Dopo l’ennesimo fatto di sangue, gli esperti puntano il dito contro la gestione Alemanno: «Mancano prevenzione, servizi e sovranità»
Mentre la lista dei morti ammazzati per le strade romane si allunga, il sindaco Gianni Alemanno finisce sul banco degli imputati. Proprio lui che nel 2008 aveva incentrato la sua campagna elettorale sul tema della sicurezza. Esperti e protagonisti della lotta alla criminalità non hanno dubbi: se Roma sta segnando record negativi di violenza, in una scia di omicidi, sparatorie e gambizzazioni, è anche perché la città è gestita male. «Nella Capitale si percepisce l’assenza del potere sovrano e l’indifferenza dei passanti», dice Maurizio Fiasco, sociologo e consulente della Consulta nazionale antiusura. «Girando per le strade hai il messaggio di una città dove l’illegalità viene attratta, così si muore per un pugno alla stazione Anagnina o per un diverbio al semaforo». Può accadere di sera, in periferia, com’è successo a Zhou Zeng e alla sua figlioletta di 9 mesi, trucidati il 4 gennaio a Torpignattara, o a Marco Attini, vittima di una vera e propria esecuzione mentre era in macchina con la fidanzata, nel quartiere di Tor Vergata, a metà dicembre. Ma può succedere anche di giorno, in pieno centro, come nel caso di Flavio Simmi, assassinato in una mattina di luglio nel signorile quartiere Prati. Una violenza riconducibile a una guerra per bande che trova il suo terreno di coltura nell’assenza di sovranità: «Roma sta stramazzando in un vuoto gestionale», continua Fiasco, «il potere amministrativo dovrebbe orientare i servizi sul territorio a obiettivi, ridurre le aree abbandonate e aumentare i controlli. Invece a Roma non funziona niente: né la manutenzione delle strade, né il controllo sugli abusi edilizi e commerciali, non la pulizia o i trasporti. In periferia la qualità dei servizi è addirittura peggiorata con la giunta Alemanno, che non ha un modello per la sicurezza urbana, ma procede per messaggi simbolici ». Secondo il sociologo la responsabilità del fatto che «oggi è più remunerativa la rapina al cinese del money transfer o al tabaccaio che non l’assalto in banca» è anche delle categorie economiche, che non sono state in grado di «definire un modello competente di gestione del rischio connesso all’attività di impresa». Pesa anche, aggiunge, «un modo vetusto e inadeguato di concepire il servizio di polizia sul territorio, perché fortemente condizionato dalla ricerca della politica di risolvere con la retorica quello che dovrebbe essere risolto con la responsabilità amministrativa».
Ancora più esplicito il j’accuse di Gianni Ciotti, segretario provinciale del sindacato di polizia Silp- Cgil: «Per anni il sindaco di Roma ha fatto ordinanze antiprostituzione, distogliendo personale dai servizi tipici di polizia per rincorrere le prostitute o gli extracomunitari coi borsoni». Politiche di sicurezza errate che, combinate con i tagli lineari del precedente governo, hanno minato il controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine: «Roma risente dei tagli più delle altre città: in due anni la sicurezza ha perso due miliardi e mezzo. Se si privilegia un servizio di ordine efficiente per cortei e scorte, si penalizza il lavoro investigativo. La prevenzione in questa città non si fa più: non escono più volanti per controllare il territorio, né auto della squadra mobile, l’ufficio principe per le indagini. Non abbiamo più l’antenna sulla città. Praticamente abbiamo perso il controllo del territorio anche a livello investigativo», denuncia il sindacalista. «Se la priorità è l’aggressione al crimine dobbiamo avere uomini e risorse, dobbiamo ricostruire le squadre giudiziarie dei commissariati. Il sindaco e l’amministrazione devono fare la loro parte per evitare che il disagio delle periferie faccia il salto e diventi criminale. Alemanno sinora ha rincorso le emergenze, caso per caso. Fino a qualche mese fa, il sindaco negava addirittura la presenza di strutture criminali importanti. I suoi primi atti di attenzione alla sicurezza sono stati la guerra al disagio sociale, non alla delinquenza vera». Certo, a fine dicembre il ministero degli Interni, il Campidoglio, Palazzo Isimbardi e la Regione Lazio hanno siglato il terzo Patto per Roma sicura, ma Ciotti preferisce attendere che le tante promesse, compresi i 400 uomini in più, diventino realtà.
Anche Ezio Paluzzi, assessore alla Sicurezza della Provincia di Roma, sottolinea che «la sicurezza non si fa con i comunicati stampa o incrementando la paura dei cittadini con la caccia al diverso». E mentre chiede che si investa di più sull’educazione alla legalità e alla convivenza civile, conclude: «Se destiniamo le forze dell’ordine alla prevenzione sulla prostituzione o sul commercio abusivo è chiaro che si perde un po’ di attenzione ai problemi più seri». L’amministrazione capitolina si difende scaricando le responsabilità: «Una giunta comunale ha competenze per il decoro, i controlli amministrativi e quell’area borderline dove la devianza diventa microcriminalità. E qui si è fatto un gran lavoro. Ma a Roma si stanno strutturando bande territoriali che tendono al controllo dello spaccio delle sostanza stupefacenti. In questo caso non siamo più nell’ambito della sicurezza urbana ma della sicurezza pubblica, competenza delle forze dell’ordine», dichiara Giorgio Ciardi, delegato alla Sicurezza per il Comune. Nega che le priorità di Alemanno abbiano tolto risorse al territorio: «Le ordinanze del sindaco le attuiamo attraverso il corpo di polizia locale. Registriamo un aumento dell’aggressività sociale, ma questo è un problema mondiale». Sull’allarme periferie, Ciardi scarica di fatto la colpa sull’immigrazione: «La governance va rafforzata nei luoghi in cui le criticità sono maggiori, ma bisogna tener conto che i problemi di fondo li abbiamo nei quartieri oggetto di flussi migratori importanti, come Torpignattara». Gli stessi comitati di quartiere, però, chiedono più servizi, non meno immigrati: «Vogliamo un presidio di sicurezza sul territorio ma soprattutto che si investa sulla qualità della vita e sulle tante forze sane», dice Valeria Garbati del comitato Torpignattara. «Nel nostro quartiere non ci sono biblioteche, né parchi, né cinema. Da tempo auspichiamo il ripristino dei servizi, della pulizia, dell’illuminazione, ma anche l’istituzione di un ecomuseo. Non viviamo solo un problema di ordine pubblico, ma un logoramento che ha precise responsabilità istituzionali e mediatiche di chi ci rappresenta come banlieue».