Non sarà stata Standard & Poor’s, ma è pur sempre una coppia crudele – Ernst& Young – quella che ha fatto fare una doccia gelata alla Gran Bretagna, annunciando il 16 gennaio una pesante recessione per Londra. Ne saranno contenti i francesi, che giusto un mese fa (era il 16 dicembre) tuonavano contro il trattamento di favore riservato negli ambienti finanziari ai vicini di oltre Manica. «La situazione economica della Gran Bretagna è molto preoccupante», dichiarava François Baroin, ministro dell’Economia.«In questo momento, sul piano economico, è preferibile essere francesi che britannici», spiegava. A lui faceva eco il presidente della Banque de France, Christian Noyer. Se c’è qualcuno da degradare, si arrabbiava, «comincino dalla Gran Bretagna, che sta peggio di noi». Poi si sa come è andata: a perdere la tripla A il 13 dicembre è stata Parigi, non Londra. Che però non si può permettere di ridere più di tanto.
La previsione di Ernst & Young non è grave come il declassamento della Francia, ma è un nuovo segnale che ai mercati l’Unione europea proprio non va giù. Fuori o dentro l’eurozona, moneta unica o sterlina, i 27 non hanno ancora trovato la formula magica che li metta al riparo da una doppia minaccia: gli agguati speculativi da un lato e la crisi economica dall’altro. Così anche l’Inghilterra, con un deficit del 10,3per cento del Pil, tra i più alti d’Europa, potrebbe diventare sempre meno appetibile per gli investitori. Certo, la Banca di Inghilterra può stampare moneta, ma l’immissione di sterline sul mercato rassicura la finanza, non la popolazione. Gli scioperi del 30 novembre scorso, seppure circoscritti alla sola giornata indetta dai sindacati, sono stati un segnale importante per l’esecutivo conservatore di David Cameron e la sua politica di austerità. Né gli operai né i colletti bianchi ci stanno a fare la parte dell’agnello sacrificale per compiacere le banche d’affari della City, figuriamoci per far contente le agenzie di rating. Dopo la crisi del 2008, con sei semestri consecutivi di crescita negativa, una contrazione del pil del 6 per cento e la fine di 13 anni di dominio laburista – Gordon Brown mandato a casa da un esercito di elettori infuriati- sembrava che la Gran Bretagna fosse in ripresa, seppure a prezzo di sacrifici. Ma così non è. E oggi, più che i lavoratori disillusi, il governo dovrebbe temere chi un salario l’ha perso.
Sono loro, i 2,69 milioni di disoccupati del Regno, a riempire di rabbia le pagine delle lettere nei giornali, i post su internet, le sale d’attesa della Social security, le mense dei poveri, le patrie galere. Un terzo di coloro che ricevono un sussidio di disoccupazione sono delinquenti, dice l’Ufficio statistiche (senza specificare se lo siano diventati prima o dopo aver perso il lavoro). La stretta del governo decisa lo scorso anno sui titolari degli assegni di disoccupazione, con l’imposizione del lavoro socialmente utile pena la perdita del sussidio, non ha diminuito i richiedenti. Ma ha aumentatola frustrazione. E la prospettiva per il futuro non è rosea. Nel rapporto di Ernst & Young si ipotizzano, nel migliore dei casi, 3 milioni di disoccupati da qui al 2016, con un ritmo di crescita di almeno100mila unità l’anno, e nessun rientro nella zona produttiva per gli espulsi di lunga data. Le cifre sono dure già adesso: tra gli attuali senza lavoro,1,1 milioni sono donne, la disoccupazione tra il 16e i 24 anni riguarda un milione di giovani, e 1,6 milioni di persone fanno affidamento sull’aiuto economico statale. Una situazione temporanea? Decisamente no: i disoccupati di lunga durata sono 868mila, il peggior dato dal 1996.La politica inglese un capro espiatorio lo ha trovato, specialmente la destra.
Il British national party di Nick Griffin, xenofobo e razzista ma in calo di consensi, cerca di riposizionarsi sullo scacchiere politico lanciando la campagna contro l’immigrazione «per dare ai giovani un lavoro». Migrationwacht, associazione il cui scopo dichiarato è quello di frenare l’afflusso di stranieri nell’isola, ha di recente pubblicato uno studio in cui si delinea una correlazione tra la presenza di cittadini dell’Est Europa e l’aumento degli inglesi senza lavoro.«Tra il primo trimestre del 2004 e il terzo trimestre del 2011», scrive il curatore Andrew Green,«il numero di lavoratori nati nei Paesi A8 è aumentato di oltre 600mila unità. Nello stesso periodo, quello dei giovani nati in Gran Bretagna e senza lavoro è quasi raddoppiato, da 575mila a poco più di un milione. La correlazione non è causalità, ma è una coincidenza notevole». A8 è la sigla con cui in Gran Bretagna definiscono Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Slovenia, Estonia,Lettonia e Lituania, i Paesi che hanno raggiunto l’Unione Europea nel maggio 2004. Sono i cittadini di questi Paesi il “nemico interno” dei razzisti inglesi. «Ma i nostri dati ci danno risultati molto differenti», spiega Paolo Lucchino, ricercatore del National institute of economic and social research(Niesr) di Londra, che assieme a Chiara Rosazza-Bondibene e Jonahthan Portes ha curato una ricerca – pubblicata lo scorso 10 gennaio – dal segno diametralmente opposto. «La nostra indagine si basa su indicatori ufficiali. Il risultato è che non esiste nessuna correlazione tra immigrazione e disoccupazione. Nemmeno in periodi, come questo, di recessione». Lo studio del Niesr conferma quello che già altri ricercatori avevano scoperto, ma fa meno notizia di quello di Green. «Colpisce molto la distanza che c’è tra il risultato scientifico e la percezione dell’opinione pubblica», conferma Lucchino. «Per quanti studi si possano fare che dimostrano l’inesattezza di alcune affermazioni, non si riesce a infrangere il muro del pregiudizio». Così sono “gli altri”la colpa. «Il problema è che si enfatizzano gli aspetti negativi senza valutare il complesso delle mutazioni sociali», aggiunge Chiara Rosazza-Bondibene.
L’Inghilterra multirazziale sbiadisce a vantaggio di una nazione impaurita e impoverita, attenta a non cedere più nemmeno una briciola del proprio benessere. La Gran Bretagna, che esporta un quinto dei suoi prodotti nel mercato europeo, può uscire dalla crisi e dalla recessione solo se lo faranno gli altri Stati membri. Ma il governo conservatore strappa applausi quando rimanda al mittente le critiche dell’Ue per essersi rifiutato di dare più poteri alla Bce, non quando tende la mano alla Spagna. Anzi, più schiaffi tira al Vecchio continente,più ottiene consenso. Così David Cameron, piuttosto che trovare soluzioni ai guai della finanza e della City, rilancia il leitmotiv che dall’inizio della crisi ha attraversato tutta l’Unione: facciamo una bella riforma delle leggi sull’immigrazione, proprio come l’Ungheria. Dai vecchi Stati membri ai nuovi, la tentazione populista è dura a morire.