Bisogna ridurre la divaricazione tra valore legale e valore reale dei titoli di studio nell’unica maniera corretta: riqualificando il sistema universitario nel suo complesso
Per rispondere alla domanda bisogna rifarci all’opposizione ottocentesca tra Paese reale e Paese legale perché è questa che si ripresenta ancora una volta nella questione dell’università, dei suoi mali e dei rimedi da predisporre. Allora il Paese reale, coi suoi milioni di abitanti, fu rappresentato da una ristretta minoranza di possidenti, i soli ad avere il diritto di voto.
Oggi l’abolizione del valore legale della laurea mira a creare una situazione analoga: quella in cui solo una minoranza di laureati nelle università di serie A si vedrebbe dotata di un titolo valido per accedere ai concorsi mentre la maggioranza, di serie B, dovrebbe rassegnarsi a rimanere esclusa. Se si aggiunge che serie A e serie B corrispondono nell’opinione comune a una divisione geografica tra Nord e Sud, risulterà chiaro che una misura del genere approfondirebbe la lacerazione tra le due Italie perché tutti i laureati delle università del Sud si troverebbero tra le mani un inutile pezzo di carta. Una ingiustizia non solo geografica ma anche sociale: sarebbero colpiti gli studenti di quelle famiglie che non hanno i mezzi per recarsi al Nord o all’estero. Con tanti saluti a chi ha aperto la strada alla disseminazione delle sedi e ha spezzato in due tronconi il percorso degli studi universitari. Giusto, dicono i liberalizzatori convinti: bisogna che il valore reale vinca sulla finzione burocratica e che solo i capaci e intelligenti si vedano aperta la strada per accedere alla carriera negli apparati dello Stato. Su questo principio si deve essere d’accordo. Ma sul fatto che lo si realizzi con la scorciatoia di un tratto di penna sul certificato di laurea sono leciti i dubbi. E difatti anche il governo Monti ha avuto dei dubbi e ha rinviato quella che sembrava una decisione imminente a dopo più matura riflessione. Una prudenza apprezzabile, che fa onore alla serietà di questo governo. Al quale, come cittadini, dobbiamo molto rispetto e attenzione. è un governo che ha ridato decenza al volto pubblico del Paese, fermato il convoglio collettivo sulla sponda del burrone, avviato un’opera di risanamento fiscale. Non dobbiamo più vergognarci di un governo di nani e ballerine e bunga bunga, di disprezzo per il sapere e per ogni tipo di regole. In grazia di un tale mutamento, si è creato un capitale di fiducia ed è nata una disponibilità a sopportare misure anche durissime come quelle che sono arrivate. Ma ora si è aperto il capitolo delle misure per favorire la crescita. E qui si è affacciato il tema della scuola e dell’università. Ed è proprio questo governo di professori che deve dimostrare di avere un programma di rinnovamento autentico nel settore a lui più familiare, mentre era il più remoto, spregiato e detestato dal populismo selvaggio e dalla crassa incultura di quello che lo ha preceduto. Qui ci aspettiamo il segnale di una inversione di rotta che aiuti la scuola e la ricerca a risalire dal fondo dove sono state fatte precipitare. è urgente che questo segnale arrivi. In questo periodo dell’anno, mentre si annunciano le materie della maturità, le famiglie italiane che hanno figli in età giusta devono rispondere alla domanda se vale la pena investire soldi e speranze nel percorso universitario. La statistica ha già dato risposta a questa domanda. Sono sempre meno quelli che fanno il passo successivo nel percorso dalla maturità all’università. Dal 2005 la percentuale degli studenti “maturi” che si iscrivono all’università registra un calo costante: dal 56 per cento di allora siamo scesi al 47 per cento. Lo dicono i dati dell’ultimo rapporto della Fondazione Agnelli presentato dall’editore Laterza pochi giorni fa. è un altro di quei dati statistici che misurano la velo ce corsa all’indietro del Paese nella gara mondiale per la crescita economica e sociale. Dietro questo calo non c’è solo l’impoverimento delle famiglie, che è comunque una realtà drammatica. La scelta che i genitori si trovano davanti è tra avere un figlio disoccupato che non studia e un figlio che studia ma si prepara a diventare lo stesso un disoccupato. La laurea non garantisce un lavoro e se lo dà non garantisce che sia adeguato alla qualità degli studi. Al danno, il viceministro Michel Martone ha aggiunto in questi giorni la beffa, con la sua uscita sugli “sfigati”: ma più della sua battuta è stata l’esibizione della sua fulminea carriera politica e accademica a consolidare l’idea diffusa che gli studi da soli valgono poco nelle carriere. Ebbene, oggi si tratta di ridurre la divaricazione tra valore legale e valore reale dei titoli di studio nell’unica maniera corretta che ci sia: riqualificando il sistema universitario nel suo complesso, investendo mezzi e idee perché il valore reale degli studi torni a crescere. Abbiamo in Italia una tradizione di università statali, poste al vertice della piramide della scuola pubblica, dove didattica e ricerca sono o dovrebbero essere strettamente collegate. A questo sistema l’Italia unita assegnò il compito di formare le menti dei cittadini e di offrire loro la possibilità di una promozione sociale legata al sapere. Un compito che oggi è più che mai attuale e urgente: non ci sono più le plebi analfabete dell’Ottocento, ma c’è un analfabetismo di ritorno assai grave e un ancor più grave analfabetismo civile fatto di ignoranza e disprezzo della nostra storia e cultura, delle leggi e dei diritti. E c’è un popolo nuovo fatto di milioni di immigrati, ai quali bisognerà decidersi ad aprire l’accesso alla cittadinanza ora che il populismo razzista è stato ricacciato all’opposizione. Si tratta di riqualificare la docenza di ogni ordine e grado e di ridare vigore e serietà agli esami e ai concorsi, oggi sempre più avviliti dalle corporazioni che si sono spartite sedi e carriere. Per fare solo un esempio, quello che sta accadendo nel modo in cui si riattivano oggi le dinamiche concorsuali all’università e si erogano i fondi per la ricerca meriterebbe maggior attenzione. è qui che il governo dei professori può e deve esercitare il suo potere di controllo e di intervento. Il mondo della scuola vive di libertà e di cultura, muore di bardature burocratiche e di logiche orporative. Basterebbero pochi interventi mirati per spalancare le porte del sistema degli studi e incoraggiare di nuovo le famiglie a far studiare i propri figli. Alla logica assistenziale che finora ha premiato con aiuti statali i figli degli evasori fiscali deve subentrare un vero sistema di borse di studio che premino la qualità degli studi e spingano i giovani a muoversi verso le sedi più serie anche se lontane da casa. In questo modo si stimolerebbe anche un riassetto della geografia universitaria che andrebbe nel senso voluto da chi chiede l’abolizione del valore legale della laurea. Ai provvedimenti a monte dovrebbero aggiungersi adeguati e rafforzati controlli a valle. L’art.33 della Costituzione ha già previsto la soluzione: basta attuare seriamente il comma che prescrive un esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio delle professioni. La griglia dell’esame di Stato funziona oggi solo in parte: lo si faccia funzionare davvero e il riassetto del sistema universitario ne sarà stimolato.