La Maremma si affida ai Vigili del Fuoco, che hanno salvato decine di persone grazie al loro fiuto, mentre le autorità marittime nicchiavano. Ma i pompieri non possono fermare il carburante

La Maremma non è mai stata così rossa. Non c’entrano i comunisti, né il sangue – già lavato dalle onde – delle vittime della Costa Concordia. Si tratta del colore dei furgoni, dei camion e degli idranti. Si tratta dei pompieri. Sono loro, adesso, che governano l’isola del Giglio, loro che coordinano le spedizioni di subacquei dentro la nave, loro che presidiano la banchina del porto di Santo Stefano e che rispondono alle domande dei giornalisti che affollano l’Argentario. Da quando è iniziato l’incubo della Concordia, i Vigili del Fuoco non si sono mai fermati. Sono stati i primi a mobilitarsi e probabilmente saranno gli ultimi ad andarsene via.

Intorno a quella carcassa mastodontica si affaccendano come chirurghi, passando dai buchi ricavati dalla Marina militare, arrampicandosi agli oblò, tuffandosi in quella che fu la sala ristorante e che oggi è soltanto un cimitero sommerso. La speranza di trovare superstiti si affievolisce ogni ora, ma il lavoro dei soccorritori non si ferma. Solo quando la carcassa si muove – il sistema di misurazione rileva anche variazioni di 1 centimetro – sono costretti a ritirarsi. Ma non si allontanano mai più di tanto, restano sugli scogli e sui gommoni, non se la sentono proprio di abbandonare la nave su cui per primi sono saliti, la notte tra il 13 e il 14 gennaio, per portare in salvo 60 persone ancora a bordo. Forse, se qualcuno fosse intervenuto prima si sarebbero salvate anche quelle trenta persone che sono morte o disperse. Se qualcuno avesse capito subito, dato un ordine ai soccorritori, coordinato l’intervento. Ma quella notte i naufraghi non sono stati assistiti da nessuna cabina di regia, quella notte si sono salvati perché qualcuno ha deciso di prendere l’iniziativa e di muoversi da solo. La prima telefonata i pompieri l’hanno ricevuta alle 22:21, e nel giro di 15 minuti ne sono arrivate altre. Erano passeggeri spaventati della Costa Concordia, che chiedevano il numero della Capitaneria di porto e avvertivano che c’era stato un black out, che non ci capivano più niente. I vigili si sono allarmati, hanno contattato la Capitaneria, ma dalle guardie costiere sono arrivate rassicurazioni: non è niente di grave, tranquilli. Poi i pompieri hanno ricevuto una telefonata più preoccupata delle altre, si sono fatti spiegare meglio, e hanno deciso di partire, con o senza la richiesta dell’autorità marittima. «Alle 22:45 abbiamo attivato le procedure», ci racconta uno di loro. «L’allarme vero, invece, è stato dato un’ora e mezzo dopo l’incidente. Se lo avessimo aspettato saremmo arrivati sulla nave dopo le due, invece che all’una». Mentre la Capitaneria nicchiava, le forze di terra si muovevano. Anche la Guardia di Finanza, alle 22:53, è stata allertata dalla sua sala operativa, che a sua volta era stata avvisata dalla Protezione civile. «Siamo scesi al porto quando non c’era ancora nessuno», racconta una fiamma gialla a Porto Santo Stefano. «Con noi sono arrivati i Carabinieri e un giornalista della Rai. Ma non ci siamo resi conto della tragedia finché non è arrivato il nostro guardiacoste con tre cadaveri. Siamo rimasti di sasso». La tragedia era appena cominciata. I feriti arrivavano nudi, fradici, protetti da veli d’alluminio. Gli altri superstiti approdavano a rate, 5-600 persone su ogni traghetto, uno sbarco ogni ora e mezzo. Giunti a riva, venivano soccorsi, scaldati e soprattutto registrati. «Ad assisterli c’eravamo tutti», continua l’ufficiale, «vigili, carabinieri, polizia e soprattutto la popolazione. I cittadini di Porto Santo Stefano hanno portato di tutto, dalle coperte ai pannolini. Abbiamo montato due capannoni e messo in fila i naufraghi per identificarli». In pratica, 16 ore di lavoro, con il cuore a mille e senza un attimo di sosta.

Nella Caserma dei Vigili del Fuoco c’è chi sveglio c’è rimasto per 48 ore. «Quando siamo arrivati sulla nave c’erano ancora 3-400 persone a bordo, e i feriti li abbiamo dovuti soccorrere infilandoci dentro. I corridoi, con quell’inclinazione, erano ripidi come burroni, le cabine sembravano trappole e le perdite di acqua e gasolio bagnavano tutto». Eppure ce l’hanno fatta. In 4 ore, i pompieri sono riusciti a mandare fuori 52 persone. E la Capitaneria? «Sì, suppongo che sia passato tempo dall’incidente a quando ne è stato dato avviso. I primi a ricevere la notizia non siamo stati noi», ammette il tenente di vascello Giorgia Capozzella, comandante della Capitaneria di Porto Santo Stefano. «Ma quando ci siamo mobilitati la guardia costiera è accorsa da tutte le province. Certo, se dalla nave avessero lanciato l’allarme i primi a riceverlo saremmo stati noi, ma non è andata così. E vista l’entità dell’incidente il comando è stato preso da Livorno, dove ha sede la nostra Direzione». La comandante ci spiega tutto alle 22, con un filo di voce: è la prima volta dalla mattina che ha cinque minuti di respiro. La Maremma ora rischia di diventare nera. Di catrame e di gasolio. Il più grande parco marino del Mediterraneo, 61.474 ettari d’acqua e sette isole, è in ostaggio di 2.400 tonnellate di benzina, quelle contenute dai 21 serbatoi di bordo (17 di Ifo 380 e 4 di diesel marittimo). Greenpeace fa notare che il naufragio della portacontainer Rena, in Nuova Zelanda, ha sversato “solo” 3-400 tonnellate di carburante eppure sono morti 20mila uccelli marini e colpite decine di chilometri di costa. La Maremma verrebbe devastata. Ma le autorità italiane rassicurano: abbiamo pronti i migliori esperti del settore, presto i serbatoi saranno vuoti. Nel frattempo i giorni passano e le operazioni di recupero non partono. Prima perché non era arrivato l’equipaggiamento, poi perché la nave si è mossa. I tecnici della Smit, la compagnia olandese leader nel settore, sono sull’isola da lunedì e hanno subito ispezionato la nave. «Aspettiamo che ci arrivino le strumentazioni, poi siamo pronti», ci dicono. Ma siete capaci a farlo? «Certo! Abbiamo un sacco di esperienza, non c’è rischio». E quanto ci vorrà? «Questo proprio non lo sappiamo, ci sono mille fattori che possono allungare i tempi». Sì perché probabilmente Il carburante dovrà prima essere riscaldato perché, per poter essere aspirato e pompato fuori da quelle 115mila tonnellate di acciaio che rischiano di spezzarsi, deve assumere maggiore fluidità. Poi bisogna forare la lamiera senza far uscire il carburante. E poi bisogna sostituirlo con acqua, per non far perdere stabilità alla nave. In pratica, come ha detto Max Iguera, il rappresentante italiano di Smit, «ci vorranno comunque settimane». Finita la delicatissima operazione, resterà il compito più arduo, quello di eliminare la nave. Se gli esperti non riusciranno a rattopparla, dovrà essere distrutta, probabilmente in 114 pezzi. I tempi diventerebbero biblici, come il disastro causato da una collisione che anche un bambino di dieci anni avrebbe evitato. Schettino sarà pure un folle omicida, ma c’è qualcosa che non funziona se un uomo solo può far salire un transatlantico sugli scoglietti del Giglio. Il fatto è che non esiste nessuna legge che stabilisca un limite minimo dalla costa per le imbarcazioni di questo genere. «Non c’è una normativa che lo fissa», conferma la comandante Capozzella, «si possono emettere delle ordinanze per particolari luoghi, ma in questo caso non ce n’era una». Lo conferma Mauro Marino, presidente del Sindacato dei marittimi: «Ci possono essere obbligazioni nautiche, ma dipende dalla zona e dall’autorità portuale. Quello che evita di avvicinarsi troppo è l’arte marinara». Se Schettino aveva l’arte, sicuramente l’ha messa da parte, eppure non si sa ancora perché. «Ci diranno qualcosa di più le scatole nere», dice la comandante. «Una l’abbiamo recuperata, anche se ce ne sono altre in fondo al mare alle quali bisogna ancora arrivare. E poi per analizzarle ci vuole un po’, devono essere ripristinati gli hard disk dai tecnici prima che la procura possa disporne». Aspettando la scatola nera, viene da chiedersi quali leggi valgano in mare, se non ci sono limiti né all’avvicinamento a terra, né alla libera iniziativa di un singolo ufficiale: «Il comandante su una nave è il re, ed è giusto così», ribatte Marino. «Nella marina mercantile non ci sono procedure per esautorarlo, perché sarebbe impensabile governare un’imbarcazione mettendo in dubbio gli ordini». Anche sulla gestione dell’emergenza ci sono state polemiche. «È assurdo, l’equipaggio ha salvato 4mila persone. Piuttosto bisognerebbe chiedersi perché le esercitazioni di emergenza erano programmate il 14 gennaio, un giorno dopo l’imbarco». Un giorno che per molti non è arrivato mai.