Adolf Eichmann, burocrate responsabile del trasporto degli ebrei verso i campi di sterminio, fu il primo criminale nazista processato in Israele, nel 1961, dopo la sua cattura da parte del Mossad in Argentina. A quel famoso processo assistette Hannah Arendt, e i suoi resoconti furono poi raccolti nel1963 in un volume intitolato La banalità del male, come l’espressione che formulò per connotare ciò che la vista e le parole di quell’uomo le avevano fatto venire in mente. L’apparente provocazione fece divampare le polemiche: impossibile all’epoca avere la giusta distanza per comprendere cosa la Arendt intendesse, troppo vicini la tragedia e il dolore. Meno difficile sarebbe ora, eppure quell’espressione arendtiana continua ad essere oggetto di costanti equivoci, tra cui il più diffuso è quello di presentarla come se significasse che il diventare nazisti sarebbe una possibilità “banalmente” aperta a tutti gli esseri umani perché tutti originariamente soggetti al “male”. Equivoco stupefacente se si legge il testo, come la Arendt confermò subito a Gershom Scholem che invece non aveva equivocato, e che al contrario le rimproverava di aver abbandonato l’espressione kantiana di “male radicale” usata invece ne Le Origini del totalitarismo: «Hai completamente ragione: ho cambiato idea e non parlo più di “male radicale”. (…) Quel che penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. (…) Esso “sfida”, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”». Anni dopo, ne La vita della mente spiegò che nel trovarsi di fronte ad Eichmann rimase colpita «dall’evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause o motivazioni. Gli atti erano mostruosi, a l’attore – per lo meno l’attore tremendamente efficace che si trovava ora sul banco degli imputati – risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco o mostruoso. (…) l’unica caratteristica degna di nota che si potesse individuare nel suo comportamento (…) era qualcosa di interamente negativo: non stupidità, ma mancanza di pensiero». Una peculiare carenza che si esprimeva in frasi stereotipate oppure nel difendersi con motivazioni prive di senso, come quella che ciò che era accaduto nei campi di sterminio «era da considerarsi una questione di ordine sanitario». Osservandolo, la Arendt pensò che esisteva un nesso tra la possibilità di compiere azioni devastanti e la perdita della capacità di pensare propria di «ogni persona sana». Se Kant aveva detto che «la stupidità è causata da un cuore malvagio», lei risponde che «non è vero: l’assenza di pensiero non si identifica con la stupidità; (…) e un cuore malvagio non ne costituisce la causa: è vero probabilmente il contrario: che la malvagità può essere causata da assenza di pensiero». La banalità del male costò alla Arendt, ebrea tedesca fuggita dalla Germania nel 1933 e poi rifugiatasi negli Stati Uniti, l’opposizione dell’intero establishment ebraico israeliano e americano, dovuta anche al fatto che nel testo si tematizzava una questione spinosa: il fatto che molti capi ebraici avevano “collaborato” con i nazisti, ad esempio stilando le liste delle persone da deportare. La Arendt non intendeva con ciò sminuire le responsabilità dei nazisti, ma far luce sulla complessità di un fenomeno che aveva condotto allo sterminio di milioni di esseri umani con modalità inedite, e cercare di comprendere l’incapacità di resistergli da parte deglistessi ebrei. Così infatti rispose ancora a Scholem che l’accusava di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici: «È evidente che tu non hai ancora compreso la mia posizione, nonostante io l’abbia spiegata chiaramente. Ho sostenuto che non esisteva alcuna possibilità di opposizione, ma esisteva la possibilità di non fare nulla. (…) Poiché in politica abbiamo a che fare con uomini, e non con eroi o santi, esiste la possibilità di “non partecipazione”». Ciò che intendeva si riassume al meglio con le parole usate sempre ne La vita della mente, e anche in questo caso ha a che fare con il pensiero: «Quando tutti i lasciano trasportare senza riflettere da tutto ciò che gli altri credono o fanno, coloro che pensano sono tratti fuori dal loro nascondiglio perché il loro rifiuto di unirsi alla maggioranza è appariscente, e si converte per ciò stesso in una sorta di azione». Per la Arendt, dire no significava già agire, e secondo lei tale “azione” avrebbe almeno ridotto di molto il numero delle vittime della Shoa. La sua riflessione sul nazismo iniziò con Le origini del totalitarismo del1951, incui sosteneva che i totalitarismi del XX secolo segnavano l’esordio di una forma politica radicalmente nuova, applicabile a rigore solo a nazismo estalinismo, e per comprenderla non la si poteva vedere come una completa negazione della ragione illuminista: che i crimini di quei regimi si fossero svolti nella nostra civiltà e nel XX secolo era un “fatto” che l’analisi non poteva ignorare. Queste posizioni le attirarono gli strali degli esponenti di ogni filosofia: i marxisti la considerano di destra, i filosofi conservatori la considerarono di sinistra, e tutti insieme la bollarono come “irrazionalista”. Oggi quel libro è considerato imprescindibile per chi vuole approfondire natura, significato e pericolosità delle strutture politiche totalitarie, ma alcuni accusano la Arendt di una forma di negazionismo che diluisce le responsabilità storiche del nazismo addossandole astrattamente al pensiero occidentale, come alcuni negazionisti in effetti fanno, ad esempio dietro il paravento della critica della “Tecnica”. Leggendo i suoi scritti e conoscendo la sua storia è però molto difficile sostenerlo, perché appare invece chiaro che ella tentò di andare oltre l’idea di animal rationale per il motivo che l’uguaglianza basata su quella millenaria concezione aveva dimostrato di non essere sufficiente contro l’orrore dei campi di sterminio. Ai suoi occhi si rendeva necessario fornire all’umanità una «nuova garanzia» affinché ciò non si ripetesse: bisognava ripensare il concetto di uguaglianza per fondarlo più stabilmente. La Arendt non è riuscita nel suo intento, ma è indubbio che abbia posto alla filosofia questioni tanto importanti quanto imbarazzanti. Il fraintendimento nei suoi confronti ha molti motivi, ma per quanto riguarda la “banalità del male” fa capo a un’incomprensione più generale della specificità del nazismo: far sparire materialmente milioni di esseri umani perché erano già mentalmente spariti in quanto esseri umani, come se non fossero mai esistiti. Una specificità che la maggior parte delle interpretazioni non può cogliere, perché considera il nazismo come il fenomeno estremo di una presunta cattiveria umana originaria tendente al proprio piacere, sia essa intesa religiosamente come male o materialisticamente come istinto: una credenza pari a quella religiosa in quanto è noto che, per quanto ci si affanni a cercarla nella genetica, non esiste prova di una radice biologica della violenza. Credenza che anche la filosofia condivide concependo l’identità umana come ragione, per cui quanto nell’uomo è insopprimibilmente non ragione, non sarebbe umano. La filosofia, nata per opporsi alle credenze, in questo caso ha fallito il suo compito. Anche con l’Illuminismo, anche con colui che di questo è considerato il massimo esponente degli ideali umanitari: Kant appunto, la cui intenzione manifesta era liberare la ragione dalla religione ma che invece ha finito per sancire l’idea di un “male radicale” negli uomini, inconoscibile e quindi ineliminabile, cioè “necessario”. Perché altri nazismi non si ripetano, è invece necessario smettere di credere e iniziare a pensare, come la Arendt auspicava.
Pubblico
1 commento
Francesco says:
gen 30, 2012
E’ un articolo fantastico, e credo giunga alla radice di un discorso ignorato o comunque sempre messo in ombra: il far sparire materialmente milioni di esseri umani in quanto già spariti mentalmente COME esseri umani. Terribile, ed ancor più terribilmente vero. Sono passati ormai 70 anni ed io ne ho 27, e non cè giorno in cui io non chieda perdono, in cui non mi senta in parte responsabile per come l’ esistenza umana sia un circolo costante di cose che ritornano ad essere, in tutto il loro orrore; ed è colpa anche mia se questo circolo non viene spezzato.