Il 23 gennaio , il giorno della seconda luna nuova, si celebra il Capodanno in molti Paesi asiatici. Roma ne ha offerto un anticipo. Che ha assunto un significato importante dopo il barbaro assassinio del 4 gennaio. Lo racconta in queste pagine il sinologo e prorettore de L’Università La Sapienza, Federico Masini

Con dieci giorni di anticipo, sabato 14 gennaio si sono svolte a Roma le celebrazioni del capodanno cinese, che cadrà il 23 gennaio, il giorno della seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno; un festa tradizionale cinese, ma celebrata in tutta l’Asia Orientale, che ha segnato per millenni l’inizio annuale dell’attività agricola, assolutamente priva di qualunque connotazione religiosa.

A conclusione dell’anno della cultura cinese in Italia, per la prima volta il centro di Roma ha ospitato spettacoli di danze folkloristiche tradizionali e moderne cinesi. Organizzato già da lungo tempo, l’evento ha quest’anno però avuto un significato particolare a causa dell’assassinio, il 4 gennaio scorso, alla periferia di Roma, di un giovane cinese e di sua figlia. È stato proprio questo tragico episodio a trasformare il senso della manifestazione e, per certi versi, a darle maggiore risalto: la presenza del sindaco Alemanno e dei ministri per Ricciardi e Clini testimonia l’importanza che la città e il governo, nel mutato assetto politico, intendono dare alle relazioni con la Cina.
L’evento però è di assoluta novità anche per la Cina e per i cinesi in Italia. Il capodanno tradizionale cinese, negli scorsi anni, era stato sempre vissuto dalla comunità cinese italiana come un evento privato, un momento per riunirsi al proprio interno, seguendo con maggiore attenzione le celebrazioni che si tenevano nella madre patria, di cui mai come nell’occasione del capodanno si sente la lontananza. Negli ultimi anni, il capodanno è diventato sempre più un’occasione per uscire allo scoperto e mostrare alla città l’esistenza di una comunità per altri versi, quasi silenziosa. Il capodanno con le sue manifestazioni di piazza è diventato parte di un ben più vasto progetto culturale e politico della Cina per mostrare altri lati di se, oltre a quelli di grande potenza economica e commerciale, alternativamente per la stampa nostrana, pericolo per la nostra manifattura o àncora di salvezza del debito nazionale. Negli ultimi anni proprio il grande sviluppo economico del paese e il ruolo che la Cina ha assunto nel contesto politico e militare internazionale, hanno spinto la dirigenza cinese a comprendere come fosse necessario impegnarsi per diffondere nel mondo una nuova immagine di quel paese, facendo ricorso alla tradizione e a quegli aspetti culturali che avevano tanto affascinato il mondo occidentale già in passato: la lingua, la cultura, la letteratura, la poesia, l’arte, ecc. Insomma la Cina non solo come minaccia economica, ma anche come paese di millenaria tradizione culturale.
È come se dopo il silenzio e il ripiegamento su se stessa dei primi tragici decenni della storia della Repubblica Popolare, fondata nel 1949, a partire dalla fine del secolo scorso la Cina abbia iniziato un lungo percorso per uscire dall’isolamento politico, nel desiderio di farsi conoscere e, secondo alcuni, imporsi all’attenzione mondiale come nuova potenza del Ventunesimo secolo. Cambiano i tempi, ma i problemi restano sempre gli stessi. La Cina e la sua vecchia e nuova dirigenza – che proprio in questo nuovo anno sotto il segno del drago vedrà l’inizio di un nuovo ciclo politico con l’ascesa della cosiddetta quinta generazione di governanti – continuano a dibattersi fra apertura al mondo occidentale, alle sue tradizioni politiche e culturali, temibili portatrici di instabilità, e chiusura su se stessa, con lo sguardo rivolto al passato comunista e alla tradizione imperiale.
Accettare la tecnologia, la modernità del benessere, la ricerca del profitto tramite una produzione sfrenata, seguire i più rigidi modelli capitalistici, significa vendersi all’Occidente, alla logica di mercato del capitale, oppure è possibile immaginare un modello di sviluppo che riesca a coniugare la risoluzione dei bisogni di quasi un quarto della popolazione mondiale con la possibilità di iniziare a dare risposte anche alle esigenze umane, che la popolazione cinese sta sempre più manifestando? Se fino ad oggi questo modello non è ancora deflagrato è proprio perché accanto alla assunzione delle più micidiali logiche di mercato, i cinesi sono ancora capaci di fare ricorso alle loro virtù tradizionali di pazienza e temperanza, attenzione per l’istruzione delle giovani generazioni e rispetto per gli anziani, che sono state il tratto distintivo della società civile tradizionale di quella civiltà.
Ebbene proprio i festeggiamenti del capodanno tradizionale cinese, un tempo nella Cina degli anni Cinquanta e Sessanta quasi dismessi come fossero un retaggio del passato feudale, sono oggi tornati di moda tanto in Cina che all’estero, sono diventati il simbolo di una Cina che vuol ritrovare la propria “umanità” tradizionale, dopo la sbornia dello puro sviluppo economico. Riuscirà la Cina a proseguire in questo equilibrismo, fra repressione e sviluppo sociale? Ogni previsione sulla Cina è destinata ad essere smentita, soprattutto se elaborata secondo i più puri canoni razionali della tradizione occidentale, tuttavia non è difficile immaginare che solo facendo ricorso alla parte migliore della propria tradizione culturale, ed essendo capace di cogliere da altri mondi anche nuove suggestioni relative alla centralità delle relazioni umane, “il modello Cina” – come recita un bel libro da poco pubblicato presso l’Asino d’oro di Roma – potrà continuare ad essere anche per noi una fonte per ripensare e rivedere in senso critico il modello occidentale, fondato sulle religioni monoteiste e quindi sul più puro razionalismo.