La Sicilia non ha solo quella faccia incastonata tra le tre gambe nel simbolo della sua bandiera, la Trinacria, l’unica sventolata nella protesta dei Forconi. Ha tante altre facce. Quelle dei siciliani onesti, stanchi di perdere o non trovare lavoro e futuro. Quelle della mafia, infiltrata nelle protesta. E poi le facce di una classe politica che nell’ultimo decennio è sempre più scaduta nella qualità, che ha agito per interesse personale e non collettivo. Ed ecco che nella protesta che per una settimana ha paralizzato ogni attività dell’isola – e continua ancora – c’è spazio per tutto e tutti. Anche per uno studente che brucia il Tricolore. Pubblico esercizio di leghismo a Sud. Con inquietante sponda a Nord. Dove – chissà perché – i “Forconi” non ci sono, ma a loro plaude l’house organ della Lega, la Padania.

Vecchi capipopolo Ma chi sono i leader delle proteste che hanno messo in ginocchio la Sicilia, bloccando gli imbarcaderi di Messina e villa San Giovanni in Calabria e gli svincoli dell’Autosole tra Napoli, Salerno e Caserta? Chi guida i rivoltosi, giunti fino a Roma, nel giorno dell’incontro tra il governatore siciliano e il presidente del Consiglio, Mario Monti? Mariano Ferro, leader di “Forza d’urto” che raccoglie la protesta contro il caro carburante degli autotrasportatori, ha un passato nel partito del governatore siciliano e fino a giugno era al congresso del Mpa a Catania. Insieme a lui nella protesta dei “padroncini” c’è Giuseppe Richichi presidente dell’Aias, storica sigla di rappresentanza dei conducenti di tir. Può vantare un passato nella defunta An, con una candidatura alle regionali del 2003. È cugino dell’incensurato Angelo Ercolano, proprietario della Sud Trasporti Srl, con interessi nel settore del movimento terra, a sua volta imparentato con la nota famiglia mafiosa Santapaola-Ercolano di Catania. Poi c’è Martino Morsello, che imbracciato l’antico attrezzo simbolo del lavoro nelle campagne, si è messo alla testa dei “Forconi”, per dare voce ad agricoltori e pescatori. Morsello, assessore a Marsala negli anni Ottanta per il Psi, ha un passato assai complesso, legato alla chiusura per fallimento della sua azienda di prodotti ittici, dopo una serie di incendi dolosi. Alle regionali del 2008 era candidato per una lista collegata a Lombardo. Ma su di lui a pesare è la vicinanza – finora mai chiarita – con Forza nuova. La figlia Antonella, che anima la pagina facebook del movimento e sul suo profilo, si definisce «camerata convinta», è dipendente della sezione di Terni del partito neofascista di Roberto Fiore. Ritenuta l’ideologa dei Forconi, venerdì scorso ha nominato d’ufficio – sempre attraverso il social network – i referenti regionali del movimento (Umberto Mellino per la Calabria, Antonio Mariani per il Lazio e Fabiano Fabio per la Puglia), tutti con tessera forzanovista. Le nomine, come prevedibile, hanno prodotto spaccature nel movimento, con tanto di nota stampa di Mariano Ferro e Giuseppe Scarlata – capo dei Forconi nisseni – che prende distanza da Morsello e chiede chiarimenti sui rapporti con Forza Nuova. Nell’agrigentino invece il capo popolo de “I Forconi” è l’ex sindaco per tre mandati consecutivi di Racalmuto, paese natale di Leonardo Sciascia. Si chiama Salvatore Petrotto, Totò per gli amici. Petrotto ha più volte cambiato casacca: dalla Rete di Leoluca Orlando, fino all’IdV. Alla fine anche lui si è avvicinato all’Mpa, ma simpatizza anche per il Partito del Sud di De Santis -leader dei movimenti autonomisti meridionali – e pure per il Pdl. Nell’ultima elezione a sindaco, sostenuto dal Pd, lanciava segnali ad Angelino Alfano e addirittura al “responsabile” Scilipoti per far arrivare a Racalmuto Berlusconi. Motivo? Consegnargli il premio “Per una giustizia giusta”, intitolato a Leonardo Sciascia, che i «professionisti dell’antimafia » li detestava. Ma il premio non è mai stato consegnato. Petrotto, infatti, si è dimesso lo scorso giugno, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa dal collaboratore di giustizia agrigentino, Maurizio Di Gati. Il pentito ha fatto il suo nome per alcuni appalti assegnati tra ’96 e il ’98 a due imprese riconducibili alla mafia. L’ex sindaco la scorsa settimana, nel pieno della protesta, è stato condannato con rito abbreviato a 4 mesi (pena sospesa) per concussione e induzione alla corruzione, nel processo “Sorgente”, sulla gestione delle sorgenti idriche nell’agrigentino. Tante facce, quindi. Ma la medaglia è la stessa. E certo sembra riflettere poco l’interesse della Sicilia. Infatti nell’accozzaglia del trasversalismo di questa protesta che strumentalizza l’indignazione dei siciliani onesti, c’è spazio pure per un “partitino” fondato da un friulano, uno tra i più ricchi uomini d’affari d’Italia. Si tratta del “Movimento per la gente”, e il suo mentore è il presidente del Palermo calcio Maurizio Zamparini che, tra qualche settimana a ridosso dello Zen – popoloso quartiere del capoluogo siciliano ad alta densità criminale – inaugurerà il suo mega centro commerciale “Conca d’Oro”. Zamparini negli ultimi mesi ha messo in piedi un pool di avvocati per difendere gli italiani vessati dagli esattori di Equitalia e siciliani braccati dalla Serit, omologa isolana della più nota società nazionale di riscossione tasse e tributi. Sarà pure una jacquerie, ma i capi non sono certo contadini poveri. Rosa Balistreri, cantante siciliana di musica popolare, l’avrebbe messa così: «La Sicilia havi un patruni, un patruni sempri uguali, ca la teni misa ’ncruci e ’cci canta u funerali». La Sicilia ha un padrone sempre uguale che la tiene messa in croce e le canta il funerale.

La politica e il barocco Finirà presto, questa protesta. Soprattutto, prima degli appuntamenti elettorali della primavera. Si vota il rinnovo dell’amministrazione comunale del capoluogo siciliano, commissariato dopo le dimissioni di Diego Cammarata. Il peggior sindaco d’Italia, secondo il Sole 24 ore. Tanto che persino i suoi mecenati, Renato Schifani e Angelino Alfano, lo hanno dovuto mollare per salvare il Pdl dal crollo. I feudatari del Pdl siculo sperano di recuperare terreno con la candidatura del rettore dell’ateneo palermitano, Roberto Lagalla. Ma l’emorragia di voti ci sarà comunque, anche per colpa degli ex uomini forti di Forza Italia, che hanno deciso di abbandonare il latifondista di Arcore. La resa dei conti ha due nomi: Gianfranco Miccichè, ora leader del partito personale Grande Sud; e il senatore Carlo Vizzini, ex forzista deluso, che da qualche settimana è tornato alla magione socialista. Ma le vere grandi manovre riguardano le elezioni regionali del prossimo anno. Il governatore Raffaele Lombardo a palazzo d’Orleans vuole restarci. E per mettere in sicurezza la poltrona, il politico catanese non deve farsi scapigliare dal vento dell’antipolitica. Anzi, deve cavalcare l’onda. Per Lombardo la rivolta serve come ricatto al governo centrale, vero colpevole del malcontento dei siciliani. Si capisce così la mano morbida verso i blocchi, i manifestanti ricevuti a palazzo, il viaggio a Roma per incontrare Monti. Ma i siciliani non si fidano, sfiancati da scandali e immobilismo di chi li governa. Ma anche di chi sta all’opposizione: in Sicilia uno o l’altro non fa differenza. Infatti una parte del Pd, l’area ribattezzata “Cracolumia” – dai nomi del capogruppo del Pd in Regione Antonello Cracolici e del senatore e vicepresidente dell’Antimafia Giuseppe Lumia – appoggia il governo Lombardo. E pur di rinsaldare l’alleanza, ha spaccato il partito, opponendosi alla candidatura a sindaco di Palermo di Rita Borsellino, convinta “antilomardiana”, scelta dalla segreteria nazionale. L’ex sindaco di Catania Enzo Bianco, leader dell’ala liberal del Partito, nemico giurato del governatore, ha chiesto un referendum sull’alleanza con Lombardo. La direzione regionale l’ha bloccato e ha rinviato la resa dei conti alle primarie del 26 febbraio per la scelta del sindaco di Palermo. Bianco è andato su tutte le furie: «Forse qualcuno teme il risultato della consultazione, teme di sapere come la pensa la stragrande maggioranza degli elettori del Pd». In mezzo c’è l’Idv con Leoluca Orlando, l’ex primo cittadino della primavera di vent’anni fa, che dice «morirò da sindaco di Palermo», ribadisce il no alle primarie e ad alleanze con Lombardo. Ma anche lui ha le sue grane. Il giovane ex capogruppo Idv al Comune e suo pupillo, Fabrizio Ferrandelli, si autocandida alle primarie. Incassando l’apprezzamento dei due democratici filo Lombardo. I quali pochi giorni fa sedevano in prima fila al congresso dell’Udc che fu di Totò Cuffaro, e che invece, ha tolto il suo sostegno a Lombardo. Barocco politico siciliano. Nell’Isola si finisce sempre così, a citare Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, quella celeberrima frase secondo cui «bisogna che tutto cambi, perché tutto resti uguale».