«Ho due bambine, una di 2 e l’altra di 6 anni, quella più grande fa la prima elementare e quella più piccola il nido. Assieme a loro vedo bambini che sono italiani quanto i miei. Scrivono, parlano italiano – addirittura il dialetto – meglio dei miei. Perché quei bambini non sono italiani come i miei?».
Matteo Ricci, giovane esponente del Pd (ha 37 anni) e presidente della Provincia di Pesaro-Urbino, è partito anche da questa esperienza personale per lanciare la proposta di dare la cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati nati nel territorio pesarese. Un attestato puramente simbolico che però assumerebbe un significato profondo se altri amministratori in Italia lo seguissero. Il contesto in cui avviene, poi, è altrettanto significativo: si sta ultimando la raccolta delle firme per le due iniziative di legge popolare promosse dalla campagna L’Italia sono anch’io (da consegnare alla Camera i primi di marzo), mentre il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano più volte ha lanciato appelli per il diritto alla cittadinanza ai bambini di origine straniera.
Pesaro, provincia che fino al 2008 non conosceva la disoccupazione, su quella Riviera adriatica che per prima ha conosciuto le immigrazioni dal Nordafrica, si trova a essere l’apripista di una importante “operazione diritti” sul fronte dell’immigrazione nel nostro Paese. Da Napoli, Bologna, Macerata, come racconta Ricci, giungono le prime adesioni. Lo ius sanguinis come requisito per essere cittadino italiano comincia a crollare a favore dello ius soli (come del resto accade negli Usa e in Francia) anche se i distinguo e le prese di posizione contrarie non mancano. In attesa di festeggiare con il ministro Andrea Riccardi la giornata della cittadinanza onoraria per gli oltre 4mila bambini della provincia, Matteo Ricci racconta la scelta della sua amministrazione.
Come è nata questa iniziativa?
Pesaro è un territorio che negli anni ha dimostrato buone capacità nelle politiche di integrazione. I problemi non mancano, ma sicuramente qui l’integrazione è stata affrontata con minore tensione rispetto ad altri luoghi. E questo grazie anche a una buona politica urbanistica che ha evitato la ghettizzazione di quartieri dormitorio. L’idea ci è venuta perché non potevamo far cadere nel vuoto l’appello lanciato dal presidente Napolitano. Che è una vera sfida culturale.
In che senso sfida culturale?
In un momento di crisi come questo bisogna uscire dalle difficoltà – come Napolitano insegna – ma bisogna anche rimettere in fila i valori. Noi possiamo superare l’emergenza in due modi: con ulteriore egoismo e solitudine oppure con più solidarietà e giustizia. Abbiamo bisogno di prendere assolutamente la seconda strada. Quindi abbiamo ragionato su come potevamo sostenere l’appello del Capo dello Stato e abbiamo lanciato questa cittadinanza onoraria che, se si moltiplica in tante parti d’Italia, può diventare una grande spinta dal basso per far legiferare il Parlamento.
Di recente ci sono state dichiarazioni sul fatto di non limitarsi allo ius soli per concedere la cittadinanza, come ha detto anche il ministro dell’Interno Cancellieri. Il politologo Giovanni Sartori sul Corriere preferisce parlare di residenza permanente.
Il timore che l’Italia diventi un luogo dove le donne vengono a partorire è una leggenda metropolitana. Come se, essendoci lo ius soli in Francia e negli Stati Uniti, le persone si organizzassero per andare a far nascere i propri figli proprio in quei Paesi. Detto questo, anche alla luce delle diverse posizioni in Parlamento, si può ragionare sull’idea di uno ius soli temperato che preveda un minimo di residenza di due o tre anni da parte della famiglia o nel caso che il bambino non sia nato qui, che ci sia almeno il completamento di un ciclo scolastico. Importante però è far valere il principio che chi nasce in Italia ha il diritto alla cittadinanza italiana.
Come valuta il diritto di voto per i lavoratori immigrati alle amministrative oggetto di una delle due proposte di legge di iniziativa popolare? È giusto che chi paga le tasse in un Comune possa votare per i suoi rappresentanti?
Assolutamente sì. Le faccio un esempio: di recente mi sono recato a Wolfsburg, città della Volkswagen: lì dagli anni Novanta il più votato in Consiglio comunale è un italiano. I nostri connazionali possono votare per le elezioni amministrative anche se non hanno richiesto la cittadinanza tedesca. Non solo votano, ma sono stati anche votati e partecipano ai consigli comunali. Tutto questo è stato fondamentale per l’integrazione in Germania. Insomma, se ci guardiamo in giro è una cosa normale, non è normale in Italia perché qui negli ultimi anni si è soffiato sulla paura pensando di lucrarci politicamente. Il tema dell’immigrazione infatti è sempre stato usato come una clava in campagna elettorale per prendere qualche voto in più e spaventare la gente. Adesso che siamo in una fase di grande trasformazione bisogna dire agli italiani che l’Italia non è più quella di trent’anni fa e che l’Italia di domani ha sempre più bisogno di far sentire cittadini coloro che nascono qui, che lavorano qua, perché sono quelli che ci pagano le pensioni, che ci consentono di avere una natalità decorosa e che ancora, purtroppo, nonostante la crisi, fanno i lavori più pesanti.
Forse è venuto il momento di ripensare il concetto di identità italiana?
Parlare dell’identità italiana adesso significa parlare di queste cose. Quando tu hai il 10 per cento della popolazione che è fatta di immigrati, quando un bambino su due che nasce è figlio di cittadini immigrati, significa che è questa l’Italia di oggi e anche l’Italia di domani. Non si può immaginare un’Italia che non c’è più, ma dobbiamo partire dall’Italia che esiste. E che può diventare più inclusiva oppure ancora più egoistica e far prevalere la solitudine. Alcuni sostengono che nella crisi in cui ci troviamo non sarebbe questo il problema principale. Invece proprio adesso, mentre si resiste, mentre si prova a salvare l’Italia, bisogna dare questa ampia prospettiva. Bisogna ricordare che uno dei motivi per cui siamo arrivati a questa crisi è stato il grande egoismo per cui ognuno pensava di farcela per conto suo. Adesso va ripensato il modello di sviluppo rimettendo al centro temi fondamentali come la cittadinanza, la coesione e la solidarietà.