Semplificare, liberalizzare, velocizzare. Il nuovo credo dell’Italia targata Monti si applica ormai a tutti i campi. Perciò anche allo smaltimento delle scorie radioattive e allo smantellamento delle vecchie centrali nucleari. L’art. 24 del decreto sulle liberalizzazioni, infatti, stabilisce che le uniche autorizzazioni necessarie «per il trattamento e la utilizzazione dei minerali, materie grezze, materie fissili speciali, uranio arricchito e materie radioattive», e per le «operazioni connesse alla disattivazione di un impianto nucleare» saranno quelle rilasciate dal ministero dello Sviluppo economico. Tutte le altre, quelle prodotte dal ministero dell’Ambiente, dalle Regioni o dagli enti locali, diventano inutili.
Le autorizzazioni rilasciate dal dicastero attualmente gestito da Corrado Passera, infatti, «costituiscono varianti agli strumenti urbanistici», sostituendo «ogni provvedimento amministrativo, autorizzazione, concessione, licenza, nulla osta, atto di assenso e atto amministrativo» e «costituiscono titolo alla esecuzione delle opere».
«Pubblica utilità, indifferibilità e urgenza». Sono queste le parole magiche che permetteranno di procedere con più velocità e con meno vincoli nella gestione di materiali radioattivi.
Anche a costo di calpestare i diritti dei cittadini che abitano sui territori interessati, giustamente preoccupati della localizzazione delle scorie. I poteri degli enti locali, di fatto, vengono cancellati: se prima avevano voce in capitolo, ora saranno solo “sentiti”. Infatti, sarà possibile espropriare terreni e costruire in deroga ai piani regolatori. Il tutto in nome di un efficientismo decisionista, che rischia però di ottenere l’esatto opposto: blocco dei lavori e immobilismo. Basti pensare al tentativo del II governo Berlusconi di costruire il Deposito nazionale per le scorie radioattive a Scanzano Ionico, in Basilicata. La decisione venne presa nel 2003 con un decreto d’urgenza, e la costruzione venne dichiarata «opera di difesa militare dello stato». Le popolazioni e gli enti locali vennero completamente ignorati, e in pochi giorni l’intero Sud Italia era in rivolta per la scelta del sito. Talmente forti furono le proteste che il governo dovette fare marcia indietro. Nella legge 368 del 2003, infatti, si stabilì che il Deposito nazionale sarebbe stato «individuato entro un anno». Sempre secondo la stessa legge entro il 1 gennaio del 2009 il Deposito sarebbe dovuto essere operativo. Ovviamente non è ancora stato costruito. Immediate le proteste delle associazioni ambientaliste.
Il 25 gennaio Greenpeace, Wwf e Legambiente hanno inviato una lettera congiunta al presidente del Consiglio, nella quale si invita l’esecutivo tornare sui propri passi. «È fondamentale garantire la massima trasparenza nell’iter, il pieno rispetto delle procedure ordinarie previste dalle leggi dello Stato e la più ampia partecipazione degli enti locali, delle categorie produttive e delle popolazioni interessate dalla localizzazione di depositi temporanei o di quello nazionale previsto per lo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi», si legge nella missiva, che chiede il ritiro dell’articolo del decreto liberalizzazioni.
Ad avvantaggiarsi delle semplificazioni sarà la Sogin, (Società gestione impianti nucleari), una spa di controllo pubblico. La quale avrà il potere discrezionale di indicare al ministero dello Sviluppo economico «le operazioni e gli interventi per i quali risulta prioritaria l’acquisizione delle relative autorizzazioni». Difficile per i cittadini fidarsi della Sogin, che si presenta con un curriculum non esente da macchie. Nata nel ’99 a seguito di un’altra liberalizzazione, quella del mercato elettrico, ha il compito di gestire «le attività di smaltimento e di deposito di rifiuti radioattivi» e di esercitare «la sorveglianza ambientale nei propri siti». Ma si rivelò da subito una macchina mangiasoldi, priva di indirizzi governativi e con dirigenti superpagati. Tra scandali e commissariamenti la Sogin, dal 2002 al 2010, ha ricevuto dall’Autorità per l’Energia e il Gas circa 1,4 miliardi di euro. Ai quali si aggiungono circa 800 milioni di euro stanziati dall’Enel nel ’99. Un oceano di soldi, quindi. Alimentato, ovviamente, dai cittadini. Secondo i dati forniti dalla stessa Sogin, ogni singolo consumatore deve sostenere un costo aggiuntivo della bolletta elettrica di circa 5,5 euro all’anno per finanziarla.
Nel frattempo in Italia restano quattro centrali da smantellare (Latina, Garigliano, Corso e Enrico Fermi) e una montagna di rifiuti radioattivi. Ci sono 1566 barre radioattive in stato di abbandono all’interno delle centrali. Equivalgono a 235 tonnellate di ossido di uranio mischiato a plutonio, stronzio e cesio. Un numero ancora maggiore di barre è stato spedito in Francia per il “condizionamento” (un procedimento per recuperare i materiali ancora utilizzabili). Ma prima o poi i cugini d’Oltralpe le rispediranno indietro. A questo bisogna aggiungere circa 25.000 metri cubi di scorie radioattive di 1ªe 2ªcategoria, meno radioattive e con tempi di decadenza più brevi (“solo” 300 anni). Alla fine dello smantellamento delle vecchie centrali l’Italia si troverà sulle spalle circa 150mila metri cubi di scorie radioattive, soprattutto di 2ªcategoria. Per contenerle tutte servirebbe un deposito grande quanto lo stadio di San Siro. Finora, quindi, i vari governi hanno preferito evitare l’argomento, lasciando le scorie nei cosiddetti “depositi provvisori”. Ce ne sono decine in Italia. Il più famoso è quello di Saluggia, in provincia di Vercelli, situato a due passi dalla Dora Baltea, importante affluente del Po. Qui è presente l’80 per cento delle scorie dell’intero paese, e i vari progetti per mettere in sicurezza il sito sono sistematicamente falliti. Ma sembra che ora il governo Monti abbia deciso di cambiare la situazione. A ogni costo.