Processo a Formigoni
di Sofia Basso ?php edit_post_link( __( 'Edit entry'), '• '); ?>Dopo gli ultimi due arresti al Pirellone, l’opposizione chiede le dimissioni del governatore. Per responsabilità politiche. Le accuse al “sistema” costruito in Lombardia dall’esponente del Pdl. Con l’aiuto di Cl. Mentre le cosche danno l’assalto alla Regione
Adesso che lo stillicidio di arresti al Pirellone è diventato una raffica, nessuno crede più alle coincidenze e tutti puntano il dito contro Roberto Formigoni, il super governatore soprannominato il Celeste che guida la Regione Lombardia da 17 anni. Lui, che gli uomini finiti sotto inchiesta li ha scelti uno ad uno. Così, mentre i magistrati approfondiscono le responsabilità penali, i partiti analizzano quelle politiche. Se Pd e Libertà e Giustizia premono per le dimissioni di Formigoni, non manca chi chiede lo scioglimento del consiglio regionale per infiltrazioni mafiose.
Perché ormai in Lombardia, corruzione significa spesso affari con i clan. Come confermano le carte dell’accusa. Ai vecchi scandali che avevano sfiorato il governatore, da Oil for food alle bonifiche di Santa Giulia, negli ultimi mesi si sono aggiunti, uno dopo l’altro, il crac del San Raffaele e gli arresti degli ex assessori Franco Nicoli Cristiani e Massimo Ponzoni. Formigoni parla di «casi personali» ma, a parte Nicole Minetti, sotto inchiesta per i festini di Arcore, gli altri indagati sono tutti amici suoi. E vicini a Cl.
«Quasi tutto l’ufficio di presidenza di Formigoni è indagato o agli arresti domiciliari. Il sistema Lombardia si presenta come il più permeabile. Non si potrebbe pensare di meglio per una criminalità organizzata in espansione », lancia l’allarme Nando dalla Chiesa, sociologo e presidente del comitato antimafia istituito a novembre dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia. «È storicamente provato che i clan hanno sfondato nei Comuni in cui la combinazione era boss con soggiorno obbligato e corruzione della pubblica amministrazione. Il caso esemplare è Desio. Ora sta accadendo a livello regionale». Secondo il figlio del generale ucciso dalla mafia, il cavallo di Troia per l’infiltrazione delle cosche è la privatizzazione. Il settore più esposto, come ha dimostrato il caso di Gino Pezzano promosso alla direzione della Asl di Milano 1 nonostante le foto coi boss, è la Sanità, l’affare per eccellenza della Regione: «È qui che Formigoni ha investito su modelli pubblico-privato. Cl è un corpo separato dentro la pubblica amministrazione e come tale agisce per conquistare posizioni ». Per il sociologo, il Celeste non si può nascondere dietro l’alibi di non sapere: «Formigoni se li è messi accanto. Si è formato un sistema con una vulnerabilità altissima. Tra l’altro è scandaloso che governi per quattro mandati consecutivi. Purtroppo non c’è mai stato nessuno che gli dicesse “Torna a bordo, cazzo”. Di Schettino che pensano a se stessi invece che all’interesse pubblico ce ne sono tanti. È un sistema marcio, privo di bussola morale. Servirebbe un intervento del Presidente della Repubblica per far valere anche in Regione il principio che si applica ai sindaci dei Comuni di 100mila abitanti. Purtroppo gli effetti di un potere senza alternativa si vedono».
A tirare le conclusioni politiche è Giulio Cavalli, attore sotto scorta e consigliere regionale Idv: «Nella peggior ipotesi siamo di fronte a una collusione, a un sistema che vive sulle prebende; nella migliore a un governatore troppo sbadato per poter controllare. In entrambi i casi, Formigoni deve dimettersi». Anzi, di più: «Nel momento in cui la commissione parlamentare antimafia parla di eletti con i voti della ’ndrangheta, l’operazione Infinito racconta di uomini del partito di Formigoni che garantiscono di poter sistemare le cose con la silente disattenzione del governatore, e i tempi e i modi di cave, discariche ed Expo vengono discussi prima tra i boss che in consiglio regionale, la questione non è più di dimissioni ma di scioglimento per infiltrazioni mafiose », rincara la dose il giovane attore. Anche secondo Cavalli, il “processo” al governatore va esteso a Cl: «Il reato del 416 fa riferimento a tre o più persone che si mettono d’accordo per arricchire il proprio bene ai danni della comunità. Cl ha sicuramente deciso di presidiare e occupare alcuni settori della vita pubblica. La solidarietà ciellina interpretata da Formigoni è stata la privatizzazione di alcuni servizi. Dove c’è un grumo di potere, le dinamiche sono quantomeno sospette. Purtroppo Formigoni pensa di sconfiggere la ’ndrangheta con conferenze stampa di intenti».
I primi a chiedere le dimissioni dell’eterno numero uno al Pirellone sono stati i democratici: «Non è tanto il singolo caso, quanto il fatto che politicamente questa situazione non regge più», dice Pippo Civati, ex rottamatore e consigliere regionale del Pd. «Bisogna dare un messaggio di legalità e di qualità del dibattito politico. Le situazioni che sono emerse sono molto gravi e non si possono superare con un rimpasto di giunta vecchio stile. Servono relazioni politiche più trasparenti, con figure e proposte diverse da quelle che vediamo da 20 anni». Anche per il giovane democratico, «le contestazioni dei magistrati fanno pensare a una prassi corruttiva consolidata», anche perché «la concezione del potere di Formigoni, se non ammette apertamente comportamenti illegali, li considera comunque trascurabili». Ogni volta che un suo collaboratore viene beccato con le mani nel sacco dalla magistratura, infatti, il governatore non si è mai detto scandalizzato, ma solo «deluso » o «amareggiato». Di fronte all’ennesimo arresto, rievoca Civati, Formigoni «non ha invocato una moralizzazione del sistema, ma si è limitato ad attaccare noi del Pd per il caso Penati. Che non può essere una giustificazione per quello che sta accadendo ma, anzi, è l’ennesima conferma che in Lombardia c’è qualcosa che non va. E al 90 per cento dei casi riguarda chi la governa».
Dall’autunno, infatti, i colpi di scena nell’entourage di Formigoni si sono fatti molto fitti. Il 16 novembre è finito in manette Pierangelo Daccò, l’imprenditore vicino a Cl accusato di essere coinvolto nella bancarotta del San Raffaele per aver ricevuto denaro dal braccio destro di don Verzé, quel Mario Cal trovato morto dopo aver testimoniato sul maxi buco dell’ospedale. Il 30 dello stesso mese è stato arrestato Franco Nicoli Cristiani, all’epoca numero 2 del Pdl lombardo e vicepresidente del consiglio regionale, accusato di corruzione e traffico di rifiuti. Il 17 gennaio è finito in carcere Massimo Ponzoni, segretario del Consiglio regionale lombardo, due volte assessore al Pirellone. Tra le accuse, oltre alla corruzione e alla bancarotta, anche quella di aver preso soldi dalla ’ndrangheta. Persino la Lega, che per decenni ha ingoiato in silenzio le inchieste sul governatore e sui suoi amici, adesso che non è più alleata del Pdl a livello nazionale, comincia a lamentarsi. L’aut aut è arrivato direttamente da Umberto Bossi il 22 gennaio a piazza Duomo: «Il Pdl molli Monti o la Lega farà cadere Formigoni». L’interessato non si scompone nemmeno in questo caso: «È un’ipotesi che non prendo nemmeno in considerazione». A crederci è invece Matteo Salvini, capogruppo del Carroccio a Palazzo Marino ed europarlamentare: «Governare a livello locale con chi massacra i cittadini del Nord a livello nazionale non è semplice. Se poi si aggiungono anche le vicende giudiziarie…». Per il giovane leghista, la Regione Lombardia «è la migliore d’Italia dal punto di vista dei conti economici, ma i provvedimenti giudiziari a sempre più esponenti del Pdl rappresentano un problema politico. Se ci fossero altre manette, la situazione sarebbe insostenibile». Salvini ribadisce la tesi di Formigoni per cui le «responsabilità sono personali », ma ammette che ci sia «una presenza notevolissima, qualcuno dice eccessiva, degli uomini di Cl in ambito sanitario e fieristico». Sulle prossimi amministrative non ha dubbi: «Nella maggioranza dei Comuni, il Carroccio si presenterà da solo».
Intanto la ’ndrangheta guadagna posizioni, soprattutto nel triangolo Milano-Brianza-Pavia. E se il Pdl fa finta di niente, non tutta l’opposizione è in prima linea contro le cosche. «Bisogna tenere gli occhi ben aperti e chiudere ogni varco. La giunta Pisapia è molto attenta», conferma Dalla Chiesa. «Lo stesso però non si può dire del Consiglio comunale, dove la capogruppo del Pd, Carmela Rozza, ha sparato contro di me dicendo che “aveva ragione Sciascia, basta con i professionisti dell’antimafia”, dimenticandosi che il bersaglio di quella polemica era Borsellino. Tra l’altro lei viene dal Sunia, il sindacato delle case popolari. Posso sbagliarmi, ma non mi ricordo che si sia battuta perché centinaia di case popolari finissero nelle mani della mafia». Anche Cavalli ricorda che c’è «un parte dell’opposizione più timida, quella che in Lombardia ha cercato di costruire un sistema simile, pur se con risultati desolanti dal punto di vista del profitto e del merito politico». Il comitato antimafia di esperti, voluto da Pisapia ancor prima dell’avvio della commissione comunale, implica comunque la consapevolezza che per combattere la mafia non basta essere onesti. Bisogna anche essere preparati e determinati.