«Bisognerebbe dare forma giuridica ai partiti, che oggi non ne hanno. La politica negli ultimi quindici anni non ha contrastato la corruzione ma le indagini e i processi sulla corruzione»

Piercamillo Davigo oggi è un giudice di Cassazione. Vent’anni fa era una delle punte di diamante del gruppo di magistrati milanesi guidati dal procuratore Borrelli, quello che passò alla storia come il pool Mani Pulite. Dietro le sue parole nasconde a fatica l’amarezza per come le cose sono andate negli anni successivi, per l’incapacità del mondo politico di darsi degli anticorpi per evitare che la corruzione dilagasse ancora. Non può e non vuole entrare nelle vicende di questi giorni. Ma sulle regole che governano i soldi pubblici destinati alla politica accetta di rispondere alle nostre domande. 

Le regole che i partiti si sono dati sono sufficienti?

C’è un problema strutturale di fondo. In Italia i partiti sono associazioni non riconosciute pur svolgendo funzioni che sono pubbliche. Perché la Costituzione all’art.49 prevede che “i cittadini possano associarsi in partiti per concorrere a determinare la politica nazionale”. La questione però è che di fatto non c’è nessuna regolamentazione giuridica della forma partito. Quindi non hanno neanche le regole minime previste per le società di persone. Dopodiché l’unico tipo di regolamentazione che hanno è quella di tipo statutaria interna, con i loro organi di controllo che si stabiliscono da soli. Quindi sostanzialmente ci sono solo regole interne.

È anche per questo che gli amministratori e i tesorieri dei partiti possono usare il denaro senza che i vertici lo sappiano?

Questo io non lo so, non ho mai fatto parte di un partito, non ho idea di cosa avvenga al loro interno. E in ogni caso bisognerebbe verificarlo in concreto, partito per partito, sia dal punto di vista delle regole che dal punto di vista della loro applicazione concreta. Comunque il problema di fondo è diverso. C’è stato un referendum che ha abolito il finanziamento pubblico dei partiti. Poi è stato ripristinato con la qualificazione di “rimborso elettorale”. I partiti ricevono denaro dallo Stato, con la qualificazione di rimborso delle spese elettorali ma in realtà sganciato dalle spese sostenute. È un rimborso forfettario per ogni voto ricevuto. È denaro pubblico ma i controlli sono pressoché inesistenti, sono di carattere meramente formale.

La certificazione del bilancio dei partiti fatta dalle società esterne come forma di controllo è sufficiente?

Siccome i partiti sono associazioni non riconosciute, non è reato la falsità nei loro bilanci. Se si certifica che i bilanci sono falsi e non succede niente a cosa serve il controllo? Uno controlla il bilancio, dopodiché dice è falso e gli rispondono “allora”? Non succede nulla. Dovrebbe esserci una sanzione, quantomeno la perdita del finanziamento pubblico. Se non succede niente è inutile fare i controlli.

Il falso in bilancio è un reato, però…

Ma per i partiti politici assolutamente no, lo è per le società di capitali.

Quindi occorre una legge che preveda il falso in bilancio anche per i partiti?

No, si dovrebbe dare una regolamentazione giuridica ai partiti che oggi non c’è, non ce l’hanno.

Vent’anni dopo Mani Pulite lei parla di tentata restaurazione. Cosa glielo fa dire?

Sì, tentata appunto. Le restaurazioni non funzionano mai. Per quindici anni l’attività principale di tutta la politica non è stata contrastare la corruzione, ma contrastare le indagini sulla corruzione e i processi.