L’hanno presa per le braccia, trascinata a terra, picchiata. A Tunisi la polizia non va tanto per il sottile quando si tratta di manifestanti o di giornalisti che raccontano le proteste. Così Sana Farhat, redattrice del quotidiano Le Temps, il suo servizio del 4 gennaio sul sit in degli insegnanti universitari davanti al ministero dell’Istruzione l’ha dovuto lasciar perdere: invece di una postazione di lavoro, le è stato concesso un posto nella sala d’attesa dell’ospedale cittadino. Non è stata la sola a finire al pronto soccorso, anche se la maggior parte dei manifestanti che si sono scontrati contro polizia e islamisti hanno preferito tenersi lontani da qualsivoglia forma di autorità, fosse pure sanitaria.

Non tira una bella aria in Tunisia da quando se ne è andato Ben Ali, il 14 gennaio 2011, lasciando l’illusione di una libertà a portata di mano. L’episodio del 4 gennaio, più che la testimonianza, ne è la punta dell’iceberg, venuta alla luce solo perché le proteste legate alla chiusura della Faculté des Lettres et des arts et des humanités di Manouba, la località a 7 chilometri da Tunisi che ospita il campus universitario, non potevano passare inosservate. Centinaia di studenti sono rimasti più di un mese senza lezioni perché la facoltà era sotto la minaccia dei salafiti, che inizialmente contestavano il divieto di indossare il niqab (il velo integrale) a lezione, ma che sono arrivati a includere nelle loro richieste anche classi separate tra uomini e donne e una sala per la preghiera. Gli estremisti si sono accampati all’esterno della facoltà il 28 novembre e al preside – che è stato anche aggredito – non è restato altro da fare che mandare a casa 8mila studenti, e aspettare una decisione del ministero. Che è arrivata solo il 6 gennaio, quando finalmente i salafiti hanno accettato di sgomberare il campo. Dicono, e tutti pensano che sia vero, che tra gli agitatori islamisti ci fosse uno dei figli di Ali Laârayedh, ministro dell’Interno, e questo spiegherebbe da un lato la violenza della polizia, dall’altro l’ignavia del governo, che non si è mai schierato a difesa dell’Università. Il ministro Laârayedh ha smentito dalle frequenze di Radio Mosaique, ma ha sfiorato il ridicolo quando per giustificare la presenza del figlio ha sostenuto che era lì “solo per tentare una mediazione” tra islamici e autorità accademiche. Il preside, dal canto suo, non ha fatto altro che applicare la legge, che seppur concepita sotto Ben Ali resta ben più moderna di quella che oggi si vorrebbe imporre. «La democrazia è anche la capacità di accettare quello che non ti piace, come gli estremisti religiosi», commenta Aisha, impiegata statale. Lei ha due figlie, e guarda spaventata le donne in niqab. «Quando le incontro per strada ne ho paura, ma è giusto che abbiano la libertà di scegliere che abito portare. Voglio che anche mia figlia possa deciderlo. In Europa ho visto strade in cui camminavano a fianco ragazze in minigonna e loro coetanee velate. Là c’è una tolleranza che noi non abbiamo ancora: qui il velo è stato proibito da Ben Ali, e non siamo abituati alla convivenza di due mondi così diversi. Credo che sia stata quella repressione a provocare questa esasperazione. Ma a volte temo che il mio Paese diventi come l’Iran: le donne che hanno fatto la rivoluzione hanno già perso i loro diritti».

«Non diventeremo mai un Paese fondamentalista », assicura Skander M’zah, giovane medico tunisino, che però non può fare a meno di esprimere la sua preoccupazione: «Siamo nella merda», ammette elencando tutto quello che manca in questa Tunisia che oggi si vuole “democratica”. «Vuoi sapere cosa è cambiato per me quest’anno? Ho aperto un’associazione per aiutare i più poveri – lavoriamo nel sud della Tunisia per dare assistenza a chi cerca un lavoro o si trova in difficoltà. E quando c’era Ben Ali pensare di avere una propria associazione era impossibile. Ma questo è l’unico cambiamento positivo. Il resto è una catastrofe». La disillusione di Skander è condivisa da molti, ed è tangibile in quel 49 per cento di elettori che il 23 ottobre hanno preferito non andare a votare. Quando a fine dicembre sono stati annunciati i nuovi ministri, la delusione è diventata palpabile anche nelle strade. Scelte come quella di nominare titolare degli Esteri Rafik Ben Abdessalem, genero di Rached Ghannouci (il leader del partito islamico moderato Ennahdha), non sono state apprezzate. Diventare capo della diplomazia solo per aver sposato la figlia del capo, come succedeva con il clan di Ben Ali, non è un buon biglietto da visita per la rivoluzione. Se ci si aggiunge la notizia che Ben Abdessalem ha partecipato, nel febbraio 2010, a una riunione della Nato – come rappresentante del Qatar, non del suo Paese – ce n’è di che infiammare gli animi.

Passa l’idea che sulla Tunisia, come sugli altri Stati protagonisti della primavera araba, si stia giocando il nuovo assetto geopolitico della regione. E che a guidare i giochi sia Doha, dove il premier tunisino Hammadi Jebali fa visita prima di ogni riunione importante. L’emiro del Qatar, Hamad Ibn Khalifa Al Thani, ricambia con frequenti viaggi al Palazzo di Carthage, sede della presidenza tunisina, dove “consiglia” le misure più opportune. Solo la crescente protesta sui social network ha fatto annullare all’ultimo minuto l’invito rivolto all’emiro per assistere alla cerimonia di apertura del lavori della Costituente, nel dicembre scorso. Ma Al Thani non potrà mancare il 14 gennaio, ai festeggiamenti ufficiali della rivoluzione, quando porterà in dono i suoi contributi finanziari.

Un’ingerenza che a molti non piace. Così la televisione panaraba al Jazeera, che un anno fa era l’emblema della rivolta, oggi è considerata la longa manus del Qatar e subisce dure contestazioni. Come quella scoppiata a dicembre contro il direttore della sua redazione tunisina, aggredito da manifestanti che gli contestavano di essere la voce degli islamici. «Nessuna violenza verso i giornalisti può essere giustificata, qualunque ne sia il motivo», sostiene però Soukaïna Abdessamad, ex segretaria generale del Syndicat national des journalistes tunisiens (Snjt), anche se ammette che «Al Jazeera è pro-islamista ». Del resto la stampa, costantemente repressa da Ben Ali, fatica a liberarsi dai lacci del potere. Inevitabile che il nuovo governo la voglia controllare, indicando direttori e caporedattori per tv, quotidiani e agenzie di stampa. È successo il 7 gennaio, quando le nuove nomine per i media pubblici hanno scatenato le proteste della Snjt e dei cittadini, che due giorni dopo hanno manifestato il loro dissenso alla Kashba, ottenendo quanto meno la promessa della rimozione dei personaggi più “spinosi”. «Non ci è piaciuta la scelta né nel metodo né nel merito», dice Soukeima Abdessamad. «Troppi uomini legati al partito di Ben Ali, il Rassemblement constitutionnel démocratique (Rcd), troppe personalità più compiacenti che competenti. Le nomine sono state decise dall’alto, senza consultare né redazioni né sindacati. Non capiscono che “media pubblico” non significa “media governativo” ». Nell’elenco di promozioni volute dal governo spiccano nomi di giornalisti che nel 2009 firmarono gli appelli per la rielezione di Ben Ali. Ennahdha, che in campagna elettorale faceva della distanza dall’establishment la sua bandiera, chiuse le urne ricompatta le fila del vecchio potere.

«Però non possiamo passare il tempo a parlare di Ennahadha e degli islamisti», si lamenta Amina Azouz, giovane docente proprio a Manouba, nell’istituto di Scienze dell’informazione. «Non abbiamo fatto la rivoluzione per i “barbuti”, l’abbiamo fatta perché eravamo senza lavoro, senza futuro, senza libertà. Siamo delusi perché non c’è nessuna risposta politica alle contestazioni che nascono ovunque nel Paese, soprattutto al sud, dove la povertà e a disoccupazione continuano a uccidere. Abbiamo cambiato tutto senza cambiare niente ». Nelle ultime due settimane sono già 4 le persone che si sono date fuoco, senza innescare nessuna nuova rivoluzione. Colpiva l’immagine del presidente Moncef Marzouki al capezzale di Ammar Gharsallah, l’uomo che si è immolato a Gafsa lo scorso 5 gennaio, speculare a quella di Ben Ali un anno prima, chino sul letto di Mohamed Bouzizi. Stesso ospedale, stessa faccia di circostanza, stesso personale ossequioso, stessa tragedia inascoltata. Anche dal punto di vista economico le cose non sono cambiate. Arrivano soldi da Usa e Europa, si aggiungono quelli dei Paesi del Golfo, ma il lavoro non c’è, si sta in attesa di essere chiamati a ricostruire la Libia, se mai succederà. «Sarebbe una cosa buona per noi, che abbiamo 750mila disoccupati. E non lo dico per me, che un lavoro ce l’ho», dice Othman, farmacista nel centro di Tunisi. «Ma da troppo tempo stiamo aspettando un cambiamento che non potrà avvenire a breve, perché ci vorranno almeno dieci anni per ricostruire il tessuto economico di prima. Il turismo, che era la nostra grande risorsa, sconterà la paura degli islamisti che viene dall’Europa. Quanto alle fabbriche, quelle locali chiudono a forza di scioperi, quelle straniere ancora non si fidano, e chissà quando lo faranno ».

Gli islamici di Ennahdha si giocano tutto sull’economia, e le elezioni dell’anno prossimo sembrano già troppo vicine. «Io non credo affatto che se ne andranno, non è gente che lascia il potere», dice Aisha. «Continueranno a puntare sugli elementi che li hanno fatti vincere: il nazionalismo, l’identità araba e musulmana, i costumi occidentali come fonte di tutti i mali». Nel linguaggio semplificato usato dai leader di Ennahdha – che tutto sono meno che ignoranti – le donne in minigonna o gli uomini che bevono sono figli di quell’Europa che ha portato la Tunisia al declino, consentendo a Ben Ali di conservare il potere per più di 20 anni. Loro, gli occidentalizzati che si esprimono in francese , sono i “nemici della patria”. I barbuti, che parlano arabo e difendono le loro radici, alleandosi con Paesi della stessa lingua e religione, ne sono invece i salvatori. Anche se, a conti fatti, il migliore alleato della Francia è il Qatar. E viceversa. «Abbiamo cambiato tutto senza cambiare niente», davvero.