Il “corridoio di Hexi” è una sorta di lunga strettoia, o passaggio, che mette in comunicazione la provincia cinese di Gansu con i territori dell’Asia centrale; esso costituiva il tragitto obbligato per chi avesse dovuto percorrere, fin dall’antichità, la via della seta settentrionale, quella, per capirsi, che attraversava il Nord-Ovest della Cina lungo le sponde del fiume Giallo collegandola con le steppe russe e, più sotto, con quella miriade di regioni caratterizzate, nel loro nome, dal suffisso “stan”, in antico persiano equivalente a “terra” (Kazakistan, Tagikistan …).

All’estremità occidentale del “corridoio” giusto nel mezzo tra l’immenso altopiano del Tibet, a sud, e le sconfinate aride distese del deserto di Gobi, a nord, si trova la fortezza di Jiayuguan, avamposto ed estrema difesa dei confini dell’impero cinese sul fronte mongolo, ritenuto, da sempre, più pericoloso. La fortezza sta proprio all’inizio di quell’incredibile lunghissimo serpente di pietra che chiamiamo Grande Muraglia e che protegge quasi per intero il limitare nord della grande Cina.

La geografia qui ha una importanza estrema: non sapevamo ad esempio che l’origine del deserto di Gobi, il secondo per estensione di tutto il pianeta dopo il Sahara, dipende dal trovarsi “sottovento” rispetto al fluire costante delle correnti umide provenienti dall’oceano le quali trovano sul loro cammino l’ostacolo invalicabile della lunga e svettante “catena” dell’Himalaya. Si crea così la cosiddetta “ombra pluviometrica”, causa diretta dell’aridità nel versante a settentrione.

La Grande Muraglia guarda quindi, da questa angolazione, in faccia a un deserto sconfinato, vigilando sulle possibili e frequenti scorribande dei predoni capaci di attraversarlo o, peggio ancora, degli eserciti, ai quali in verità mai è riuscita sul serio ad opporsi. La storia della Muraglia è un po’ la storia della Cina: inizia assai lontano nel tempo (intorno al VIII secolo a.c.) con la realizzazione di fossati e terrapieni come difesa dalle tribù delle steppe (i temibili guerrieri Hiong-nu ovvero gli Unni); questi presidi poi vengono collegati e rafforzati, in un disegno organico quanto smisurato, dal primo imperatore della Cina Qing Shi Huang alla fine del III secolo a.c. Un grande personaggio il nuovo imperatore, e passerà alla storia anche per un’altra incredibile opera: il suo mausoleo, custodito da quasi 7000 guerrieri, e carri, cavalli (e concubine), il cosiddetto “esercito di terracotta”, modellato in grandezza naturale e con fisionomie tutte diverse, scoperto per caso da un vecchio contadino nel 1974, vicino alla città di Xi’an.

Già questa prima muraglia è impressionante, essa si snodava per alcune migliaia di chilometri e fu più volte consolidata e rielaborata dalle dinastie successive (gli Han, i T’ang). La forma con cui oggi la conosciamo è però ereditata dalla ricostruzione dovuta alla dinastia Ming (1368-1644) cui si deve la massima estensione (intorno ai 6-8000 Km). Scandita ad intervalli regolari dal succedersi delle torri di guardia capaci di consentire lo scambio di segnali (con bandiere di giorno e fuochi di notte) la Grande Muraglia è un’opera sensazionale e di forte impatto emotivo. Essa infatti modifica e plasma, esaltandolo, il paesaggio naturale, come poche attività umane hanno saputo fare in antico (e come alcuni artisti contemporanei hanno cercato di imitare senza troppo successo, pensiamo alla land art, dai cretti di Burri a Christo), grazie alla sua ingenua adesione alla variabile morfologia del territorio. La muraglia si adatta ai declivi, ne segue le pendenze ne rispetta i capricci, tanto che le stesse tessiture murarie non ne contraddicono le eventuali giaciture inclinate (qui osando una violazione della regola del buon costruire che chiederebbe letti di posa orizzontali). Un’altezza media vicino ai 10 metri, una larghezza in sommità utile, in molti tratti, a far passare 4 cavalli affiancati, essa è in verità realizzata in materiali che variano da zona a zona, ma in prevalenza terra cruda, mattoni o pietra. Non è la prima opera umana che utilizza l’idea del “muro difensivo” a scala territoriale; ricordiamo per questo il famoso “vallo Adriano”, costruzione ciclopica in pietra che tagliava in due la Britannia con la quale i romani tentarono di controllare le irriducibili tribù della Caledonia (oggi Scozia), ma il dispositivo romano è piccola cosa rispetto all’eleganza e all’imponenza del manufatto cinese, meta giustificata di un turismo interno sempre più numeroso.

Un gioiello in particolare, incastonato alla sua estremità, spicca per originalità e splendore: la fortezza di Jiayuguan. Abbiamo avuto la fortuna di studiarla durante una missione scientifica negli ultimi mesi del 2011: è infatti in corso di completamento un importante progetto (il Gansu Cultural & Natural Heritage Protection & Development Project) in parte dedicato alla salvaguardia del sito – iscritto nella lista dei patrimoni dell’Umanità dall’Unesco – cui l’Università di Firenze è stata chiamata a dare un contributo per le sue competenze in materia di interventi sulle costruzioni in terra cruda e mattoni. La fortezza è costituita da un imponente recinto quadrato (intorno ai 200 metri di lato) realizzato in muraglie “a scarpa” di terra pressata alte 10 metri, rinforzata con merlature, che ospita, al centro dei lati est ed ovest del suo perimetro, e con il ruolo anche di porte di accesso, due avancorpi ed un sistema di imponenti terrazze, protetti da un manto in mattoni, su cui svettano splendide torri lignee, dal delicato profilo a pagoda e finemente dipinte. Attualmente la fortezza denuncia alcune criticità dovute all’esposizione alle intemperie e alla vetustà delle membrature, ma rimane, per così dire, in uno stato di forma che non necessita di pesanti interventi bensì di una buona, e soprattutto, intelligente manutenzione suggerita dai materiali e dalla comprensione delle sue originali tecniche costruttive. È  un manufatto unico per disegno, realizzazione e collocazione: esso riassume in qualche misura una tonalità peculiare dell’architettura cinese e, forse, della cultura cinese classica. Posta su una piccola altura la fortezza guarda in faccia, nella sua apparente calma, un deserto silente; è “poggiata” lì, come i numerosi cammelli che attendono, sdraiati nelle loro colorate tenute, dei volonterosi viandanti; è insieme un’opera ciclopica e leggera. Infatti è gigantesca ma è fatta quasi di niente, si tinge del colore del suolo, si fa attraversare dal vento. Tutto il lascito di questa misteriosa civiltà, a dispetto del caos e della chiassosa simpatia dei contemporanei, segue questo codice comunicativo. È un po’ come la grande muraglia: un baluardo che copre un quarto della circonferenza terrestre ma si adatta e rispetta le anse di ogni ruscello; quasi un esercizio di calligrafia a scala territoriale, un lungo delicato filamento secreto da un instancabile “animale” che opera sul paesaggio. Cultura e natura, impegno monumentale e levità, bellezza frutto di artificio e semplicità impalpabile. Solo oggi noi sappiamo quanto di tutto ciò avremo bisogno.

(foto di Luisa Rovero)