Roma non è Palermo. Non c’è la mafia che controlla ogni vicolo della città e chiunque può ritagliarsi uno spazio e gestirsi il business in cui si sente più portato. Nella Capitale c’è posto per tutti: criminalità organizzata o singoli balordi. Come quelli che probabilmente hanno assassinato il 4 gennaio Zhou Zeng e la figlia Joy di soli 9 mesi. Hanno colpito e sono spariti nel nulla. Oggi la comunità cinese, nonostante gli sforzi degli inquirenti, si sente in pericolo, perché nessuno è in grado di spiegare con certezza da dove sia partito l’attacco. «Non riusciamo a capire chi abbiamo di fronte», dice Lucia Hui King, portavoce nazionale della minoranza asiatica, mentre alle sue spalle è tutto un luccichio di candele per la fiaccolata organizzata in memoria delle vittime il 10 gennaio.

I cinesi, considerati una delle comunità più chiuse, per la prima volta diventano visibili e sfilano per le strade di Torpignattara. «Ci sentiamo insicuri, spesso veniamo seguiti, pedinati da qualcuno», spiega Hui King. «Anche se non sappiamo dare un’identità a queste persone. Potrebbero essere magrebini, italiani, o magari altri cinesi». L’unica convinzione della portavoce è che non si sia trattato «di mafia, semmai di piccoli criminali. Nessuna storia di racket, solo una tragedia». Una delle tante che hanno segnato le strade delle Capitale negli ultimi tempi.

33 omicidi nel solo 2011. A Roma si muore ammazzati più che a Palermo, Napoli o Reggio Calabria. Ma «non necessariamente dietro a ogni episodio di violenza va cercato un gruppo organizzato», sostiene Luigi De Ficchy, procuratore capo di Tivoli, una vita spesa nel contrasto alla criminalità organizzata nel Lazio. «I balordi che usano le armi sono tanti. E noi non controlliamo più nulla, data la scarsità di personale». A Roma ognuno può fare come gli pare, dunque. Lo Stato mostra una scarsa capacità di monitorare il territorio e dall’altra parte manca un gruppo criminale egemone, capace di controllare gli “eccessi” di eventuali cani sciolti. Soprattutto dopo l’arresto di Michele Senese, boss e “signore della cocaina”, che ha aperto un vero e proprio vuoto di potere. Dal 2009, senza “Michele ò pazzo” tra i piedi, in tanti si sono messi in proprio per azzannare almeno una fetta di torta, facendosi largo a colpi di pistola. «Con la caduta del muro di Berlino anche il mondo criminale è cambiato», continua il procuratore De Ficchy. «I gruppi si sono moltiplicati con l’ingresso di organizzazioni albanesi, russe, romene, magrebine». Clan diversi che riescono a convivere, facendo attenzione a non pestarsi i piedi a vicenda, anche nello stesso quartiere. «Non c’è bisogno di spartirsi i territori», argomenta De Ficchy, «il narcotraffico offre la possibilità di sopravvivere a tutti: dal grossista, all’intermediario, fino al piccolo spacciatore». La mappa criminale della Capitale, dunque, non può essere disegnata come fosse una cartina del Tuttocittà. È innegabile che a Ostia ci sia una forte presenza di camorra e degli eredi della banda della Magliana, o che nella periferia Sud di Roma sia attiva la ’ndrangheta insieme ai Casamonica, potente gruppo rom. Ma nonostante la diffusione della criminalità organizzata, non ci sono quadranti delimitati da confini certi: bande e clan condividono gli stessi vicoli. «Ognuno lavora in proprio, ma contemporaneamente è collegato ad anello a tutti gli altri: sia a livello nazionale che transnazionale», sostiene il procuratore di Tivoli che aggiunge: «Il problema è che noi non ci siamo adeguati al cambiamento, anzi, abbiamo destrutturato gran parte degli strumenti che ci consentivano di controllare il territorio».

Roma è più simile al far west che a Palermo. I grandi affari sono monopolio delle organizzazioni mafiose tradizionali – ’ndrangheta e camorra soprattutto – ma il mercato è talmente vasto da garantire la sopravvivenza a qualsiasi consorteria criminale. È la tesi sostenuta anche dagli investigatori del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri. Secondo il Ros, sono proprio le terze linee della criminalità che stanno alzando la testa, il livello medio basso accecato dalla possibilità di potersi tuffare in un business remunerativo, grazie alle “esternalizzazioni” di alcuni settori imprenditoriali che le grandi holding mafiose hanno deciso di appaltare. C’è chi si dedica allo spaccio, chi alla tratta degli esseri umani, chi all’usura. Ma non al racket. Il taglieggiamento degli esercenti, dicono i Carabinieri, non è un fenomeno diffuso nella Capitale. È possibile che si verifichino dei casi isolati, ma non si può parlare di un allarme pizzo. Una ricostruzione che stride con i dati diffusi il 10 gennaio da Sos impresa, secondo cui nel Lazio almeno il 10 per cento dei commercianti paga il pizzo, ma che trova sponda nelle parole del procuratore di Tivoli. «Secondo me non bisogna sottovalutare i problemi ma neanche enfatizzarli», dice Luigi De Ficchy. «L’estorsione da queste parti non è mai stata organizzata su vasta scala. Un conto è parlare di dati di fatto e un conto sono le proiezioni immaginifiche. La realtà è che non si registra una diffusione capillare del racket. Ciò non significa che le bande romane siano meno pericolose». E troppe armi circolano in città. Una di queste, il 4 gennaio ha ucciso Zhou Zeng e la piccola Joy.