Nel decreto liberalizzazioni spunta un articolo sul project financing per la costruzione di nuove carceri. Il concessionario riceverà una tariffa per la gestione dei servizi. L’allarme di operatori ed esperti: «La giustizia non può essere appaltata»

Tra i colpi di mano falliti dal governo Berlusconi che potrebbero essere portati a compimento dalla squadra di Monti c’è la privatizzazione delle carceri. Senza annunci né spiegazioni, assieme alle tanto pubblicizzate norme su taxi e farmacie, nel decreto liberalizzazione è comparso il «project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie» per «fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri». E cosa riceverebbe in cambio il privato che si cimentasse nella costruzione di una prigione? «Al concessionario», precisa l’articolo 43 del Cresci Italia, «è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e dei servizi connessi, a esclusione della custodia».

Diritti in affitto
Tra i primi a denunciare i rischi di una simile “apertura” è stata l’associazione Antigone: «Vogliamo capire cosa può finire nelle mani dei privati. A parte la custodia, tutto il resto non è stato esplicitamente escluso. Nella vaghezza, potrebbero persino essere affidate ai privati la detenzione e la salute. Consegnare la gestione della giustizia a chi ha scopo di lucro è molto pericoloso per la giustizia stessa», lancia l’allarme Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. La lista dei rischi, secondo l’associazione che tutela i diritti nel sistema penale, è lunga: l’aumento del sovraffollamento, avendo i privati un interesse economico ad avere le carceri piene, una lobby che faccia pressione per una legislazione punitiva, la corruzione dei giudici per tenere affollate le prigioni, la discriminazione dei detenuti, l’esplosione della violenza e il lavoro forzato. Tutte contoindicazioni che si sono effettivamente verificate negli Stati Uniti, con i privati che risparmiano sulle cure mediche dei detenuti e che frenano le misure alternative. Soprattutto quando devono dare giudizi sulle condizioni o sulla condotta dei prigionieri. Se i privati si trovassero a gestire la salute o altri diritti dei detenuti, l’innovazione che il governo Monti vorrebbe introdurre avrebbe profili di incostituzionalità: «La gestione dei diritti non può essere appaltata a nessuno», dichiara Felice Casson, senatore democratico ed ex magistrato. «Come Pd in commissione Giustizia abbiamo dato un parere sostanzialmente negativo. L’obiettivo della norma è incentivare il privato a fare nuovi carceri. Abbiamo chiesto che si indichi quali servizi si vogliono privatizzare. Per noi va bene solo se riguarda servizi marginali, dalla fornitura alla mensa, come del resto in parte accade già». Il fatto che i privati già oggi vincano gare per la ristorazione o per progetti culturali non tranquillizza Gonnella: «Se si è fatta una norma specifica, parlando per la prima volta di “gestione”, significa che si vuole andare oltre quello che già accade. Anche perché, per rendere remunerativo l’affare, i privati vorranno gestire la complessità dei servizi». A rendere ancora più pericolosa la privatizzazione della detenzione in Italia c’è la minaccia della mafia: «Il rischio di infiltrazione mafiosa ormai riguarda tutte le amministrazioni pubbliche», aggiunge Casson. «È assodato che ci siano tentativi di infiltrazioni anche nei concorsi in magistratura e nei tribunali. Sta allo Stato mettere regole, controlli, verifiche».

Cattivi esempi
Difficile immaginare come questa operazione possa portare risparmi alle casse dello Stato. Anche perché il costo dei detenuti, al netto degli stipendi per i dipendenti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), è già ridotto all’osso: uno studio di Ristretti Orizzonti ha calcolato che dei 113 euro spesi al giorno per ogni carcerato nel 2010, 95 sono assorbiti dal personale. Per il cibo, l’igiene, l’assistenza e l’istruzione dei detenuti vengono investiti solo 7,36 euro al giorno. I rimanenti 10 euro e rotti se ne vanno per la manutenzione delle carceri e per il loro funzionamento, dall’elettricità all’acqua. Persino negli Stati Uniti le ricerche stanno evidenziando che le prigioni private non costano meno al contribuente, come invece sostenuto dalla retorica reaganiana che le portò in auge negli anni Ottanta. Costi pubblici uguali, se non maggiori, malgrado i privati spendano molto meno in servizi e abbiano un tasso guardie/detenuti molto più basso delle carceri pubbliche, con effetti deleteri sull’esplosione della violenza dietro le sbarre. Né i privati hanno dato buona prova di sé in Italia. Come dimostra il caso del nuovo carcere di Sassari: appaltato nel 2005 alla ditta di Diego Anemone, quello della cricca con Angelo Balducci, con procedura segreta e d’urgenza, doveva essere pronto nel 2010. Siamo nel 2012 e ancora non ha aperto i battenti. La società di Anemone, secondo la ricostruzione di Antigone, avrebbe incassato 26 milioni di euro. L’interesse dei privati per il business, senza timori di entrare a gamba tesa in un settore prettamente pubblico come la garanzia dei diritti dei detenuti, lo si evince da un articolo di Edoardo Longa, fino a questa estate direttore di Assoimmobiliare, che commentava l’ipotesi di project financing per l’edilizia carceraria del governo Berlusconi: «Ai privati può essere affidata, nell’ottica dell’efficienza, la globalità dei servizi integrati e delle prestazioni specialistiche fondamentali alla vita carceraria, quali vitto, alloggio, custodia, cure mediche e organizzazione del lavoro o dei momenti ricreativi». Visti i precedenti, però, non si sa a quale efficienza faccia riferimento. Infatti, il documento di Longo precisa che «il ripagamento dell’investimento almeno in parte dovrà comunque provenire dai corrispettivi dovuti dall’amministrazione penitenziaria».

La vera emergenza
Contrario alla gestione privata anche Fabrizio Fratini, segretario nazionale Funzione pubblica Cgil: «I privati intervengono per avere un profitto. Cosa vogliamo fare: stimolare il mercato per avere più carcerati? Noi pensiamo che il pubblico possa reperire le risorse per farlo meglio. La cattiva politica ha penalizzato sia i detenuti che gli operatori». I numeri, del resto, parlano chiaro: i detenuti oggi sono 68.527, 22 più della capienza regolamentare. Anche se le persone dietro le sbarre continuano ad aumentare, il bilancio del Dap in 10 anni si è ridotto del 22 per cento come valore nominale, del 50 per cento come valore reale. Una situazione talmente pesante che nel 2011 si sono tolti la vita 66 detenuti, mentre il tasso dei suicidi tra gli agenti di custodia è di 8 l’anno. «Ogni euro che c’è, andrebbe speso per ristrutturare quello che già esiste, non per costruire nuove carceri», dichiara Luigi Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto. Che nuove prigioni non risolvano il sovraffollamento lo dimostra anche il rapporto di Antigone che l’anno scorso denunciò l’esistenza di 38 istituti penitenziari fantasma, costruiti ma mai utilizzati. La soluzione al sovraffollamento per l’ex sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi rimane la riduzione del numero dei detenuti: «In carcere c’è troppa gente che non ci dovrebbe stare. Dobbiamo depenalizzare e decarcerizzare. Un dato inedito ci dice che delle 20mila persone in detenzione domiciliare nel 2011 ha commesso reati solo lo 0,81 per cento. La maggioranza dovrebbe scontare la pena a casa. Questo è l’unico modo per garantire la sicurezza dei cittadini e la rieducazione dei detenuti». «La privatizzazione delle carceri», aggiunge Gonnella, «va in controtendenza con l’altro decreto in discussione al Parlamento, quello sulla detenzione domiciliare». Se quest’ultimo svuota le celle, l’altro fa crescere la popolazione detenuta. Come dimostra l’esperienza americana, dove i carcerati si sono moltiplicati con l’avvento dei privati. Proprio l’estate scorsa a Philadelfia, del resto, è stato condannato un giudice che ha ammesso di aver preso tangenti per mandare in carcere bambini, sbattuti per mesi dietro le sbarre anche solo per uno schiaffo. Gli affari sono affari.