La proroga del nostro impegno all’estero segna un’inversione di tendenza: più soldi alla cooperazione e più militari là dove contiamo. Ma in Libia e Somalia sarà difficile aiutare governi inesistenti
Quando è arrivato il governo tecnico, alla Farnesina si sono comprati la playstation: senza politici, pensavano, avremo un sacco di tempo libero e nessuna strategia estera. A distanza di due mesi i diplomatici hanno dovuto cambiare programma. Il governo Monti non ha soltanto una strategia, ma anche tutte le intenzioni di segnare un’inversione di tendenza, almeno a giudicare dalla proroga del decreto sulle missioni internazionali che è stata discussa il 31 gennaio alla Camera. Innanzitutto la durata: un anno invece che sei mesi, per dare un po’ di stabilità all’impegno italiano nei teatri internazionali. E poi i travasi di spesa.
Sì, perché la somma totale scende di poco (1 miliardo e 403 milioni di euro del 2012 contro 1 miliardo e 448 milioni del 2011), ma la destinazione dei fondi non è la stessa. In primis la cooperazione: quest’anno i soldi destinati allo sviluppo all’estero saranno 70 milioni di euro, circa 20 milioni in più del 2011. «Sono 20 milioni in più che il governo ha voluto stanziare appositamente per la cooperazione, senza sottrarre ad altre voci», ci dice Franco Frattini, ex ministro degli Esteri e relatore del decreto alla Camera. La cifra totale di 70 milioni, però, è arrivata in extremis, con l’incontro tra Mario Monti e Hamid Karzai – il 26 gennaio – e la promessa del premier italiano di destinare 34 milioni e 700mila euro ai progetti di cooperazione in Afghanistan e Pakistan (contro i 27 del 2011). Ma l’intenzione c’era, e lo dimostra la cifra destinata agli altri Paesi: 33,3 milioni (più 2 destinati allo sminamento) per Iraq, Libano, Myanmar, Pakistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Libia. «Sono 14 milioni in più rispetto al 2011», spiega Federica Mogherini, deputata Pd, «un aumento che segna una totale inversione di tendenza: per la prima volta dopo anni crescono i soldi destinati allo sviluppo e diminuiscono, anche se poco, quelli per le operazioni militari». Anche Frattini si dice soddisfatto del decreto: «L’Italia aumenta il suo impegno in teatri che sono vitali per noi», sottolinea Frattini, «come la Libia e la Somalia».
Libia
Nella Repubblica che è cresciuta sotto il pugno di Gheddafi non eravamo abituati a inviare fondi per la cooperazione. La Libia è sempre stata l’unica Nazione del Maghreb che vantava buoni standard di vita e invece, dopo l’intervento della Nato, finisce nella nostra lista dei destinatari di aiuti. Inoltre, nel decreto missioni, ci sono anche 10 milioni riservati a un’operazione militare diretta proprio a Tripoli per fornire «assistenza, supporto e formazione» alle forze armate nazionali. L’Italia è l’unica, in Europa e nel mondo, a inviare un contingente militare dopo la fine della missione atlantica. L’obiettivo di mantenere un rapporto privilegiato con i nostri dispensatori di idrocarburi non è palese: il premier Monti è andato in Libia il 21 gennaio e ha deciso insieme al primo ministro Abdel Rahim al Kib che il trattato italo libico va riesaminato, che Roma verserà a Tripoli 5 miliardi di euro in 25 anni per compensare i danni dell’era coloniale e che costruirà anche un’autostrada. Forse adesso la Banca centrale libica cambierà idea sulla ricapitalizzazione di Unicredit (il 19 gennaio ha annunciato un taglio del 2,7 per cento) e soprattutto si consoliderà la posizione di Eni, che è già tornata a estrarre 270 milioni di barili sui 280 pre bellici. Più difficile, invece, tornare alla normalità nel settore della sicurezza: il fronte dei ribelli che sostiene il Consiglio di transizione è ancora frammentato. Città, villaggi e persino i quartieri di Tripoli sono governati da diverse milizie e l’esercito non esiste ancora, anche se c’è un Comandante fresco di nomina – Youssef Mangoush – che è già stato ricusato da due tribù della Libia orientale. In questo clima di totale incertezza, proliferano le forze di sicurezza private: le compagnie di contractor non fanno che pubblicare annunci di posti vacanti per la Libia e con la chiusura delle operazioni in Iraq ci sono tanti mercenari disponibili. E non finisce qui: la riconciliazione è lontana a venire e anche se i recenti scontri nella roccaforte lealista di Beni Walid sembrano essere dovuti a rivalità locali, le missioni punitive dei ribelli non si fermano. Da pochi giorni Medici senza frontiere si è ritirata dalle carceri di Misurata «perché ai detenuti vengono inflitte torture e negato l’accesso a cure mediche di urgenza». Senza un esercito da addestrare e una stabilità da conservare, cosa faranno i 100 soldati che stiamo inviando in Libia? «Il decreto prevede una certa flessibilità», sostiene Mogherini, e del contrasto alla diffusione di armi». Armi sono finite in mano a gruppi terroristici di ogni tipo proprio grazie all’intervento della Nato, come sostiene un rapporto dell’Onu del 26 gennaio: «Con il rovesciamento del regime gli arsenali libici sono andati fuori controllo e ad appropriarsene ci hanno pensato gruppi criminali e alqaedisti».
Somalia
C’è un’altra ex colonia italiana che torna tra le priorità del nostro governo. «Sono sempre stato convinto che sia necessario dare forte sostegno alle istituzioni somale», ci dice Frattini, «e aiutare le loro forze di sicurezza come stanno facendo i nostri carabinieri a Nairobi». Peccato che anche in Somalia l’esercito non esista e le istituzioni che sostiene l’Occidente vengano difese dai caschi verdi dell’Unione africana. Di fatto, il Paese è ormai spacchettato in due regioni secessioniste, una occupata dal Kenya, una dall’Etiopia e una sotto il controllo degli islamisti. «A risolvere il problema delle forze straniere sul terreno», sostiene Frattini, «ci può pensare solo l’Unione africana». Peccato che i caschi verdi siano prevalentemente etiopi, che i somali considerano occupanti. E per quanto riguarda la pirateria, il decreto prevede più libertà per le scorte armate e più fondi alle missioni di contrasto navale Ue e Nato. Che finora hanno assistito impotenti a centinaia di rapimenti, compreso quello della petroliera Enrico Ievoli il 27 dicembre.
Le altre
Ma qualcosa l’Italia lo sa fare. Lo ha dimostrato in Libano e nei Balcani, dove ha saputo mantenere la pace in zone altamente instabili. In queste regioni il precedente governo voleva ridurre il nostro impegno, fino a parlare di ritiro, invece il nuovo decreto rafforzerà la presenza italiana: nel 2012 i soldati italiani nei Balcani aumenteranno da 560 a 848 e quelli in Libano da 1100 a 1549. «Lo ritengo un segnale molto positivo», sostiene Mogherini, «così come la riduzione di 200 uomini in Afghanistan. È bene impegnarsi là dove possiamo fare la differenza, è così che possiamo definire la nostra strategia». Alla Farnesina si sono già messi a lavoro.