Contestato all’interno e criticato all’estero, il premier sostiene il dittatore siriano a dispetto dei massacri di civili. Per riconquistare il sostegno della Russia nazionalista
Il gelo che avvolge l’Europa non è solo meteorologico. Il clima è quello di una rinnovata guerra fredda, una contrapposizione tra Russia e Occidente che non si vedeva dagli anni Ottanta e che ricompare a ruoli invertiti. Con Washington che appoggia le rivoluzioni popolari e Mosca che fa containment, arginando l’espansione dei regimi filo occidentali. Lo spettacolo va in onda a Damasco, dove il 7 febbraio è arrivato il ministro degli Esteri russo, unico rappresentante di un Paese europeo disponibile a incontrare il presidente al Assad. Sergey Lavrov è andato in cerca di una soluzione pacifica alla guerra civile siriana mentre il Cremlino si è stupito – riferisce l’agenzia russa Itar Tass – che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite non abbia accettato le proposte di dialogo di Mosca, mentre l’Occidente si ostina a chiedere sanzioni e Usa e Europa vogliono destituire il regime di Damasco. Vladimir Putin, invece, vuole la pace. La vuole genuinamente, come il suo alleato al Assad, lo stesso che sta bombardando i propri cittadini e che è riuscito a massacrarne più di 60 (200, secondo alcuni gruppi di opposizione) in un solo giorno.
Non che a Ovest le proposte per restituire la calma alla Siria siano più confortanti. C’è chi auspica un intervento militare come in Libia – dove oggi le milizie si fronteggiano grazie alle armi della Nato – e c’è chi vuole isolare completamente Damasco, ritirando le proprie rappresentanze diplomatiche e lasciando completamente soli sia il presidente che i cittadini, in uno scontro frontale. Inutile dire chi tra i due avrebbe la meglio. Russia e Usa, dunque, tornano ad arroccarsi su posizioni diametralmente opposte. E tra i due blocchi, il terzo esplode. A difendere i manifestanti siriani non c’è solo l’America, ma anche i movimenti islamici di tutto il mondo, che vedono nel rovesciamento di Assad la possibilità di dare a Damasco un regime meno laico e più sunnita. All’indomani del veto russo alle sanzioni sulla Siria, quindi, le voci di numerosi imam si sono levate contro Mosca e hanno lanciato un appello a boicottare le merci russe. Putin e il suo governo corrotto devono essere rovesciati, sostengono i religiosi arabi, e forse questo è il momento giusto. La pensano così anche i loro fratelli musulmani che vivono in Russia, in particolare l’autoproclamato emiro del Caucaso Doku Umarov, che guida la lotta armata in Cecenia. All’indomani delle proteste del 4 febbraio, quando quasi centomila russi hanno manifestato contro Putin, anche lui ha deciso che qualcosa doveva cambiare: «D’ora in poi non attaccheremo più i civili russi», ha dichiarato dal suo rifugio sulle montagne, «perché sono al nostro fianco nella battaglia contro il Cremlino». Quelli che Umarov considera i suoi alleati lo vedrebbero volentieri ardere, e non solo all’inferno. I manifestanti del 4 febbraio saranno pure divisi in decine di anime, ma nessuna di queste è islamista. Anzi, dai comunisti agli xenofobi passando da blogger e attivisti, tutta l’opposizione a Putin è attraversata da una vena nazionalista, la stessa che alimenta la retorica anti caucasica e anti musulmana. I più democratici tra loro optano per uno sciovinismo “buono”, rivendicando per la Russia il ruolo di baluardo anti fascista, e dipingendo Putin come un nuovo fuhrer, baffetti compresi. «Ok, ho deciso», si legge sulla bacheca facebook della manifestazione, «il 4 marzo voterò per Hitler. In fondo nessuno può negare che nel periodo in cui ha governato lui il Paese si è salvato dal collasso, l’economia è cresciuta enormemente, la disoccupazione è calata, sono nate organizzazioni giovanili e risorte le discipline sportive». Nei primi dieci anni di questo secolo, infatti, Putin ha fatto riemergere la Russia dal caos in cui era sprofondata negli anni Novanta e strutturato un sistema di governo estremamente stabile. Lo ha fatto instaurando un equilibrio di potere tra le due oligarchie che ne hanno sempre sostenuto la leadership: siloviki e civiliki. I primi sono “gli uomini forti”, quelli che vengono dal Kgb e da San Pietroburgo, proprio come Putin. I secondi sono l’anima liberale del potere, anche loro corrotti e avidi, ma più interessati al business che al mantenimento della sicurezza. Dopo un decennio di consolidamento questo sistema aveva bisogno di rinnovarsi, soprattutto agli occhi della comunità internazionale, e il consigliere numero uno del capo, Vladislav Surkov, si è inventato la “democrazia controllata”: un percorso di deboli liberalizzazione che avrebbe favorito la sua corrente, quella dei civiliki. I siloviki non hanno retto il colpo, si sono indeboliti e frammentati, tanto che il loro leader, Igor Sechin, si è ammalato ed è uscito per un po’ dalla scena. Nel frattempo, però, anche i loro avversari si spaccavano tra personalità avide di potere che non riuscivano a prendere il sopravvento l’una sull’altra. E poi ci si è messa l’insoddisfazione popolare, montata tra i giovani della nuova borghesia, a calare il carico da novanta.
Ed è così che Putin, rimasto solo, si è ricordato che i nazionalisti sono sempre stati suoi amici. Che le guerre in Cecenia le ha fatte proprio per loro, per quelli di Russia for russians che adesso affollano i cortei e per quelli che votano Zjuganov, il comunista nostalgico che è il suo unico vero concorrente alle presidenziali. Per loro, oggi, ha deciso di schierarsi con la Siria, di mostrare tutto il suo coraggio, di lottare contro le decisioni dell’Occidente imperialista e le minacce dei musulmani integralisti. I nazionalisti capiranno che la Russia ha bisogno di loro, per questo lasceranno la piazza. E lui non sarà più solo.