A Davos, in Svizzera, si riunisce il World economic forum. I potenti del mondo cercano la via per uscire dalla crisi e accolgono proposte dal basso, ma i ribelli di Occupy non gli credono. E protestano con gli igloo

Fuori fa freddo ma loro se ne stanno al caldo. Il forum di Davos è una metafora della crisi globale: una ristretta élite di businessman si gode il meglio che una cittadina svizzera possa fornire mentre il resto del mondo batte i denti. Tra il 25 e il 29 gennaio si riuniscono tra le montagne elvetiche 2.600 top leader, tutti invitati al 41esimo World economic forum. Sono capitani d’azienda e ministri di governo, uomini d’affari e giovani manager. Sono talmente ricchi e potenti che possono permettersi di snobbare anche l’1 per cento contro cui si ribella Occupy Wall street. Ci vogliono molte meno persone per tenere le redini dell’economia globale, per l’esattezza lo 0,00004 per cento, cioè quei 2.600 presenti al Wef.


Chi viene a Davos, quindi, sta al capitalismo come la schiuma al cappuccino, eppure vuole parlare di “nuovi modelli” capaci di rivoluzionare il sistema. Il presidente del Forum, Klaus Shwab, ha addirittura dichiarato che «il capitalismo si è rotto, abbiamo bisogno di aiuto per sistemarlo. L’aiuto di chi protesta contro di noi». E ha invitato i leader di Occupy Davos a una sessione apposita del Wef, per trovare «soluzioni condivise alla crisi globale». Sarà vero?

«I potenti di oggi hanno trasformato il principio “una testa un voto” in “un dollaro un voto”. Se vogliamo davvero cambiare bisogna lottare contro il Forum». Sono le parole di quei giovani che Shwab vorrebbe seduti al tavolo con i capitalisti, a discutere amabilmente di economia. Gli attivisti di Occupy Davos non si tirano indietro: parteciperanno all’incontro con i super ricchi, ma senza rinunciare alle proteste. Immersi nel gelo svizzero, hanno deciso di rimpiazzare le tende degli indignados con gli igloo degli ibernados e di presidiare comunque la piazza centrale della cittadina. Il programma delle attività non è fittissimo e l’unica certezza sembra la festa finale con concerto, ma le azioni dimostrative si decideranno giorno per giorno e punteranno sugli slogan, come “feed the poor, eat the rich” (nutri i poveri, mangia i ricchi), la scritta rossa apparsa sulle neve di Davos il 24 gennaio. Una protesta innocua, di una manciata di giovani che tenta di resistere alla bufera, ma il governo svizzero non vuole correre rischi: a presidiare Davos ci sono quasi 5mila agenti equipaggiati di tutto punto e pronti a arrestare chiunque si spinga troppo in là. «Ma di cosa hanno paura, non venivano tutti qui per favorire il cambiamento globale?», commenta ironicamente un manifestante. No, la missione di chi partecipa al Word economic forum non è quella di «migliorare lo stato del mondo», come recita lo slogan degli organizzatori. Gli Occupy Davos dicono che lo scopo è quello di prendere decisioni in pochi per comandare su tutti gli altri. Dicono anche che i partecipanti al Fo rum sono la stessa élite che ci ha trascinato nella crisi. Difficile dar loro torto. Nel 2006 fu proprio a Davos che il ministro italiano Tremonti se la prese con Nouriel Roubini, l’economista nato a Istanbul, cresciuto in Italia e docente negli Usa, colpevole di pronosticare la crisi globale. Tremonti lo apostrofò con un: «Ma perché non te ne torni in Turchia?». Oggi tra le centinaia di multinazionali che si sono iscritte come partner del Forum la stragrande maggioranza sono istituti di credito, banche e finanziarie. Al secondo posto ci sono compagnie petrolifere e energetiche. Segue un potpourri di industrie della tecnologia e colossi alimentari, tutti ugualmente solerti a confermare la loro partecipazione. I temi sul tavolo restano poco chiari, anche se in agenda figurano 230 workshop in cui si dovrebbe discutere di ogni cosa, dal riscaldamento globale alla crescita dell’Asia, fino all’«uso della musica per migliorare le comunicazioni»». Dalle dichiarazioni ufficiali sembrano tutti molto interessati a trovare un nuovo paradigma per uscire dalla crisi, ma la realtà è che alcuni delegati nemmeno si presentano alle sessioni. Preferiscono fare public relations e procurarsi clienti, come ha riconosciuto candidamente James Quigley, dirigente della Deloitt: «Venire a Davos una volta all’anno mi consente di risparmiare 50 giorni di viaggi di lavoro».

Business. È questo che fanno i partecipanti del Wef. Ed è un business che – alla faccia della crisi del debito – lascia lo scettro in mano ai protagonisti del passato. I co-chair dei sei incontri più importanti sono Vikram Pandit di Citigroup (servizi finanziari), Yasuchuka Hasegawa di Takeda pharmaceutical (farmaci), Paul Polman di Unilever (merci per consumo rapido), Peter Voser di Royal dutch shell (petrolio e gas), Alejandro Ramirez di Cinepolis (catena di cinema) e Sheryl Sandberg di Facebook, una new entry che serve più a rispettare le quote rosa che a sdoganare i social network. Insieme a loro ci sono i politici. Come Ehud Barak da Israele e l’accoppiata Gordon Brown – Ed Milliband dalla Gran Bretagna. C’è il ministro della Difesa norvegese per parlare di estremismi religiosi e il ministro giordano per la Cooperazione a discutere di risorse idriche. Arriveranno i presidenti di Sudafrica, Messico e persino della nazione più giovane del mondo, il Sud Sudan. Non mancheranno i re dall’Arabia saudita, dal Belgio e dall’Olanda. E ad aprire i lavori ci ha pensato Angela Merkel.

Tra una colazione d’affari e una cena di gala saranno costretti anche loro a esprimere un’opinione sull’economia globale, rispondendo all’appello di Shwabs che ha proposto di interrogarsi sulle conseguenze della primavera araba e sulle rivoluzioni mancate. Per non parlare delle centinaia di questioni gettate sul tavolo dalle organizzazioni europee. La fiducia nei governi, ad esempio: secondo un rapporto di Edelman Trust Barometer è calata di 9 punti percentuali in Paesi come la Francia, la Spagna e l’Italia anche di 10 punti. E naturalmente la disoccupazione: nel 2012 il mondo conterà 200 milioni di persone in cerca di lavoro, 27 milioni in più rispetto a prima della crisi del 2008, come denuncia l’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro). Mentre l’ong Oxfam ha consegnato a Davos una relazione dal titolo «Dimenticati dal G-20», che denuncia l’allargamento della forbice tra reddito dei ricchi e dei poveri in 14 paesi del G-20, in particolare Russia, Cina, Giappone e Sudafrica.

Cosa ne pensano i ricchi del nuovo capitalismo? Per ora le idee sembrano poche e confuse. Secondo la multinazionale delle risorse umane Manpower il futuro dell’economia risiede nel Talentismo. L’accesso alle capacità individuali diventerà più importante dell’accesso al capitale e l’industria deve puntare sul fattore umano. Non osano contraddirli i 2.600 invitati, altrettanto convinti che al centro dell’economia ci siano degli uomini. Uomini come loro.