Lo scandalo è scoppiato sulle pagine dei giornali locali di Teramo. Ma in pochi passaggi si arriva subito nel cantiere più grande d’Europa: L’Aquila, la città da rimettere in piedi dopo il terremoto del 6 aprile 2009. E il tema è di quelli che scottano: infiltrazione della camorra nei lavori di ricostruzione.

 

Cominciamo dall’inizio: il 27 gennaio 2011 il prefetto di Ascoli Piceno, Graziella Patrizi, spicca un’interdittiva antimafia nei confronti dell’impresa Straferro costruzioni, impegnata nella progettazione e realizzazione, in project financing, del nuovo teatro di Teramo. Il sindaco della città abruzzese Maurizio Brucchi ritira immediatamente la firma dalla convenzione con l’impresa aggiudicataria dell’opera. È un affare da 49 milioni di euro, per costruire al centro della città abruzzese un nuovo teatro, una sala cinematografica e un mega parcheggio da 221 posti auto. A ideare l’intervento edilizio è Gianni Chiodi, attuale presidente della Regione Abruzzo e commissario alla ricostruzione dell’Aquila, fino al 2008 sindaco pidiellino di Teramo. La ditta assegnataria dell’appalto milionario, per le prefetture, non è esattamente “pulita”. Impossibile per ora conoscere le esatte motivazioni dell’interdittiva, gli atti prefettizi sono coperti da segreto. Ma è facile trovare qualche indizio in un’inchiesta denominata “Staffa”svolta dalla Direzione investigativa antimafia di Napoli, coordinata dai pm Sergio Amato e Roberta Simeone. Il 21 settembre il gip spicca un mandato di arresto per 30 persone, componenti del “clan Stolder”, guidato all’omonimo Raffaele. L’inchiesta si basa essenzialmente su intercettazioni telefoniche e ambientali.

 

Proprio in una conversazione telefonica, avvenuta il primo ottobre del 2008, alle 12,48, spunta il nome dell’impresa bloccata dalla prefettura. Francesco Vallefuoco, che per il clan Stolder cura gli “affari economici” «contatta un soggetto chiamandolo “zio”, al quale rappresenta che gli sta passando al telefono una persone di Casal di Principe, suo socio in Italia», scrive il gip campano nell’ordinanza di custodia. «La persona che interviene al telefono si presenta come Franco di Tella », anche lui indagato nella stessa indagine. Per gli inquirenti, lo “zio” si rivolge a Tella perché ha bisogno di certificati Soa (Società organismi di attestazione), cioè la documentazione necessaria per accedere agli appalti pubblici. Ma non sarà lui a richiederli, si servirà «di una persona di sua conoscenza che poi gli presenterà». I due, continua la documentazione dei magistrati, «parlano di un appalto sull’autostrada Salerno Reggio Calabria. Concordano di incontrarsi a San Benedetto del Tronto, per trattare la questione. Lo “zio” dice che questa persona, che provvederà a richiedere la Soa, è anche titolare di una ditta per la fornitura del ferro, a nome Straferro Centro Italia, e anche di società denominate Sofer ed Italferro ». Secondo i Pm l’obiettivo dei componenti del clan è ottenere la documentazione necessaria per partecipare a un subappalto «per un lavoro, già aggiudicato, pari a un importo di 56 milioni di euro», sui cantieri dell’A3, l’autostrada calabrese incompiuta, infiltrata dai clan. Per farlo chiedono una mano al titolare della Straferro. Il proprietario principale della Straferro Centro Italia (l’azienda di cui parlano gli inadagati) è lo stesso della Straferro Costruzioni (l’impresa che ha ricevuto l’interdittiva a Teramo): si chiama Giovanni Straccia, nato a Montepadrone (Ap), e residente proprio a San Benedetto del Tronto, il luogo dell’incontro fissato dai due presunti camorristi. L’azienda ha anche lavorato direttamente nella ricostruzione della città colpita dal sisma, nel mega cantiere aquilano. Nel quale, secondo le stime del comune capoluogo, i lavori di ricostruzione per le case gravemente colpite ammonteranno a oltre 5 miliardi di euro. Una immensa torta su cui è grande l’attenzione non solo delle imprese di costruzione “pulite”, ma anche di quelle collegate ai clan. Sbirciando le banche dati sulle aziende impiegante nei lavori di ristrutturazione degli edifici privati, spunta un nome: la Straferro costruzioni. La ditta ha già acquisito le commesse per realizzare 6 interventi, di cui 5 per case classificate E, quelle gravemente danneggiate. Importo complessivo: 1.462.400 euro, di cui 348.584 euro già incassati dallo Stato. Non solo. La Straferro costruzioni controlla anche il Consorzio Gemma d’Abruzzo. Mario Antonio Di Braccio, sindaco di Gagliano Aterno, piccolo borgo medievale in provincia dell’Aquila, questa impresa la conosce molto bene: «Ho rescisso il contratto che ci legava al consorzio non più di tre o quattro mesi fa. Il Consiglio comunale aveva approvato una convenzione con loro per la redazione del piano di ricostruzione», cioè il documento urbanistico sulla base del quale si progetta la restrutturazione dei borghi terremotati. «Si erano offerti di farlo gratuitamente, e in cambio presumo ai aspettassero di poter gestire direttamente i lavori ». Un affare da qualche milione, la ristrutturazione di oltre 90 complessi immobiliari. Il sindaco, però, non si fida. «Avevano proposto qualcosa del genere anche a un Comune più grosso dell’hinterland aquilano, Poggio Picenze, ma loro non avevano accettato. La convenzione me la sono ritrovata sul tavolo, era stata firmata prima della mia elezione, nel 2010. L’ho rescissa in seguito ad alcune inadempienze, non avevano rispetta to i tempi di consegna», spiega il primo cittadino. Secondo alcuni rumors l’interdittiva spiccata ad Ascoli Piceno, e resa operativa a Teramo dove la Straferro gestiva il suo appalto più ricco, sarebbe nata proprio nel capoluogo di Regione, dove l’azienda di costruzioni aveva deciso di entrare attivamente nei lavori di ricostruzione.

 

Ma i rappresentanti della società, ribattono punto su punto alle accuse. Affermano di non conoscere il boss Raffaele Stolder, né Franco Vallefuoco, né il casalese Franco Di Tella. «Straccia, la Straferro costruzioni e i suoi soci non hanno mai neppure sentito nominare le persone menzionate dell’inchiesta. E non hanno mai avuto rapporti, come persone informate sui fatti, con la procura della Repubblica di Napoli», dicono tramite il loro legale. Secondo gli imprenditori quello dei camorristi è solo «millantato credito». Non si può escludere, in effetti, che i camponenti del clan vantassero conoscenze che non avevano, per “fregare” qualcuno. Ma difficilmente sarebbero riusciti a trarre in inganno ben tre prefetture della Repubblica. Specialmente quella aquilana, dove per il contrasto alle infiltrazioni criminali negli appalti pubblici lavora un Gruppo Interforze. Il quale «con l’ausilio del Gicer, a partire dal 2009, ha consentito di emettere 19 interdittive nei confronti di altrettante imprese e di segnalare alle stazioni appaltanti altri 77 casi meritevoli di particolare attenzione », afferma un comunicato della prefettura aquilana. Gli ultimi 4 arresti per infiltrazioni della ‘ndrangheta nella ricostruzione erano stati decisi dalla procura dell’Aquila solo lo scorso 19 dicembre. L’attenzione, insomma, è alta. Ma non sufficiente a fugare ogni dubbio. I lavori di ricostruzione, infatti, sono di tipo “privato”, cioè possono essere assegnati dei proprietari delle case lesionate, riuniti in consorzio, senza indire gare d’appalto.