Chiamato al governo del Paese per uscire dalla crisi economica, il Partido popular di Mariano Rajoy si appresta a cancellare sette anni di conquiste laiche del governo Zapatero. A cominciare dalla legge sull’interruzione di gravidanza
Ci sono tanti modi per allontanarsi dall’Unione europea: si può non corrispondere alle aspettative di rigore finanziario – come ha fatto la Grecia – oppure chiudere gli spazi di libertà civile, come sta facendo l’Ungheria. Oppure ancora, si possono fare le due cose insieme, come sta dimostrando la Spagna. Che mentre perde 9mila impieghi al giorno, secondo i dati pubblicati il 2 febbraio dal ministero del Lavoro, studia come modificare la legge sull’aborto, rendendo di nuovo reato l’interruzione di gravidanza. «Ci stanno portando indietro di un quarto di secolo», ha tuonato Carme Chacón, ex ministro della Difesa nel governo Zapatero, che nel 2008 aveva fatto scandalo andando col pancione di sette mesi a ispezionare le truppe in Afghanistan. «Non era questo il programma del Partido popular che la gente ha votato».
Non era esattamente questo, forse, ma certo gli si avvicinava parecchio. Di voler rimettere mano alla legge sull’autodeterminazione delle donne il Pp lo aveva annunciato a destra e manca. Mariano Rajoy aveva usato l’argomento per prendersi i voti della destra cattolica e integralista, “indignata” da 7 anni di concessioni alla laicità di Luis Zapatero. Aborto, contraccezione, unioni civili, diritti dei gay e loro matrimonio, divorzio: il Psoe odorava di zolfo più del diavolo, per il clero spagnolo. Rajoy prometteva invece di rimettere ordine nella ex cattolicissima Spagna, e di dare soddisfazione a quel milione di persone che aveva marciato a Madrid in difesa della “famiglia cristiana” nel lontano dicembre 2007. Una moltitudine, sulla carta, che però si era scontrata con una moltitudine ben più potente, quella che appena due mesi e mezzo dopo, a marzo 2008, avrebbe rivotato in massa per Luis “Bambi” Zapatero.
C’è voluta la crisi per togliere i socialisti dal cuore degli spagnoli, e nel Psoe ci hanno messo del loro per accelerare il processo, tra litigi, leggi incomprensibili e defezioni al momento sbagliato. Poi è arrivato Rajoy al governo del Paese e tutti hanno tirato un sospiro di sollievo, mercati e gente pia. La Chiesa cattolica, che si è spesa in prima persona, è stata velocissima a presentare il conto, superando di diverse lunghezze le agenzie di rating. Loro potevano aspettare, i fedeli di Dio no. Così a un mese e tre giorni dal giuramento nelle mani del re Juan Carlos, il 25 gennaio il ministro della Giustizia Alberto Ruiz Gallardón ha illustrato il suo proposito: cancellare – come promesso in campagna elettorale – la ley de plazos del 2010, quella che estende anche alle ragazze di 16 anni il diritto all’interruzione di gravidanza. E una settimana dopo Gallardón ha spiegato di voler andare più lontano, mettendo mano anche alla legge del 1985, quella che per la prima volta ha depenalizzato l’aborto in Spagna interrompendo il ricorso alle cliniche clandestine. «Non manderemo nessuno in galera », assicura il ministro, ma che a voler riformare la legge sia lui, ministro preposto alla carceri, e non la sua collega titolare della Salute, non fa presagire indulgenze.
Ana Mato non ha usato nemmeno una delle 75 pagine del suo primo discorso da ministra della Sanità per parlare di aborto. Della riforma della legge, nei suoi impegni presi davanti al Parlamento il primo febbraio, non c’è traccia. Era la parte più attesa del suo intervento e non è arrivata. In compenso Mato ha fatto sapere che anche lei ha delle idee sulla gravidanza: la pillola del giorno dopo, per esempio, deve essere venduta solo con ricetta medica, e nel frattempo una commissione nominata dal ministero ne studierà, a undici anni dalla sua introduzione, gli effetti collaterali. «Così nessuno andrà a farsela prescrivere», commenta ironico Alfredo Pérez Rubalcaba, neo eletto segretario del Psoe. Agli occhi dei socialisti è chiaro il messaggio che l’esecutivo sta lanciando: in discussione non c’è né la legge sull’aborto né la pillola del giorno dopo. Nemmeno Aznar, nei suoi otto anni di governo, tra il 1996 e il 2004, aveva mai pensato di toccare la legge del 1985. Quello che vuole adesso il Pp è molto di più della modifica di una singola norma. Qui si tratta di riportare la Spagna entro i confini ideologici della destra oltranzista cattolica, cancellando le derive laiciste del precedente governo. Davanti a sé l’esecutivo Rajoy ha 4 anni, e almeno una ventina di “peones” desiderosi di un posto al sole e disposti a chinarsi ai desideri di Santa romana chiesa per passare alla Storia. Come il ministro della Cultura e Educazione José Ignacio Wert, che a fine gennaio ha annunciato una riforma del sistema scolastico che prevede l’eliminazione della Educación para la Ciudadanía (EpC), una sorta di educazione civica finalizzata a insegnare “i valori di tolleranza, diversità, solidarietà”. Creata nel 2006, EpC ha visto da subito l’opposizione del Pp e di settori ultracattolici, che mal hanno digerito gli accenni a famiglie diverse da quella tradizionale, fossero esse omosessuali o conviventi more uxorio. L’intento del governo Zapatero nel promulgarla era quello di far fronte a una montata razzista e xenofoba in tutta l’Europa, da cui nemmeno la Spagna era esente. Insegnare agli adolescenti il rispetto della diversità, la tolleranza verso lo straniero o il “percepito diverso”, era un elemento essenziale della politica sociale della sinistra. Ma per i settori oltranzisti spagnoli la solidarietà ha confini di razza, genere, orientamento sessuale. Non va quindi condivisa con rumeni, gay o zingari, che nell’ordine risultano le categorie meno apprezzate dai conservatori del Pp. I rumeni perché tolgono lavoro – e anche Zapatero è cascato nella trappola, limitando il loro ingresso in Spagna – i gay perché sono immorali e gli zingari perché rubano.
Non sono temi da usare esplicitamente in campagna elettorale perché possono togliere voti al centro, e Rajoy è stato attento a non tirarli fuori più dello stretto necessario. Ma a urne chiuse è partita la caccia a chi conquista per primo l’elettorato più estremo. Come ha sintetizzato Leire Pajín, ex ministra della Sanità, sentir parlare oggi la destra «è come mettersi dentro una macchina del tempo». I giornali spagnoli la chiamano controriforma, ma i ministri di Rajoy non se ne dispiacciono, in fin dei conti il loro intento era proprio questo. Il Psoe, che si aspettava di dover fronteggiare l’offensiva economica della destra e non quella sociale, si è trovato spiazzato. «Dovevano risolvere i problemi finanziari, invece si occupano del grembo delle donne », lamenta il sindacato Comisiones Obreras. Ma a ben guardare è della pancia degli spagnoli che in effetti si sta occupando il governo: non di quella vuota di chi non arriva a fine mese, ma di chi non la riempie di future schiere di Dio.