Ammesso che di “protezione” si tratti, quando martedì scorso abbiamo letto il fondo “Perché proteggiamo (troppo) i nostri figli” di Antonio Polito sul Corriere della sera ci siamo stupiti non poco. Scriveva a mo’ di sfotto’: «Dunque, ricapitoliamo. I nostri figli hanno diritto ad essere fuori corso anche dopo i 28 anni senza che austeri ministri li definiscano “bamboccioni” o frivoli viceministri diano loro degli “sfigati”. Però, a 28 anni, hanno diritto a un posto di lavoro non solo stabile e comparabile alle loro aspirazioni, il che è ragionevole, ma anche inamovibile e sorvegliato da un giudice ex articolo 18. Hanno inoltre diritto a una facoltà nel raggio di 20 chilometri da casa, così che non debbano vivere lontano dalla famiglia, e dunque hanno diritto a non fare quei “Mcjob” (commessi, camerieri, pony express), che i loro più sfortunati coetanei americani sono costretti ad accettare… Infatti i nostri figli non devono mantenersi agli studi, perché lo Stato chiede a ciascuno di loro tra i mille e i duemila euro l’anno mentre ne spende in media settemila…; dunque a mantenerli agli studi ci pensa la fiscalità generale, cioè le tasse pagate anche da chi i figli all’università non li manda. Frequentando l’ateneo con comodo e senza fretta, i nostri figli hanno anche diritto a che il valore legale della loro laurea sia identico a quello di chi la laurea se l’è sudata un po’ di più… magari in un’università in cui i 110 non fioccano dal cielo… Se poi i nostri figli per caso volessero continuare la loro carriera universitaria dopo la laurea, hanno diritto a non farlo all’estero, lì dove fuggono i cervelli, ma in patria, lì dove ammuffiscono i cervelli. Naturalmente, hanno infine il diritto di protestare … contro chi ruba loro il futuro, “Occupyando” qua e là tra gli applausi dei contestati medesimi». Esatto! Anzi, perché no? Perché non dovremmo desiderare e lavorare affinché i nostri figli abbiano questi diritti? Perché trasformare con malposta ironia dei diritti in privilegi per pigrotti figli di papà? Perché scrivere di schiere di bamboccioni invece di descrivere quelle migliaia di studenti che i lavoretti per studiare già li fanno? Anzi è proprio per questo che spesso non si laureano entro i 28 anni. Perché poi non dovremmo avere il diritto di protestare se i fondi all’università vengono tagliati? E perché non dovremmo desiderare di avere, non tanto dietro casa ma in Italia, università di grande livello dover poter continuare a studiare? Per non parlare di un lavoro comparabile alle loro aspirazioni? Che male c’è? Polito, e chi per lui, questo ce lo deve spiegare. Quand’è che li ha incontrati tutti questi bamboccioni viziati corredati delle loro famiglie iperprotettive che vogliono strambi “privilegi” dietro casa? E soprattutto dove li ha incontrati? Di certo non tra i lettori del Corriere, che gli dedica una pagina di lettere dove nella nota più gentile si scrive che Polito «parla per luoghi comuni». Altra cosa più seria da fare presto è capire invece che senso ha, se ne ha, la proposta di Profumo di abolire il valore legale dei titoli di studio e di rafforzare un meccanismo di accreditamento delle università per cui alla fine non tutte le lauree avranno lo stesso peso. Non tanto per proteggere i nostri figli ma per partecipare alla loro rivoluzione.
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