Certo che di essere comunista Monti non era mai stato accusato in vita sua. Proprio lui, Mr Monti, dal perfetto curriculum anglosassone. Invece. «Al governo sembrano certi brezneviani, che all’epoca della stagnazione sovietica affermavano che non si era fatto abbastanza socialismo», attacca l’economista Emiliano Brancaccio, docente all’università del Sannio. Perché? Perché la partita in gioco ha molto di ideologico e poco di reale. «Può accadere che a seguito delle liberalizzazioni i prezzi aumentino anche più dell’inflazione. Per esempio, nel campo delle assicurazioni auto, il passaggio dai prezzi amministrati ai prezzi liberi ha comportato un boom delle tariffe oltre quattro volte superiore all’inflazione», dice l’economista. «Così come, spesso, la conseguenza di un processo di liberalizzazione è la concentrazione dei capitali. A questo i fautori delle liberalizzazioni replicano sostenendo che non si è ancora liberalizzato a sufficienza». Lo conferma anche la Cgia di Mestre, blasonato centro studi della piccola impresa del Nord Est. Titolo: «Le liberalizzazioni sono state un flop». Dalla data dell’abolizione di lacci e lacciuoli, i pedaggi autostradali sono cresciuti del 50 per cento, i servizi bancari del 109 per cento, più del doppio, le assicurazioni sulle automobili del 184 per cento. Se i prezzi fossero rimasti uguali a quelli dell’epoca “statalista”, i cittadini italiani avrebbero risparmiato 109,6 miliardi. Si stava meglio quando si stava peggio. «Non esiste alcuna relazione di causa effetto tra liberalizzazioni e riduzioni dei prezzi», chiosa Brancaccio. Tutti sanno che non saranno farmacie e taxi a far uscire l’Italia dalla recessione – anche se qualche centro studi vaticinava un impensabile + 2 per cento del Pil (la bellezza di 30 miliardi di euro) e la stessa Antitrust sparava un molto ottimista +1,5 per cento (oltre 20 miliardi). Magari bastasse così poco. Ci sarebbe da arrabbiarsi di brutto, se per pochi tassinari l’Italia rischia di fallire. Ma “Cresci Italia” è un clamoroso falso, in fondo è solo un diversivo. Si litiga coi farmacisti, ma in realtà la vera guerra è con l’Europa. Solo che il trucco è stato presto svelato. Il pacchetto di liberalizzazione andava fatto in fretta, dicevano da Palazzo Chigi, per farlo pesare sul tavolo della diarchia europea Parigi-Berlino, convocato il 20 gennaio. Poi, per motivi imperscrutabili, il vertice è saltato. E ora Monti si ritrova solo coi soliti tassisti infuriati, perfetti capri espiatori. L’Italia si ferma per guardare in tv lo psicodramma delle auto bianche. La crisi dell’Euro rimane lì. E pure le rendite di posizione, quelle vere, che il governo non ha inserito nel suo pacchetto. Mentre, nascosto tra le righe, si trova qualche regalo ai grandi ricchi.

Ferrovie Il pacchetto di liberalizzazione è ancora in bozza, ma già ha provocato uno sciopero. Che rischia di creare non pochi disagi. L’ha indetto il sindacato di base Usb per il 27 gennaio, contro la manovra del governo e la minaccia di tagliare l’articolo 18. E fermerà completamente treni e trasporto locale. Alla protesta, infatti, ha aderito anche il sindacato maggioritario dei ferrovieri l’Orsa. Il suo segretario, Alessandro Trevisan, è su tutte le furie, specialmente per quella misura che cancella l’obbligo di applicare i contratti nazionali nel settore. «Da anni stavamo provando a costruire un unico contratto di lavoro della mobilità, valido per tutte le imprese. Tremonti aveva inserito nella manovra di agosto l’obbligo di applicarlo. Ora il governo cancella tutto». La conseguenza: «Oggi ogni impresa può applicare il contratto che vuole, in puro stile Marchionne. Si può competere al ribasso sul costo di lavoro». Un esempio? «Ntv, la Nuovo trasporti viaggiatori, la compagnia privata di Montezemolo e Della Valle, ha firmato un suo contratto secondo il quale un ferroviere può arrivare a 12 ore di lavoro consecutive e un macchinista può guidare senza sosta per 7 ore, senza mai fermarsi. In Trenitalia al massimo il servizio di guida può durare 5 ore. Si sono guadagnati un risparmio sul costo del lavoro del 30-40 per cento». Siccome la Ntv compete direttamente con Trenitalia nel settore più remunerativo, l’alta velocità, Moretti è andato su tutte le furie. E ha minacciato: «Siamo pronti a disdettare il contratto». A questo si aggiunge la proposta dello scorporo amministrativo della rete dal gruppo Fs, per assegnarla al ministerodell’Economia. «Non accade in alcun Paese europeo. A Parigi e Berlino si rafforzano i campioni nazionali. Noi invece, che siamo già i più liberalizzati, ci indeboliamo ancora. Lasciando spazio all’ingresso degli stranieri. Già i francesi di Sncf possiedono parte di Ntv, e i tedeschi di Db sono entrati nel trasporto merci», spiega Trevisan.

Autostrade È una gallina dalle uova d’oro, che vale miliardi. Le tariffe sono aumentate del 3,1 per cento da gennaio, e le società, che si sono aggiudicate il controllo delle società concessionarie, privatizzate alla fine degli anni Novanta, incassano profitti miliardari. Sono una lobby potentissima, ma non scendono in piazza, basta alzare il telefono. A capo c’è Fabrizio Palenzona, presidente dell’Aiscat (Associazione italiana concessionarie autostrade e trafori), di aeroporti di Roma, vicepresidente di Unicredit, seduto nei Cda di Gemina e Mediobanca. E due gruppi privati: i Benetton e Gavio. Poteri forti davvero, altro che tassisti. Il governo, nella sua bozza liberalizzatrice, introduce un’Autority per i trasporti, che dovrà rivedere i contratti introducendo il cosiddetto price cap, una tecnica che dovrebbe legare i profitti incamerati, crescita della produttività e investimenti. Giorgio Ragazzi, è docente di scienza delle finanze a Bergamo ed autore di libro dal titolo che spiega molto: I signori delle autostrade. Un volume che denuncia la vera «cuccagna», come la definì l’ex ministro dei Trasporti Di Pietro, dei concessionari. Profitti fuori dal mondo, fino al 20 per cento. E investimenti sulle strade ritardati, per allungare guadagni e concessioni. «Quando lo Stato ha privatizzato Autostrade, ha venduto un profitto certo ai privati», spiega Ragazzi. «Spesso funziona così: i privati rivalutano nei bilanci il valore dell’autostrada, dichiarano un maggiore capitale. Quindi chiedono – e ottengono – di poter aumentare le tariffe per remunerarlo. L’Anas, che dovrebbe controllare, glielo permette». Ben venga, dunque, un’Autority. «Ma non è chiaro cosa vuole il governo, la lobby dell’Aiscat è fortissima, nessuno è mai riuscito a scalfire il loro potere. Il meccanismo del price cap, ad esempio, non è una novità, è già previsto. Ma è stato applicato a tutto vantaggio dei privati», spiega Ragazzi. I precedenti più recenti non fanno ben sperare. Il governo, su richiesta del Pd, aveva già inserito la nuova autority nella manovra di dicembre, ma nottetempo l’esecutivo l’aveva cancellata. «E poi, in questi mesi, c’è la gara per la concessione dell’Autobrennero. Il bando è scandaloso, è uno scippo di soldi pubblici da 5 miliardi». Sulla questione delle autostrade, però, il governo ha preferito delegare tutto all’autority. Nel 2007, quando l’allora ministro Di Pietro aveva deciso di intervenire a gamba tesa sulle concessionarie, usò un decreto. Ma fu bloccato dai ricorsi.

Servizi pubblici locali La lenzuolata di Monti ha fatto andare su tutte le furie anche il movimento dell’acqua pubblica, impegnato ora a difendere il risultato del referendum dello scorso giugno. Quando 26 milioni di italiani dissero no alla privatizzazione obbligata dei servizi locali (tutti, non solo il rubinetto) voluta dall’ex ministro Ronchi. Ma la manovra di questo agosto di Tremonti reintrodusse sotto smentite spoglie l’articolo abrogato, facendo salva solo l’acqua. Ora l’esecutivo Monti si spinge oltre. E pone ulteriori paletti alle azienda pubbliche che non ricorrano alla gara e non vendano ai privati le loro quote, acqua compresa. A gestire la partita miliardaria dei servizi pubblici locali è il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo, direttore della Fondazione di Fabrizio Cicchitto, “Riformismo e libertà”. Secondo do il quale «il referendum dell’acqua è stato un mezzo imbroglio». Il governo ha introdotto lo stop alla possibilità di gestire i servizi locali tramite aziende speciali, e prevede misure ad hoc per i comuni che vendano ai privati quote delle loro società. Durissima la reazione del “popolo dell’acqua”, che ha lanciato un appello sulla rete (sono decine di migliaia le sottoscrizioni) e sta lanciando una campagna di “obbedienza civile” per difendere il risultato del referendum. Inutile ricordare che la cosiddetta liberalizzazione dei servizi pubblici locali in realtà nasconde l’intento di privatizzare quote delle società pubbliche. E che numerosi casi di privatizzazione hanno portato vertiginosi aumenti dei costi pagati dai cittadini.

A tutto gas Per liberalizzare il settore energetico, il governo sta pensando a una soluzione drastica: lo scorporo di Snam rete gas da Eni. Nelle intenzioni dell’esecutivo, separare la proprietà di chi gestisce e realizza la rete di metanodotti dal campione nazionale dell’energia genererebbe crescita e risparmi per i consumatori. O almeno così si spera. I precedenti fanno ben sperare. Nel settore elettrico, con la società Terna indipendente a gestire solo la rete, l’ingresso di più attori nel mercato ha prodotto per i consumatori un risparmio di 4,5 miliardi annui. L’ipotesi di Monti è di creare una “società pubblica delle reti”, fondendo Snam e Terna (gas e luce), per liberare definitivamente il mercato degli approvvigionamenti. Ma il gas non è l’elettricità e non è detto che liberalizzazione equivalga a crescita e risparmio. O meglio, non è sufficiente. Come sostiene anche l’Autorità nazionale per l’energia, da sempre favorevole alla separazione tra Snam ed Eni. «È innegabile che rimane il problema del mix di produzione», spiega Sandro Staffolani, responsabile dell’ufficio stampa dell’Autorità per l’energia. «Siamo fortemente dipendenti dall’importazione, andiamo a tutto gas, non abbiamo il nucleare francese. E non abbiamo infrastrutture adeguate». Lacune che comportano una serie di problemi che le liberalizzazioni da sole non saranno in grado di superare. «Abbiamo solo due rigassificatori, quindi non possiamo nemmeno approvvigionarci di gas liquido, e rinunciamo anche a nuovi tipi di risorse energetiche, come lo shale gas degli Stati Uniti», continua Staffolani. L’urgenza per l’autority è quella di nuovi impianti di stoccaggio: «Se non si risolve il problema delle infrastrutture la separazione proprietaria potrebbe essere inutile. Non basta dividere Snam ed Eni per risolvere il problema della concorrenza nel settore gas». Oggi, il gas arriva nel nostro Paese prevalentemente attraverso gasdotti (88 per cento), la quota via nave è ancora limitata anche se è cresciuta grazie all’entrata a regime del rigassificatore di Rovigo, unico impianto con queste caratteristiche insieme a quello di Panigaglia. Non è sufficiente, dunque, liberalizzare per impedire a Eni di svolgere un ruolo quasi da monopolista del settore. Quasi, perché tecnicamente non lo è. Eni ha una posizione che gli addetti ai lavori definiscono incumbent: teoricamente opera in un contesto già liberalizzato, nei fatti è l’operatore che gode ancora di rendite da monopolista. Il settore, infatti, era già stato modificato per volere dell’Unione europea che ha obbligato gli Stati membri a rimuovere ostacoli agli investimenti e a risolvere il conflitto di interessi delle compagnie nelle quali convivono produzione, vendita e controllo della rete. I singoli Paesi avrebbero potuto scegliere tra tre diverse soluzioni prospettate dall’Ue. Il penultimo governo italiano, quello guidato da Silvio Berlusconi, aveva optato per la soluzione di basso profilo. «La proprietà rimane in capo alla holding, Eni, però ci sono dei meccanismi attraverso i quali la gestione funzionale risulta staccata», spiega il responsabile dell’Autorità sull’energia. «Quindi Snam attualmente ha una presidenza, un amministratore delegato e un organo di vertice che gestisce la rete, anche se la proprietà rimane in capo alla casa madre. Il nostro compito fino ad ora è stato di migliorare questo tipo di gestione, così come indicato dal legislatore». E infatti, altre aziende, come Edison ed Enel, sono entrate nel settore ma in una posizione decisamente svantaggiata rispetto al colosso energetico italiano che continua a disporre di rendite da monopolista. E il progetto che il governo Monti vorrebbe portare a termine non cambierebbe di molto la situazione delle bollette degli italiani né favorirebbe la crescita. A meno che non venga accompagnato da un piano industriale pesante che preveda la costruzione di nuovi impianti capaci di sfruttare altre risorse energetiche. I rigassificatori in testa, molto contestati dai comitati territoriali per il loro forte impatto ambientale. E tra i provvedimenti dell’esecutivo potrebbe nascondersi un’insidia. L’articolo 17 della bozza del decreto, riguardante le procedure autorizzative per la costruzione di nuovi impianti, recita: «Gli impianti in fase di progettazione o riprogettazione contrattualizzati da Terna tramite il mercato della capacità come definito dalla delibera dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas del 21 luglio 2011, ARG/elt 98/11 sono di pubblica utilità, nonché urgenti e indifferibili, ai sensi delle normative vigenti». Tradotto, se vogliamo costruire un rigassificatore nel cortile di casa vostra, lo faremo. Inutile stare a lamentarsi. A conti fatti, pare che la bolletta degli italiani sia destinata a rimanere salata.