La procura pugliese mette sotto indagine le Big Three. Avrebbero sbagliato a declassare l’Italia e il suo sistema bancario. In modo da alterare il prezzo dei titoli

La responsabilità civile sarà ancora una chimera, ma su quella penale non si discute. Se le agenzie di rating approfittano del loro potere per dare indicazioni sbagliate, o meglio, se diffondono notizie o informazioni false o fuorvianti capaci di mistificare la realtà e provocare una sensibile alterazione del prezzo degli strumenti finanziari, allora commettono market abuse. Un reato punibile con la reclusione da 1 a 6 anni. Di questo sono accusate le Big Three dalla Procura di Trani, che dalla Puglia sfida Moody’s, Standard and Poor’s e Fitch per i downgrade (i declassamenti) che hanno riguardato l’Italia tra il 2010 e oggi.

Non si tratta di vendetta nazionalista né di rivolta verso il sistema, giurano da Trani. La Procura non vuole dimostrare che le agenzie abbiano creato un cartello. Anche se a finire sotto indagine sono state tutte e tre le Big, ciascuna avrebbe una specifica responsabilità. La prima, in ordine di tempo, è quella di Moody’s, che nel maggio del 2010 ha declassato il sistema bancario italiano valutando il rischio di contagio che veniva dalla Grecia e affossando i titoli di Unicredit e di Intesa Sanpaolo. Nonostante non stessero per fallire – a differenza di Lehman, che si era vista assegnare una bella A2 proprio da Moody’s. Ma i mercati preferiscono i titoli bancari artificialmente rinvigoriti dagli Stati a quelli che hanno resistito da soli alla bufera e dopo il downgrade delle banche italiane la Borsa bruciò 20 miliardi di euro. Seconda, ma non per importanza, arriva Standard and Poor’s, che il 13 gennaio 2012 ha declassato il debito sovrano dell’Italia a BBB+, abbassandolo di ben due gradini, causando l’ennesima tempesta finanziaria. Terza, nelle indagini come nella vita, viene Fitch, che dopo l’annuncio di S&P ha deciso di preannunciare un analogo declassamento dell’Italia. «Teniamo sotto osservazione questi rating», ci spiega Carlo Maria Capristo, a capo della procura pugliese, «perché configurano la possibilità di reati contro soggetti italiani, che possiamo perseguire grazie all’articolo 183 della Tuif (Testo unico in materia di intermediazione finanziaria, ndr)». Potevano farlo tutti i pm d’Italia, invece a raccogliere l’esposto dell’Adusbef contro le agenzie di rating c’è stata solo Trani, con il sostituto procuratore Michele Ruggiero che per primo ha consegnato la denuncia. «Dobbiamo verificare se ci sono state valutazioni errate o carenti, non dimostrare il danno», prosegue Capristo, «e da quello che ci dicono i nostri consulenti, abbiamo l’impressione che i downgrade non fossero motivati ». Prima di tutto quello di Moody’s: che il sistema creditizio italiano non fosse sull’orlo del disastro sarebbe dimostrato dalla sua tenuta, ma anche dalle tante testimonianze di personalità autorevoli che sono già state sentite dalla Procura. Come Mario Draghi, all’epoca direttore della Banca D’Italia, che al pm di Trani ha confermato la convinzione, già espressa allora, che le virtù degli istituti italiani fossero difficilmente conciliabili con un declassamento. Esperti e rappresentanti delle istituzioni sembrano confermare un errore anche nel downgrade del debito sovrano: da Giuseppe Vegas della Consob a Maria Cannata del Tesoro, sono in tanti a esprimere perplessità, tanto che il primo dei due ha spedito una lettera per chiedere una verifica all’Esma (l’autorità europea per i mercati), «lettera arrivata e in via di esame», ci dicono da Parigi, «ma ci vorrà tempo, ne riceviamo tante». Trani invece procede spedita, affiancando alle opinioni delle autorità le analisi dei tecnici. Due i consulenti ingaggiati per esaminare i downgrade dal punto di vista economico: Giovanni Ferri dell’università di Bari e Donato Masciandaro della Bocconi. Secondo i pm, infatti, è possibile dimostrare l’errore delle agenzie verificandone i calcoli e il rispetto delle norme europee, e le Big Three non possono continuare a trincerarsi dietro lo scudo della libertà d’espressione: il loro è un dato, non un’opinione. In pratica, Standard and Poor’s non può andare a guardare se l’amministratore va a divertirsi in discoteca, ma se i conti sono a posto. E siccome non esiste la manipolazione involontaria, se il dato è inesatto c’è una volontà di perseguire uno scopo diverso dall’interesse dei soggetti valutati. Soggetti che nel caso della agenzie di rating equivalgono a clienti: ammettere l’errore significherebbe tradirli, e le Big Three non se lo possono permettere. Ma come giustificare un declassamento di due gradini a pochi giorni dell’insediamento di Monti, che aveva già guidato il governo in un’inversione a U? Come spiegare la tempistica dell’annuncio, arrivato in Piazza Affari a mercati ancora aperti mentre la comunicazione ufficiale doveva essere data alle 22.30? Qualcuno non si è saputo tenere la notizia, anche se una moral suasion della Consob invita le agenzie a diffonderla a contrattazioni chiuse. D’altronde non è la prima volta che la buona fede della agenzie viene messa in discussione. «Che ci siano conflitti di interesse non lo scopriamo oggi», dice Capristo, «ma noi non vogliamo andare oltre al market abuse. Per ora abbiamo 8 indagati tra i responsabili delle valutazioni e se fosse dimostrato il reato sappiamo che c’è una responsabilità giuridica anche per le società». Nonostante la cautela dei pm, l’inchiesta di Trani non si limiterà a giudicare 8 funzionari: per testimoniare sull’operato di Standard and poor’s sono in arrivo dei “super esperti” dall’America, forse anche il premio Nobel per l’economia Paul Krugman. Saranno loro, che conoscono bene Wall Street, a dirci se c’è qualcuno che vuole vanificare gli sforzi dell’Italia.