L’ultima a sentirsi opporre un rifiuto è stata Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, alla quale Angela Merkel ha negato l’aumento di capitale per il Fondo salva Stati. Così Frau Nein, “Signora no”, ha rimesso ancora una volta in riga chi pretendeva di dettarle la linea. Per la ragazza cresciuta oltre la cortina di ferro, sentirsi dire cosa deve fare è una cosa improponibile. Nei 23 anni della sua carriera politica “occidentale”, iniziata con la caduta del Muro, non lo ha mai permesso a nessuno. A meno che non le convenisse. La sera del 9 novembre 1989 era «in una sauna con una amica» e nemmeno si era accorta che il Muro cadeva, ha raccontato nel ventennale della riunificazione. «L’avevo sentito alla tv, ho chiamato mia madre per dirglielo e poi, come ogni giovedì, sono andata alla sauna. All’uscita, mi sono diretta verso Ovest, assieme alla folla che festeggiava. Ma mi dovevo alzare presto, così me ne sono tornata a casa». Imperturbabile, si direbbe, alla Storia che cambiava. Ma invece già pronta a cambiare assieme a lei. Quindici anni dopo avrebbe governato la Germania riunificata.
Angela Dorothea Merkel, nata Kasner, aveva 35 anni nel 1989. Figlia di un pastore protestante che voleva coniugare religione e comunismo, cresce nella Repubblica democratica tedesca dove i genitori si erano trasferiti lasciando la Germania federale. Studia con profitto, ottiene il diploma col massimo dei voti, si iscrive all’università laureandosi in fisica quantica, e a 23 anni convive in 10 metri quadri con un collega di studi, Ulrich Merkel, che sposerà nel 1981. Oggi le rimproverano di “arrivare tardi alle cose”, da giovane invece faceva tutto di fretta, con un occhio ai libri di testo e l’altro a quelli di partito. Entra nella Frei deutsche jugend, la gioventù libera tedesca, come praticamente tutti i suoi coetanei, salendone i gradini fino a diventare responsabile propaganda nel suo luogo di lavoro, l’Accademia delle Scienze. Nelle foto dell’epoca ha i capelli corti e un improbabile antenato dei telefonini in mano, alle sue spalle un manifesto della Fdj. Lei, la signora in tailleur, è stata un’agit-prop, anche se oggi minimizza il suo ruolo: «Prenotavo solo i posti a teatro», dice. A dispetto della falsa modestia, è ambiziosa, e la politica è un modo per ottenere molto. Intanto, con la stessa velocità con cui si è sposata, Angela Merkel divorzia. Il marito racconta, in una delle rarissime interviste, che lei ha fatto i bagagli senza nemmeno avvertire. «Ha riflettuto, ne ha tratto le conseguenze, e se ne è andata via. Dividere, non è stato difficile, Angela ha preso la lavatrice, io ho tenuto i mobili». Dorotea era un santa “pura, caritatevole e sapiente”, e il padre ci avrà pure sperato, quando glielo ha messo come secondo nome. Ma almeno per la virtù di mezzo, pare non abbia funzionato.
Quanto alla sapienza, Angela l’ha usata per essere la prima della classe, sempre. Non c’è nulla di casuale nella sua ascesa, pur costellata di scandali. Non suoi, per carità, ma dei suoi diretti superiori. Loro cadono in disgrazia, e le spianano la strada gradino dopo gradino. Prendiamo il primo partito post muro a cui si iscrive, la Demokratischer Aufbruch (Da). Nel dicembre 1989 la Merkel diventa responsabile comunicazione di questa piccola formazione, che nelle prime elezioni libere della Ddr prende lo 0,9 per cento dei voti. Il leader della Da è Wolfgang Schnur, che pochi giorni prima delle elezioni viene accusato di aver fatto parte della Stasi, la polizia segreta della Germania Est. Lui si dimette, Angela ne dà l’annuncio alla stampa e in virtù dell’alleanza con la Cdu viene subito nominata portavoce aggiunta di quello che sarà l’ultimo governo della Ddr. A capo dell’esecutivo c’è Lothar de Maizière, ma anche la sua carriera politica sarà breve. Diventa ministro con il primo governo Kohl dopo la riunificazione – è incaricato dei rapporti con l’Est – ma è costretto a dimettersi presto: come Schnur, è accusato di aver fatto parte della Stasi. Angela non spende una parola per difenderlo: è in campagna elettorale per ottenere un seggio al Bundestag, e lo vince. Da quel bagno nella sauna sono passati esattamente 12 mesi e 23 giorni. Un mese e mezzo più tardi, sarà ministro delle Pari opportunità e Gioventù nel IV governo Kohl.
Il Cancelliere la chiamava Das Mädchen, ragazzina, figlia. E politicamente Angela lo è stata, almeno fino al 1999, anno dell’ultimo dei suoi tradimenti ai padri. Con Kohl c’è, all’inizio, un rapporto di convenienza. A lui servono un ministro donna, un giovane e qualcuno dell’Est: e con Angela ottiene tutto in un colpo solo. A lei invece occorre un mentore più famoso dei precedenti, che la inserisca nella Cdu facendole saltare la gavetta. In pochi anni la Merkel diventa presidente regionale della Cdu nel land Mecklembourg Pomerania (1993), ministro dell’Ambiente (1994), segretario della Cdu (1998). Infine, nel 2000, si assicura il posto di presidente del partito con il 96 per cento dei voti. Nel frattempo Kohl è stato fatto fuori: nel 1999 è scoppiato lo scandalo dei fondi neri alla Cdu, e il Cancelliere si rifiuta di fare i nomi dei “donatori”. È proprio la Merkel, in un’intervista alla stampa nazionale, a chiedergli di fare un passo indietro. E ne prende il posto. Siamo a dieci anni dal famoso bagno. Ce ne vogliono altri 5 prima che l’ex Mädchen possa candidarsi alla guida della Germania. Nel 2002 perde la sfida per rappresentare la coalizione Cdu/Csu con Edmund Stoiber, ma lui perde le elezioni, al governo va il socialdemocratico Gerhard Schröder. Una lezione per la Cdu, che ottiene meno del 30 per cento dei voti. Ma anche per la Merkel: sarà l’ultima volta che un avversario interno al partito o alla coalizione le sbarrerà la strada. D’ora in poi li farà fuori uno ad uno, grazie agli scandali o piazzandoli in posti chiave prima che diventino fastidiosi.
Stoiber si ritira dalla vita politica nel 2007, dopo le accuse di spionaggio interno alla Csu; Christian Wulff, suo amico ma anche possibile rivale, diventa il suo candidato alla presidenza della Germania nel 2011. Il partito non lo vuole, ma lei insiste, per levarselo dai piedi. Risultato: è eletto solo al terzo turno. Per la Merkel è una sconfitta di immagine ma così Wulff ha tolto il disturbo. Più sofferta invece la perdita di Karl-Theodor zu Guttenberg, allora ministro della Difesa: nel luglio 2010 lo Spiegel chiede alla Cancelliera se vede nel suo giovane ministro un possibile successore. Lei nicchia, lo elogia, ma chiude il discorso. A gennaio 2011 zu Guttemberg viene indagato sulla sua attività governativa. Poi il colpo di grazia a marzo, con l’accusa di aver copiato la tesi. Il ministro si dimette. Angela annuncia nell’estate la sua decisione di ricandidarsi per un terzo mandato.