Il problema della qualità delle istituzioni lo si risolve con l’accreditamento delle università. Servono gli stessi vincoli per il pubblico e per il privato. Abolire il valore legale della laurea è un messaggio sbagliato per i giovani e i loro genitori. Parla Luigi Frati, rettore dell’ateneo più grande d’Italia, La Sapienza di Roma

È autore di oltre 500 pubblicazioni su riviste internazionali, su argomenti di medicina molecolare e biotecnologie applicate al controllo del differenziamento e proliferazione cellulare e quando parla hai la netta sensazione che voglia restituirti la complessità dei problemi. “Semplificare”, a volte, significa non capire e fare danni. E lui questo non lo vuole. Luigi Frati è il rettore de La Sapienza di Roma dal 2008, un’azienda di settemila dipendenti, 140mila studenti e un bilancio di oltre un miliardo di euro. E sono molte le cose che vuole dire sul perché abolire il valore legale dei titoli di studio sia un errore da non commettere.

Sul valore legale dei titoli di studio il Consiglio dei ministri di venerdì scorso si è incagliato per due ore buone con una discussione accesa e una spaccatura netta.

Il 7 settembre del 2005 è stata emanata una direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa che stabilisce quali sono le condizioni per il libero riconoscimento e la libera circolazione di professionisti in Europa. L’Unione europea cos’è? È una zona di libero scambio di merci e professioni. E questa direttiva regola in Europa tutta una serie di professioni: mediche, sanitarie, ingegneristiche, architettoniche… se l’Italia decide di abolire il valore legale del titolo di studio e dice “ognuno può preparare la gente come vuole” esce dal sistema europeo. E non ha senso avere in Italia un titolo che non ha valore in Francia o in Germania. In questa direttiva – una vera disciplinare – non viene stabilito solo il valore legale del titolo, ma anche come deve essere fatto, quali materie deve includere per poter essere riconosciuto valido. È indubbio, poi, che vi sono “non professioni”, per esempio tutta l’area umanistica, non sottoposte a questa normativa europea. La polemica di questi giorni nasconde un altro problema, quello di dire che non tutte le università sono uguali, per esempio alcune di quelle telematiche che danno titoli reclamizzati più o meno uguali, sono qualitativamente di gran lunga inferiori a quelli delle università tradizionali.

Il problema delle lauree buone e di quelle comprate è reale…

Il problema della qualità delle istituzioni lo si risolve con l’accreditamento delle università. In tutto il mondo c’è un sistema di accreditamento per capire se un ateneo è meglio di un altro, e deve essere così anche in Italia. La cosa importante è che vengano stabilite regole uguali per università pubbliche e private, anche perché il privato fa pagare 6- 7mila euro di tasse l’anno e certo chi guadagna 1.500 euro al mese non può mandare i propri figli a studiare lì. L’altro problema, non minore, è questo: il giorno in cui il titolo non avrà più valore, siamo sicuri che laurearsi con tutti 28-30 o con tutti 18 sia davvero la stessa cosa? E inoltre, ancora oggi, ci sono famiglie che mangiano pane e cipolle per far studiare i figli: siamo sicuri che una volta tolto il valore legale, il contadino calabrese che manda il figlio alla Sapienza di Roma perché sa che è tra le prime cinque università italiane nel ranking internazionale, lo farà ancora?

Alcuni ministri, tra cui Patroni Griffi, la Cancellieri e la Severino si sono opposti proprio per questo motivo. Hanno insistito sul valore “sociale” che ancora riveste il titolo e sul messaggio sbagliato che verrebbe dato ai giovani che studiano.

Il messaggio è assolutamente sbagliato. Io farei l’opposto: valorizzerei la scuola media superiore. Lo studente della scuola media superiore deve avere la certezza che studiando bene costruisce il suo futuro. L’altra inesattezza è che spesso si dice e si scrive che la laurea non serve a trovare lavoro. I dati di Almalaurea in mio possesso dimostrano che i laureati non solo trovano lavoro prima ma che il loro livello salariale è superiore. Io, da ricercatore, sono abituato a ragionare sulle cose in termini scientifici e non sull’onda di tesi politiche.

Una critica che parte del mondo delle imprese fa è che l’università non risponda al mondo del lavoro.

Giusta critica, tanto è vero che la Sapienza ha fatto una convezione con Federlazio. Ogni studente che si laurea alla Sapienza viene comunicato all’associazione delle piccole e medie industrie, che nel Lazio sono 4mila. Potrà fare stage e magari essere assunto, ma soprattutto alla fine dello stage tornerà dai suoi docenti a dirgli tutto quello che non gli hanno insegnato. Così si migliora la didattica che va centrata non solo sul sapere ma sul “saper fare”. Questa è la risposta vera: migliorare il rapporto con il mondo occupazionale, far sì che durante gli studi si abbiano già delle esperienze lavorative, questo anche per arrivare a modificare la logica dell’insegnamento. Non più solo astratto, ma correlato al mondo reale.

Alla fine, sul peso dei titoli di studio, la decisione è stata affidata da Monti a una consultazione pubblica via internet, che partirà nei prossimi giorni e coinvolgerà il popolo della rete. Che ne pensa? 

Ovviamente se voteranno gli studenti, lo faranno in massa perché il valore legale del titolo rimanga. Io stesso sarei il primo firmatario di una mozione in favore di ciò. Il problema è reale ma la soluzione deve essere più complessa. Da un lato va valorizzata l’università secondo criteri oggettivi e validi per tutti. Lo dico perché accade che università che non compaiono nei ranking internazionali poi siano ai primi posti delle nostre classifiche nazionali. Bologna, la Normale di Pisa, Padova, Pavia, la Sapienza sono ai primi posti nei ranking internazionali e poi misteriosamente in quelle nazionali compaiono altri soggetti. Dall’altro, va affrontato con sufficiente lucidità mentale il fatto che al mondo ci sono due tipi di formazione, una di livello “college” ed una di livello universitario (o anche research e teach university). Bisogna avere chiara questa differenza.

Poche settimane fa il Consiglio dei ministri ha approvato in prima lettura un decreto legislativo che mette in piedi un sistema di accreditamento, affidato all’Anvur (l’Agenzia nazionale di Valutazione del sistema universitario e della Ricerca). Dunque, viene rafforzato un meccanismo di accreditamento per cui alla fine non tutte le lauree avranno lo stesso valore. Come giudica questa novità?

L’Anvur ha due problemi, del resto si sa che in Italia si fanno le nozze con i fichi secchi, perché nella legge è stato scritto quaranta volte “senza oneri a carico dello Stato” e mi devono ancora spiegare a carico di chi sarà? Del cittadino? L’Anvur è un’agenzia neonata, di grande interesse, però con risorse e personale pari a zero.

Il risultato sarà una top ten delle università?

Io spero una top 30. Non esistono dieci migliori università, ne esistono di più. Ne vuole solo dieci chi si “autoproclama” migliore.

E quelle non incluse sono destinate a sparire? 

Il problema è capire qual è la vocazione di quelle che non rientrano nelle prime trenta o quaranta. La legge Gelmini poneva infatti il problema della rete, ci sono università che si potranno consorziare.

Il modello di riferimento è quello americano?

Supponiamo che l’Italia possa mantenere cinquanta università, una ogni milione di abitanti. L’Umbria ha 800mila abitanti e va bene che abbia un suo ateneo. Ma quando il Molise, che ha 300mila abitanti, fa un ateneo è difficile pensare che questo possa essere competitivo. Se non si ha un bacino di utenza sufficiente non si può raggiungere una qualità sufficiente, questo è il problema.

Non teme che chiudendo i piccoli atenei diminuisca il numero dei laureati che in Italia è già molto basso?

Certo, per questo ho detto che non credo in una top 10, ma in 30/40 buone università sparse sul territorio. Ma va fatta pulizia di tutto il campanilismo che in passato ha portato a creare università lì dove non ce n’era realmente bisogno. Sapendo che non si può scendere sotto il milione di abitanti per fare una buona università. Facciamo una politica intelligente di accorpamento. Senza mai smettere di pensare al “diritto allo studio”, borse di studio, alloggi per gli studenti, ecc. Considerando che in Italia gli alloggi sono garantiti a solo l’1 per cento degli aventi diritto, mentre negli altri Paesi europei si arriva al 20 per cento.

Profumo non si è limitato a sostenere il già noto articolo 8 (che parla di “equiparazione dei titoli di studio e professionali” e di “equivalenza fra titoli accademici”), ma ha anche proposto un articolo aggiuntivo nel quale, in sostanza, si equipara la laurea triennale al 3+2 (al corso completo di 5 anni) ed inoltre, per la maggior parte dei concorsi, non si richiede più una laurea specifica. Le sembra la strada giusta per “semplificare”?

Per me chi ha la patente A non può guidare la macchina ma solo la moto; comunque Profumo pone un problema molto serio. E cioè come sono stati disegnati i 3+2. Il problema è avere abolito le lauree quinquennali ed avere fatto dei 3+2 che non sono né carne né pesce. Questo non ha reso un buon servizio né agli studenti né alla società. Per le materie umanistiche poi non è stato fatto lo sforzo di capire cosa dovesse essere il +2 e si sono eliminate totalmente le lauree quinquennali.

Un’ultima domanda: mi spiega perché è pericoloso “ratificare” che non tutte le lauree hanno lo stesso peso?

Guardi per me o c’è il valore legale o non c’è. Non esistono vie di mezzo. Non c’è il “mezzo valore legale”. Bisogna intervenire prima, cito sempre il caso di medicina dove noi sottoponiamo gli studenti al terzo e al sesto anno al progress test (una batteria di test) e dai risultati viene fuori chi prepara meglio e chi prepara peggio. Chi prepara peggio lo sa e cerca di migliorare la didattica. Io credo che il grande servizio che va dato al Paese è quello di valutare (quindi l’Anvur) e di far migliorare le università.