton è allarmata e Sarkozy è infuriato, ma perché ce l’hanno tutti con l’Ungheria? Perché le riforme minano l’indipendenza della Banca centrale ponendola sotto il controllo della politica, mentre i mercati internazionali pretendono la completa autonomia dell’autorità monetaria. Sembra una mossa di sinistra ma non lo è, perché l’obiettivo del premier e del suo partito Fidesz non consiste in un’equa distribuzione delle risorse. L’obiettivo è la costruzione di un’orgogliosa nazione magiara capace di non piegarsi alle regole internazionali. L’elenco dei provvedimenti e delle norme costituzionali che segnano il passaggio al centralismo autarchico e patriottico è quasi infinito: i diritti dei lavoratori vengono limitati, con licenziamenti più facili e meno spazio per i sindacati; la libertà religiosa è minacciata, con la riduzione delle confessioni riconosciute; il mondo dell’informazione è sotto attacco, grazie a una legge (giudicata anticostituzionale) che crea una nuova autorità capace di regolare i contenuti della stampa cartacea per garantire una “copertura equilibrata” delle notizie. Dulcis in fundo, la giustizia: oltre ad aver mandato in pensione tutti i magistrati sopra i 62 anni per liberarsi di 300 personalità indipendenti, il governo ha deciso di mettere l’intero sistema giudiziario sotto il controllo di Tunde Hando, moglie dell’eurodeputato di Fidesz Jozsef Szajer. Szajer, giusto qualche mese fa, si è vantato del cosmopolitismo del suo governo affermando che la nuova Costituzione era supertecnologica, perché era stata scritta direttamente sull’iPad, più precisamente il suo iPad.

L’Ungheria, dunque, sta sprofondando in un autoritarismo alla Putin, condito da retorica anti comunista e denunce di un complotto plutogiudaico, ma all’Unione europea e agli Stati Uniti tutto questo non interessa. Washington e Bruxelles vogliono solo che la Banca centrale sia lasciata libera di rispettare altre regole, quelle che decidono loro. Budapest non può permettersi di fare quello che vuole senza subirne le conseguenze. La crisi finanziaria incombe anche per gli ungheresi e il governo Orban l’anno scorso ha chiesto a Bruxelles 20 miliardi di euro come fondo precauzionale (per “prevenire” eventuali difficoltà). Contemporaneamente, l’Ungheria ha bisogno di rifinanziare 4,8 miliardi di debito. Per questi sonanti motivi l’11 gennaio i negoziatori magiari sono andati a Washington a parlare con i funzionari del Fmi e il 16 gli americani arriveranno a Budapest. «Il rischio è che il Fondo monetario e le istituzioni europee siano così deboli da accettare le condizioni di Orban», ci dice Karoly Attila Soos, membro dell’Accademia delle scienze ungherese e ex segretario di Stato. «Per l’Occidente la bancarotta dell’Ungheria è più pericolosa che per l’Ungheria stessa». Autorità internazionali troppo indecise potrebbero lasciare spazio a Orban, che nel frattempo cerca di rassicurare i mercati promettendo di non voler toccare i conti correnti e i depositi bancari, «ma quello che ha in mente è un grande progetto di rinazionalizzazione, già iniziato imponendo alle banche tasse che superano di dieci volte quelle imposte dagli altri Paesi Ue. Il Fondo monetario e l’Europa dovrebbero impedirglielo», continua Soos, «ma non lo faranno». Non sono d’accordo gli europarlamentari socialdemocratici e nemmeno quelli liberali, che invece hanno chiesto alla Ue di applicare all’Ungheria di Orban sanzioni simili a quelle che furono imposte al’Austria di Haider. Ma il Parlamento, in Europa, conta sempre di meno e il popolo ungherese è ogni giorno più solo. A Budapest le manifestazioni contro il governo stanno portando per strada decine di migliaia di persone, i giornalisti protestano facendo lo sciopero della fame, i parlamentari dell’opposizione si incatenano ai cancelli del Parlamento, ma Orban non ha paura di cadere. Non la ha perché ha riformato i distretti elettorali in modo da vincere in ogni caso. Soprattutto, ha consegnato il diritto di voto alle minoranze ungheresi che vivono in Slovenia, Serbia e Romania, assicurandosi la fedeltà imperitura di queste comunità. Secondo il quotidiano francese Libération, con le attuali regole elettorali, al partito Fidesz basterebbe il 25 per cento dei consensi per guadagnare i due terzi dei seggi parlamentari. E nonostante il pesante calo di consensi nelle città, la formazione di Orban non ha problemi a raccogliere voti nelle campagne e nelle province. La retorica populista attecchisce bene in una nazione pesantemente impoverita e colpita da una crescente disoccupazione. La comunità internazionale è vista come un coacervo di nemici, anche perché un tempo dall’estero arrivavano piogge di investimenti, invece adesso le multinazionali non sono più soddisfatte dalle condizioni offerte dall’Ungheria e preferiscono delocalizzare altrove, più a est o più a sud. A dare man forte a Fidesz c’è anche il partito xenofobo Jobbik, che alle ultime elezioni ha preso il 16 per cento dei voti e che continua a guadagnare consensi. Jobbik milita all’opposizione, ma sempre più spesso vota a sostegno dei provvedimenti di Orban, riconoscendolo come legittimo difensore degli interessi ungheresi. Per sdebitarsi, il premier ha dato una bella stretta all’ordine pubblico e imposto una serie di limiti alle sue politiche di sostegno delle famiglie numerose in modo da escludere i rom dall’elenco dei beneficiari.

Lo scenario è così catastrofico che persino la sinistra italiana riuscirebbe ad approfittarne. Ma i socialisti ungheresi ci superano in autolesionismo, e dopo le disastrose elezioni del 2010 (nelle quali sono passati da 186 a 59 seggi) si sono spaccati in due. Da una parte sono andati i liberaldemocratici, che insieme all’ex premier Gyurcsany hanno formato il Democratic coalition party (Dk) abbracciando un’ideologia neoliberista e proponendosi di lottare contro Fidesz in nome della modernizzazione. Il Dk non riscuote grandi consensi, anche perché gli ungheresi non hanno dimenticato quell’infelice uscita di Gyurcsany del 2006, quando sostenne che tutti i partiti, compreso il suo, dicevano «bugie giorno sera e notte pur di guadagnare il potere». L’altra parte del partito è rimasta formalmente socialista, ma nonostante le battaglie in difesa dei diritti civili strizza l’occhio al liberismo e chiede fedeltà ai dettami dell’Fmi. In un panorama così desolante, una delle poche novità di rilievo è un movimento che si chiama “IV repubblica” (4K) e che si definisce di «sinistra patriottica». I suoi fondatori – soprattutto studenti – combattono contro le prevaricazioni di Fidesz e vogliono difendere i diritti degli ungheresi. I giovani di 4K hanno appena dichiarato di voler creare un partito per le elezioni del 2014, confidando in un bacino di elettori di centrosinistra che si rifiuta di votare per formazioni che abbiano radici nel passato comunista. Una buona parte dell’elettorato, però, crede ancora in Orban e vuole che il premier porti avanti la sua battaglia contro il mondo. Fare qualche passo indietro per contentare Fmi e Ue potrebbe costare molto alla destra ungherese, tanto da far ipotizzare uno scenario in cui il premier si dimette per poi farsi rieleggere stipulando un nuovo patto con l’elettorato. «Non credo che ci saranno elezioni anticipate e non credo che il governo abbia un exit strategy», sostiene Soos. «L’Ungheria continuerà ad andare a rotoli, la vendita di quest’ultima tranche di buoni del Tesoro (183 milioni di euro di debito piazzati sui mercati il 10 gennaio, ndr) è andata a tassi di interesse altissimi. È chiaro che questa politica non è sostenibile». Ma il governo ungherese non è d’accordo. Gyula Pleschinger, membro del team di negoziatori inviato da Orban negli Usa, sostiene che non sarà una tragedia se non si trova un accordo con l’Fmi, perché l’Ungheria ha già pronto un piano B. Bisognerà vedere se gli ungheresi saranno disposti a offrire il loro lato B.