Dopo lo scandalo Lusi, i partiti si interrogano sulla gestione dei propri bilanci. I tesorieri del Pd e di Fli dicono no a chi invoca la cancellazione dei rimborsi elettorali. E ribattono: servono nuove leggi che garantiscano trasparenza e democrazia
Rivedere le regole per non essere travolti. Nelle tesorerie dei partiti sono in tanti a intonare questo ritornello. Serviva Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita sorpreso con le mani nella marmellata, per convincere la politica a cambiare rotta. Finalmente è stata scoperta l’acqua calda: senza controlli, può accadere che qualcuno si intaschi dei soldi. Con l’aggravante che nel caso dei partiti si tratta di soldi pubblici. Reati che si trasformano in manna dal cielo per i professionisti della lotta alle caste, pronti a scagliarsi contro arraffoni e privilegi. Il fuoco dell’antipolitica, come sempre, è alimentato dalla politica stessa. Doppiamente colpevole: di avidità (nel caso Lusi) e di imbroglio (per aver reintrodotto il finanziamento pubblico col trucco dei rimborsi elettorali). Sul banco degli imputati, infatti, è finita la legge 157 del 1999. Un provvedimento che, attraverso il sistema dei rimborsi (un euro per ogni scritto nelle liste elettorali), ha fatto rientrare dalla finestra ciò che i cittadini avevano fatto uscire dalla porta con un referendum abrogativo nel 1993: il finanziamento pubblico della politica. I partiti, incapaci di spiegare ai cittadini la necessità del sostegno pubblico per la vita democratica, sono stati costretti ad aggirare l’ostacolo. Un tranello che adesso in tanti vorrebbero ghigliottinare. «Ma senza il contributo pubblico non ci sarebbero più i partiti come li conosciamo oggi», spiega Antonio Misiani, tesoriere del Partito democratico. «Consegneremmo il Paese nelle mani delle lobby e dei finanziatori privati. L’Italia non può permettersi un modello di tipo anglosassosne con una larghissima prevalenza del contributo privato, qui non c’è una cultura della donazione di massa». Eppure il modello americano in questi giorni sta riscuotendo grande successo. Sulle pagine giornali e sulle bocche di molti dirigenti politici. Tra i simpatizzanti spuntano nomi di primo piano. Come il segretario del Pdl Angelino Alfano che si è detto favorevole all’abolizione del contribu to. Altri, pur non mettendo in discussione il sostegno statale, affermano invece che sarebbe più corretto se i rimborsi rispecchiassero i costi reali. «I contributi devono essere ridotti e proporzionati alle vere esigenze di un partito, collegandoli alle spese effettive», dice Antonino Lo Presti, responsabile dei conti di Futuro e libertà, neonata formazione che ancora non può attingere alle casse pubbliche. «Bisognerebbe creare una sorta di algoritmo che determini i parametri corretti, in modo da dare il giusto peso a voti ricevuti e ai costi realmente sostenuti». Una teoria non pienamente condivisa dal Pd: «In nessun Paese europeo i rimborsi rispecchiano le spese, ovunque vengono distribuiti secondo un criterio forfettario», spiega Misiani. «È un contributo che serve a dare equilibrio alle forze in campo, altrimenti verrebbero premiati soprattutto i partiti con più mezzi economici iniziali». Anche se così non si risolve il problema della corruzione o dell’appropriazione indebita. «Il caso Lusi è una patologia estrema. Non si può generalizzare pensando che tutti i partiti siano gestiti in questo modo », dice il politico finiano. «Non si trova tutti i giorni un tesoriere che si appropri dei soldi ella propria organizzazione. È una distorsione nelrapporto di fiducia tra un’associazione e il proprio amministratore». Anche secondo il responsabile del bilancio del Pd, non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio. Episodi del genere non potrebbero verificarsi all’interno del suo partito: «I nostri bilanci sono su internet, pubblici e disponibili alla consultazione di chiunque», spiega Misiani. «E sono certificati ogni anno da una società di revisione indipendente, che si installa nei nostri uffici, apre gli armadi e controlla fino all’ultima fattura. Perché noi non facciamo investimenti in Tanzania come la Lega, usiamo i soldi per quello che serve al partito: comunicazione, risorse da trasferire ai territori, strutture». Eppure nessuno può proclamarsi innocente. Il Pd trova gran parte del suo sostentamento da due fondazioni: Ds e Margherita. I due partiti da cui è nata la forza politica guidata da Bersani, infatti, non sono morti: continuano a succhiare fondi statali. Perché i rimborsi fino a poco tempo fa non tenevano conto della fine della legislatura o della scomparsa di una forza politica. Bastava aver maturato il diritto ai contributi, per ricevere i lauti rimborsi per i cinque anni di una legislatura. Persino se nel frattempo il partito avesse smesso di esistere. È proprio il caso della Margherita, scomparsa dalle competizioni elettorali dal 2007, ma viva e vegeta per le casse dello Stato. «Si tratta di un’anomalia legata a una particolare stagione politica. Una norma permetteva la prosecuzione dei rimborsi anche in caso di elezioni anticipate. Fortunatamente questa regola è stata cancellata dalla legge 111/2011», dice il tesoriere democratico. Ma per impedire gli abusi la legge del 2011 non basta. Perché, come ammette lo stesso esponente del Pd, non esistono forze politiche geneticamente pure: «prima di Lusi c’è stato Penati», dice. La corruzione è trasversale e per scoraggiarla non basta cambiare le regole. Però aiuta: «Noi abbiamo avanzato le nostre proposte», continua Antonio Misiani. «È indispensabile fornire personalità giuridica ai partiti, dando applicazione all’articolo 49 della Costituzione; mantenere il contributo pubblico, ma subordinandolo al rispetto di criteri di democrazia interna e di trasparenza nella gestione delle risorse; dichiarare la previsione annuale delle esigenze dei comitati di tesoreria; far controllare i bilanci alla Corte dei conti. Un finanziamento gestito così aiuterebbe la politica ad autoriformarsi». L’idea lanciata dal partito di Bersani piace anche al tesoriere di Futuro e libertà. «Bren vengano i controlli», dice Antonino Lo Presti. «La proposta del Pd è interessante e la voterei. Sulla personalità giuridica sono totalmente d’accordo. Ma la estenderei anche ai sindacati. Non deve esistere più nessuna zona franca». Ma per garantire i cittadini dagli abusi della “casta” serve un ulteriore atto d’onestà intellettuale: ammettere una volta per tutte di avere aggirato il referendum del 1993 in maniera dolosa. «È giunto il momento di parlare di nuovo di finanziamento pubblico, senza ricorrere l’escamotage del rimborso», sottolinea Lo Presti. «Non bisogna vergognarsi di dire che i partiti hanno bisogno del sostegno dello Stato. Perché, secondo la Costituzione, soltanto attraverso le forze politiche è possibile veicolare il consenso democratico. Non c’è nessuno scandalo in questo». Finché il trucco non verrà ammesso, chiunque sarà legittimato a gridare allo scandalo. Specie quando ci si accorga che il sostegno dello Stato rappresenta il 90 per cento del bilancio dei partiti. «Ancora non per noi», sorride l’esponente di Fli. «Siamo nati solo un anno fa e al momento ci finanziamo all’americana, col sostegno privato: dei parlamentari, degli iscritti, dei sostenitori. E con un bilancio modesto, inferiore al milione, riusciamo a tenere aperta la sede solo grazie al lavoro volontario dei militanti». Ma è solo questione di mesi.