Dopo Milano, Napoli e Cagliari, Marco Doria, sostenuto da Sel, sbaraglia le due candidate democratiche nella sfida di Genova. Il Pd costretto alla riflessione. Il 4 marzo tocca a Palermo e L’Aquila

Anche questa volta l’onda arancione ha provocato uno tsunami nel Pd. Trasformando quella che pareva una sfida tra le due supercandidate democratiche in una disfatta del partito che, con nomi diversi, governa Genova da decenni. A sorpresa, nella corsa per il candidato del centrosinistra a Palazzo Tursi ha stravinto Marco Doria, l’outsider fuori dai giochi di potere. Come Giuliano Pisapia a Milano, Luigi De Magistris a Napoli e Massimo Zedda a Cagliari. Forse era immaginabile che nella città in lotta contro la chiusura dei cantieri navali, il popolo delle primarie potesse preferire il professore indipendente che parlava di lavoro, ambiente e beni comuni, a Marta Vincenzi, l’eterna amministratrice ferita dai morti dell’alluvione, e a Roberta Pinotti, la senatrice Pd che flirtava con l’Udc. Ma nessuno l’aveva previsto. E se a Milano l’irrefrenabile vento del cambiamento ha soffiato contro il centrodestra, nella rossa Genova i 25mila elettori che domenica 12 febbraio si sono messi in fila ai gazebo con temperature sotto zero hanno voluto voltare pagina con i professionisti delle poltrone, dando fiducia non all’antipolitica ma a chi ne auspicava una nuova, fatta di passione e ascolto. La vittoria del marchese rosso sugli altri candidati è stata netta, sia nei quartieri operai sia in quelli borghesi: 46 per cento contro il 27,5 del sindaco uscente e il 23,6 della parlamentare vicina a Franceschini. Da qui i commenti amareggiati delle due sconfitte, con Marta Vincenzi che su twitter si paragona a Ipazia, la martire greca della libertà di pensiero, e attacca Pd e don Gallo, il prete di strada che ha sostenuto Doria assieme a Vendola, mentre Roberta Pinotti medita di lasciare la politica. «Genova è una città in cui il centrosinistra ha un forte radicamento», dichiara il vincitore. «Per mantenerlo serve una politica fatta di ideali ma anche di serietà e concretezza. Bisogna impegnarsi senza fughe demagogiche, parlare un linguaggio comprensibile, mostrare disinteresse per il potere e passione per una politica capace di risolvere i problemi».

Si può anche dar la colpa alle onnipresenti divisioni nel Pd, come prova a fare Pier Luigi Bersani («Quando si accetta che alla gara partecipino più candidati del Pd, poi se ne devono accettare gli esiti»), ma è evidente che le due candidate non hanno saputo convincere né trascinare i loro elettori. «Quando il Pd va diviso, perde. Se un partito si presenta con due candidati che polemizzano sui risultati dell’amministrazione uscente il risultato è prevedibile», commenta Andrea Orlando, deputato spezzino, uno dei quarantenni della segreteria democratica, che ammette che nella sconfitta hanno inciso anche altri fattori. «A Genova ha pesato anche il clima di malessere per le tante crisi industriali. Dobbiamo tenere conto che la partecipazione alle primarie è stata molto bassa: si sono mobilitati soprattutto i militanti, gli incazzati. In una fase come quella attuale, chi evoca di più i temi di carattere sociale ha un vantaggio competitivo. Un messaggio più radicale può avere maggior appeal, soprattutto nell’elettorato più attivo dal punto di vista della partecipazione». Una sfida in salita per il Pd, schiacciato a livello nazionale sul governo Monti: «È naturale che in questo momento ci vogliano più argomenti per spiegare la nostra posizione. Se questa forza viene utilizzata nella lotta interna, si rischia di soccombere». Una situazione, quella della doppia autocandidatura, che il partito, ancora una volta, ha subìto: «Il Pd ha tentato di fare una serie di mediazioni, poi ha preso atto del fatto che ognuna delle due insisteva per rimanere in campo», continua Andrea Orlando, che auspica che nel futuro il Pd sappia giungere a una sintesi prima di presentarsi alle primarie: «Dobbiamo avere candidati ufficiali di partito, se no ogni primaria si trasforma in un quasi congresso, con una funzione che va al di là della scelta del candidato, diventando un’occasione per scontri interni ». Per il responsabile Giustizia del Pd si dovrebbe tornare alle origini: «Io sono per seguire l’esempio di chi ha inventato le primarie: gli americani quando il loro candidato va al secondo mandato non li sottopongono alla consultazione, a meno di fatti molto gravi». Se Bersani cerca di minimizzare («solo un’ammaccatura ») e incoraggia a «lavorare pancia a terra» per vincere le elezioni assieme a Doria, i titoli dei giornali parlano di “suicidio Pd” e “primarie boomerang”. Il segretario ligure, Lorenzo Basso, e quello genovese, Victor Rasetto, hanno rimesso il loro mandato: «Non abbiamo saputo interpretare la voglia di cambiamento».

Con questi precedenti, il 4 marzo il popolo delle primarie sceglierà i candidati sindaco di Palermo e dell’Aquila. Nel capoluogo siciliano dopo settimane di incertezza, il Pd – insieme a Idv, Sel e Verdi – ha deciso di sostenere ufficialmente Rita Borsellino, l’eurodeputata che già nel 2005 aveva vinto le primarie di centrosinistra per candidarsi alle regionali contro Salvatore Cuffaro. «È stato un parto difficile ma aver portato al tavolo tutto il centrosinistra è un risultato importante», commenta la sorella del giudice antimafia. «Genova e Milano hanno dimostrato che vince chi riesce a interpretare meglio il senso della campagna unitaria». Ovviamente anche questa volta c’è un po’ di confusione sotto il ramoscello d’Ulivo: in corsa per la prima poltrona di Palermo ci sono anche il rottamatore Davide Faraone, Pd, pupillo del sindaco di Firenze Matteo Renzi, il consigliere comunale Antonella Monastra e l’ex Idv Fabrizio Ferrandelli, appoggiato dai democratici filo  Lombardo. Perché più che il sostegno al governo Monti, la discriminante nel capoluogo siciliano sarà l’appoggio o meno al governatore della Regione. «Le primarie sono una conquista, uno strumento di democrazia che restituiscono agli elettori quel diritto di scelta del quale sono stati privati. A Palermo siamo riusciti a ricostituire la foto di Vasto», conclude soddisfatta Rita Borsellino.

Anche nella città distrutta dal terremoto, l’approdo alle primarie non era scontato. A differenza di Genova, però, questa volta il Pd, almeno sulla carta, è unito a sostegno del sindaco uscente, Massimo Cialente, che il 4 marzo se la vedrà con Vittorio Festuccia, medico di Sel (ex Ds). Rifondazione e Idv si sono tirate fuori dalla sfida. «C’è stata una fase di discussione, poi ha prevalso l’idea della continuità», spiega Francesco Iritale, segretario Pd all’Aquila. «Cialente ha amministrato in una situazione difficilissima, tra sisma e crisi economica, con un bilancio di luci e ombre: la città rischiava lo spopolamento, invece l’università è ripartita e la ricostruzione leggera è stata fatta. Bisogna tenere conto che ricostruire un centro storico di tale valore artistico è molto costoso e complicato. A differenza di Genova, abbiamo impedito altre candidature». La vittoria non è scontata, ma almeno il sindaco uscente non dovrebbe subire il fuoco amico. Così, mentre qualcuno nel Pd auspica le “primarie delle primarie” per arrivare a candidature unitarie, il 19 febbraio il Lazio sceglierà il segretario regionale. Se non cambiano i programmi, l’anno prossimo sarà la volta delle primarie per il sindaco di Roma e il candidato premier. Chissà se, dopo le grandi sconfitte e il pasticciaccio di Napoli, il Pd avrà imparato a fare le primarie. E, soprattutto, a vincerle.