Eugenio Finardi torna all’Ariston con un brano contenuto nel suo ultimo lavoro Sessanta. Con lui sul palco Noa e Peppe Servillo. Il cantautore parla a left della crisi del mercato e delle idee e del suo impegno civile

Con il brano “E tu lo chiami Dio”, Eugenio Finardi torna al Festival di Sanremo numero 62 al fianco di Peppe Servillo, voce degli Avion Travel, vincitori nel 1998, interpretando la canzone scritta da Roberta Di Lorenzo, una sua scoperta. Torna da editore e produttore, in partnership con le etichette indipendenti Cramps e Edel. Il brano in gara è uno dei cinque inediti contenuti in Sessanta, il triplo cd uscito il 15 febbraio, che raccoglie i pezzi più noti della sua lunga carriera. Il cantautore “ribelle” torna dal grande pubblico dopo un lungo viaggio attraverso i più diversi generi musicali: fado, blues, musica sacra, teatro di prosa, classica contemporanea. In questi anni Finardi ha attraversato la storia della musica italiana e internazionale. Senza mai dimenticare l’impegno civile e sociale.

Partiamo da Sanremo, come mai ha scelto di tornare all’Ariston?

Perché mi ha obbligato il mio discografico, come sempre. Solo che questa volta il mio discografico sono io. In realtà ci volevo arrivare da editore del brano, perciò l’ho proposto a vari interpreti, e uno di questi era proprio Gianni Morandi. Il pezzo è molto alto, al limite massimo a cui posso arrivare con la voce. Questa caratteristica gli dà una tensione, un’apertura, un senso abbastanza intenso e profondo che credo abbiano colpito Morandi al punto da chiedermi di interpretarla io. E siccome a Morandi non si può dire di no, ho seguito il suo consiglio. È scritto anche nella Costituzione, articolo 177: «Non sarà possibile nella Repubblica italiana dire no a una richiesta di Gianni Morandi».

Un ritorno in  grande stile, sul palco ha scelto partner importanti. 

Sì. Per la serata internazionale ho scelto Noa, per sostenere lo splendido progetto Noapolis che, insieme ai Solis string quartet, rende un bellissimo omaggio alla canzone napoletana. Per la gara, invece, mi accompagna Peppe Servillo e, cosa ancor più bella, il Piccolo ensamble “Futuro”, nato dal “progetto Integrazione” del conservatorio di Milano. Un ensemble di giovani musicisti, tra cui due rom, scovati in una metropolitana e iscritti al conservatorio per insegnar loro non “la musica”, che hanno nel sangue, ma come rispettarla, trascriverla, sfruttarla al massimo.

Il talento, insomma, va preso sul serio. 

Si, esatto. Il festival di Sanremo si usa, ed io lo voglio usare per portare sul palco la società civile, i progetti di alcuni artisti nati dal basso, con tanti sacrifici, anche economici. Negli ultimi anni ho sostenuto sempre progetti di alto profilo sociale e civile.

Il nuovo lavoro, Sessanta, raccoglie i brani più rappresentativi di una lunga carriera, cominciata all’età di nove anni. Un enfant prodige?

Il mio primo contratto discografico è esattamente di 40 anni fa, se aggiungi i miei 60 anagrafici ho raggiunto la quota cento per la pensione.

Da gennaio, però, la Siae non paga più le pensioni: non basta nemmeno un secolo.

È un furto, un insulto. Ho pagato tutta la vita, eppure adesso pochi ricchissimi autori sono riusciti ad imporre questo criminale furto a chi ha dato la vita scrivendo musica.

In questa fase di declino, la musica è ancora ribelle?

Oggi è costretta ad essere ribelle. In questo momento, per esempio, sono furibondi i musicisti della Scala di Milano a cui è proibito fare concerti al di fuori della loro attività teatrale, e addirittura insegnare. È terribile, significa uccidere la metà degli ensemble, e con loro la musica classica in Italia. È la morte di una civiltà in nome del “mercato”. È una fregatura pazzesca, uno sfruttamento schiavistico, un nuovo medioevo di satrapi che stanno derubando tutto il resto del mondo schiavizzato. Tutto ciò attraverso le parole e i concetti assolutamente idioti degli economisti. Che in nome di qualcosa che non è nemmeno una scienza ma una fuffa come l’astrologia, giustificano furti ai danni della gente normale, degli artisti e di chiunque.

Questo per la cosiddetta “musica istituzionale”. Il rock e il panorama indipendente vivono anch’essi una situazione drammatica, o esistono opportunità di ripresa?

Quella della musica indipendente in questo momento è l’unica scena possibile, dato il crollo dell’industria discografica. Anzi, più che un crollo, è un suicidio dovuto al marketing e al mercato a cui hanno cercato di imporre i loro prodotti, con il risultato che hanno distrutto tutto. E adesso si è arrivati alla situazione in cui un indipendente come me può miracolosamente arrivare a Sanremo.

Finardi, lei è anche cittadino americano. Che ne pensa di come gli Usa rispondono alla crisi economica?

La vedo male perché nonostante io abbia votato Obama e creda molto in lui, per me il problema sono le grandi banche e tutto il meccanismo della finanza, che è una truffa. Altro che mafia. Il grande meccanismo iniziato negli anni Ottanta con Thatcher e Reagan, questo liberismo sfrenato doveva portare benessere a tutto il mondo. Invece ci sta impoverendo tutti e sta arricchendo pochissimi. Ma anche loro prima o poi dovranno “pagare tutto”, come si diceva un tempo.

E la “Dolce Italia”, che ha cantato nella sua canzone?

Io non capisco perché la gente non si incazza, forse siamo troppo vecchi, però vedo che in Grecia stanno reagendo, mentre in Italia la rabbia sociale non mi sembra ancora matura. Vedo solo qualche movimento qualunquistico, ma non c’è coscienza. È vero anche che l’Italia esce da 30 anni di rincoglionimento completo. C’è una grande colpa della sinistra che non ha saputo seguire i tempi, capire i cambiamenti. A questo punto bisognerebbe ripensarsi totalmente.

A sinistra tendenze suicide, insomma, come per la musica?

Sì. sembra un suicidio, e lo dice un militante convinto. Il problema è che ci siamo arresti e abbiamo preso per dogmi le idiozie del liberismo e del mercato. Bisogna porre una fine al liberismo e tornare alla libertà e alla dignità dell’essere umano. La gente mi chiede se sono ancora un “compagno”, e io rispondo “Si, ma non so più di chi”.