Il governo congela la riforma del valore legale del titolo di studio. Una semplificazione che può aprire alla modernità ma anche spingere verso la privatizzazione dello studio
Sono giorni di grande fermento all’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur, per gli addetti). Perché il duro lavoro avviato meno di un anno fa, quello di metter voti agli atenei italiani secondo criteri di appeal internazionale, diventerebbe un mestiere a tempo pieno se si arrivasse davvero all’abolizione del valore legale della laurea.
Cioè: se Mario Monti convincerà gli ordini professionali – e soprattutto i gelosi guardiani delle risorse impiegatizie pubbliche – a slegare i concorsi dal vincolo del titolo di studio, allora sì che l’Anvur diventerà l’ente certificatore più importante del Paese, quello da cui dipenderà nascita della nuova classe dirigente. L’idea del premier, grosso modo, è liberalizzare gli accessi alle alte professioni degli enti pubblici senza più organizzare i flussi in rigidi canali (laureati in Economia di qua, dottori in Legge di là) consentendo invece una serena migrazione dei curricula. Vedremo quindi esperti di lingua latina concorrere per un posto alla Corte dei Conti o geni della fisica impegnati in una direzione del ministero degli Esteri? In teoria, sì. Ma come scegliere nel mare poco magnum dei laureati italiani (drammaticamente scarsi rispetto alla media europea) le perso ne giuste? Risposta di Monti: non più condizionando l’accesso alle posizioni gestionali al possesso di una specifica laurea, bensì attraverso una valutazione qualitativa dei titoli accademici (e non solo). Insomma, la laurea conterà come e più di prima, perché nella folta platea degli aspiranti risalteranno le prestazioni dei singoli solo quando associate a nomi altisonanti: atenei blasonati, corsi di specializzazione all’estero, esperienze professionali top class. Tutti titoli prestigiosi che, se messi a frutto, dovrebbero garantire una maggior professionalità nella futura gestione dell’interesse nazionale. Ma il sospetto è che accedere a certe università e pianificare una formazione di massimo livello diventi un privilegio per pochissimi, con una spinta sempre più decisa verso la privatizzazione dello studio. Il valore legale del titolo di studio è un grande valore per il Paese, il tema è come viene utilizzato», ha spiegato il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo durante l’inaugurazione dell’anno accademico all’università Roma Tre. Specificando che «in alcuni concorsi c’è una percentuale della valutazione finale collegata al voto di laurea che, qualche volta, non è proprio equilibrato perché le università sono diverse e hanno diverse modalità di valutazione». Eccoci dunque al punto: l’Anvur farà le sue belle classifiche, ogni istituto italiano avrà la sua pagella e gli studenti sapranno fin dal principio che iscriversi alla Bocconi o all’università del Mediterraneo non sarà esattamente la stessa cosa. Nella stragrande maggioranza dei casi la scelta dell’istituto non è affatto libera, e secondo il leader Idv Antonio Di Pietro il pericolo più concreto è affossare il sistema pubblico dell’istruzione, già messo a dura prova dai tagli del tandem Tremonti-Gelmini. «Oggi l’università non promuove più la mobilità sociale, sta tornando ad essere l’università dei ricchi», avverte Di Pietro. «Quale competizione ci può essere tra università cronicamente sottofinanziate, che non riescono a garantire il diritto allo studio, non possono sostituire chi va in pensione, non possono assumere ricercatori, e le private che invece non hanno nessuno di questi vincoli?». Anche il rettore dell’università statale di Milano, Enrico Decleva, parla dell’ipotizzata riforma come di “uno specchietto per allodole” destinato a far brillare gli happy few affossando tutti altri, almeno fino a quando il sistema di accreditamento dell’intero comparto universitario nazionale sarà portato a termine con adeguate risorse. La risposta di Giorgia Meloni, responsabile delle politiche giovanili del Pdl, va invece in direzione totalmente opposta: «Quelle in esame sono misure semplici ed efficaci per garantire effettivamente che capacità e merito individuale prevalgano sul formalismo», dice l’ex ministro, convinta di poter trovare nella deregulation cartacea una nuova forma di competizione leale che avvicini il canone selettivo pubblico a quello privato. Perché se ogni posizione funzionale e dirigenziale diventerà accessibile a chiunque abbia in tasca anche solo una laurea triennale, oltre a tante altre esperienze specifiche da valutare sul campo, si potrà dire una volta per tutti ai colletti bianchi che non basta un pezzo di carta a far carriera.. A questo punto la domanda sorge sempre più spontanea: si tratta dunque di innovare la forma di reclutamento nel pubblico o soprattutto la sostanza dell’istruzione superiore? Siamo davanti a un cambiamento che rende meno democratico il tessuto sociale – riservando alla casta le posizioni migliori – o si introduce una formula capace di liberare perfino qualche punticino di Pil? Giovanni Bachelet ha una posizione intermedia, che esprime quanto fin qui detto – sottovoce – dal suo partito, il Pd: «Per avvicinare l’Italia agli standard europei serve meno ideologia, servono una visione razionale d’insieme e una ricetta pragmatica», ha dichiarato al mensile dedicato a insegnanti, genitori e alunni Tuttoscuola. «Per il Pd questa ricetta si chiama rilancio dell’autonomia scolastica (di cui questo governo parla), attuazione del Titolo V della Costituzione (di cui finora non ha parlato), valutazione del merito. Comincerei da queste cose, non dal valore legale del titolo di studio». Intanto all’Anvur, per non saper né leggere né scrivere, hanno appena contrattualizzato quattordici nuovi addetti alle valutazioni, selezionati con un concorso riservato a candidati con «laurea Vecchio ordinamento o Magistrale in discipline rilevanti per l’area scientifica per la quale si intende partecipare alla selezione», come recita il bando. Ovvero, dice l’Anvur, se vuoi valutare le facoltà di Lettere devi essere laureato in Lettere, non in Ingegneria.