Un paese veloce, moderno, e trasparente. Nel quale non sia necessario attendere tempi biblici per il più comune dei certificati. Dove non ci siano vittime di ingorghi burocratici di marca kafkiana. Con una Pubblica amministrazione efficiente, vicina ai cittadini. In breve, un paese non più sommerso da cumuli di carta, ma che si muova, agile ed efficiente, in Rete. Un sogno che l’Italia insegue da decenni. Il primo a parlare di “rivoluzione digitale” fu Franco Bassanini, Ministro della Funzione pubblica del I governo Prodi. Correva l’anno 1996. Nel 2001 il II governo Berlusconi istituì addirittura un ministero apposito: Innovazione e tecnologie. Dal 2001 al 2006, sebbene sia stato investito più di 1 miliardo di euro (tra fondi nazionali e europei) per l’innovazione, i passi avanti sono stati davvero pochi. L’ultimo profeta dell’ era digitale è stato Renato Brunetta, con il suo piano “e-gov2012”, che però, a causa della crisi economica, di fatto non prevedeva investimenti, promuovendo progetti a “costo zero”. E così, il Belpaese è ancora fermo a penna e calamaio.

L’approvazione del decreto semplificazioni, però, sembra aver aperto una nuova strada: dai cambi di residenza istantanei alla dematerializzazione delle procedure universitarie, dall’ informatizzazione dei ministeri all’ iscrizione via telematica a concorsi e prove pubbliche. La ciliegina sulla torta è l’ Agenda digitale, ambizioso programma che dovrà fare dell’Italia un paese all’avanguardia nell’uso delle tecnologie informatiche. L’articolo 49 del decreto prevede l’istituzione di una “cabina di regia”, capitanata dalla Presidenza del consiglio, che entro 60 giorni dovrà indicare le misure necessarie per raggiungere gli obiettivi elencati. Si parla di e-government per migliorare i servizi, di partecipazione attiva alla vita pubblica, di comunità intelligenti (smart communities), che dovranno soddisfare la crescente domanda di servizi digitali in settori come la sanità, l’istruzione, il risparmio energetico e la sicurezza. Si annuncia l’ utilizzo dei cloud computing (“nuvole informatiche”) per migliorare i servizi della Pubblica amministrazione, e il potenziamento delle infrastrutture necessarie per assicurare a tutti l’accesso a Internet e la copertura a banda larga. I risparmi sarebbero immensi: secondo Confindustria, l’Italia riuscirebbe a mettere da parte, se fosse dotata di una strategia digitale, circa 40 miliardi di euro all’anno. Così come sarebbero ingenti i benefici. La Banca mondiale ha stimato, per i paesi ad alto reddito, un aumento del Pil dell’1,21 per cento ogni 10 per cento aggiuntivo di diffusione della banda larga.

Il ritardo da recuperare è profondo. Secondo l’Eurostat solo il 47 per cento degli italiani usa abitualmente Internet, a fronte di una media europea del 65. Se passiamo poi all’utilizzo della rete per attività che non siano di semplice informazione, i dati divengono ancora più scoraggianti: solo il 17 per cento effettua pagamenti online (la media Ue è del 36), mentre l’ e-commerce è utilizzato da uno scarso 15 per cento. E le cose non vanno meglio nella Pubblica amministrazione, specie quella locale. Se è vero che la dotazione media di personal computer si attesta intorno a 85 Pc ogni cento dipendenti, è anche vero che solo un comune su cinque ha organizzato corsi di formazione informatica per i propri impiegati, e che meno di un decimo dei lavoratori li ha frequentati. Si spiegano così i ritardi accumulati dalle Pa: più che la carenza di strumenti, a determinarli sono retaggi culturali e rigidità organizzative. Il Rapporto sull’innovazione dell’Italia delle Regioni 2010, realizzato dal Centro interregionale per i sistemi informatici (Cisis) rivela che, sebbene la digitalizzazione dei processi sia a buon punto, circa il 70 per cento delle volte gli impiegati devono lavorare su copie cartacee di documenti digitali. Atti che, pur nascendo sui desktop, vanno a finire sulle scrivanie degli impiegati, intasandole. Così l’informatizzazione rischia, paradossalmente, di rallentare ancora di più le procedure.

Altro grande problema che Monti e Passera si troveranno di fronte è il digital divide (“divario digitale”) esistente tra il Nord e il Sud del Paese. In tutti i campi, il Meridione è pesantemente indietro: non solo per la quota di personal computer posseduti o per il livello di digitalizzazione delle Pubbliche amministrazioni, ma anche per il semplice accesso ad Internet. Se nel centro-nord il 54 per cento dei cittadini è connesso e il 46 per cento gode della banda larga, nel Sud sono solo, rispettivamente, il 46 e il 37 per cento. Bruxelles, con il documento “Europa 2020”, ci chiede di assicurare entro il 2013 una copertura totale alla popolazione, e che per il 2020 il collegamento abbia una velocità superiore a 30 Megabit per secondo (Mbps). Per ora siamo fermi intorno ai 4 e, per di più, come rilevato dal Ministero dello Sviluppo economico nel “Progetto strategico: agenda digitale italiana”, la copertura del territorio è “assolutamente disomogenea e a macchia di leopardo”. Per raggiungere gli obiettivi fissati dalla Ue è imprescindibile la creazione di una rete a banda larga che si estenda su tutto il territorio. Il Ministero guidato da Corrado Passera ha calcolato che per raggiungere appena il 50 per cento della popolazione con una rete che permetta a più operatori di agire, saranno necessari 9 miliardi di euro. Che in tempi di crisi sono troppi. Fondamentali, quindi, gli investimenti privati. Il problema, però, è che l’interesse dei grandi operatori si concentra solamente in poche aree già sviluppate, definite nel Progetto “aree nere” (7% del totale), dove le probabilità di remunerazione sono più elevate. Ci sono poi le “aree grigie” (12% per cento), nelle quali è presente un solo operatore e non tutti gli utenti sono adeguatamente serviti, e quelle “bianche” o “a fallimento di mercato” (81 per cento), dove le infrastrutture sono inesistenti e nessun operatore è presente, né disposto a investire. Le ultime due aree sono concentrate nel Meridione, e rischiano di essere abbandonate a se stesse. L’impegno del governo, almeno a parole, si è quindi concentrato soprattutto verso le aree “bianche” e il Sud, prevedendo “l’utilizzo di fondi pubblici come leva agli investimenti privati”. A dicembre sono stati sbloccati da Bruxelles oltre 3 miliardi e mezzo di euro per l’Italia, di cui circa 400 milioni dovrebbero essere impiegati per le infrastrutture digitali per aziende e cittadini del Mezzogiorno. A questi dovrebbero aggiungersi, una volta iniziati i lavori della “cabina di regia”, gli stanziamenti promessi dal governo.

Se mai ci sarà, questa nuova Italia digitale e “dematerializzata” potrebbe essere finalmente più omogenea e unita.