Moody’s, Standard and Poor’s e Fitch: le agenzie di rating dominano il mercato con le loro pagelle non richieste. Possono farlo perché i legislatori li considerano giudici. Invece sono protagonisti

 

I bravi ragazzi se prendono cattivi voti non danno la colpa all’insegnante. Ma la Borsa non è la scuola, e lì i giudizi non li danno i professori, ma i compagni di classe, quelli “asini”, che cercano vendetta contro i “secchioni”. Si chiamano agenzie di rating : Moody’s, Standard and Poor’s e Fitch. I loro giudizi hanno affondato i Paesi deboli dell’Europa, a partire dalla Grecia. Hanno diffuso il panico nelle borse dove si vendono i titoli di Stato. Eppure sono società private, partecipate da azionisti famosi come Warren Buffet o gruppi d’investimento come Blackrock, Vanguard, Fidelity, che di mestiere comprano e vendono. Tutti pendono dalle loro labbra, tutti seguono le loro indicazioni. E sbagliano.

La storia è cominciata all’inizio del Novecento, quando il signor Moody ha venduto il suo primo dossier informativo a un investitore che non sapeva a quale rischio andava incontro. Le agenzie di rating hanno ereditato il suo mestiere e oggi Moody’s, S&P e Fitch sono diventate indispensabili. Perché le notizie che hanno loro non si possono trovare altrove. Soprattutto da quando – negli anni Settanta – sono passate al sistema detto issuer fee, in cui i clienti pagano per essere valutati. Ma se paghi per farti dare un voto, non è probabile che tu prenda 10? «Le agenzie hanno firmato un codice etico», spiega Gianluca Mattarocci, ricercatore di economia degli intermediari finanziari a Tor Vergata, «che vieta agli analisti incaricati del rating di interagire con gli altri dipendenti del gruppo, in modo da non sapere quanto il cliente paga. Per evitare di difendere interessi consolidati, gli analisti sono costretti anche a cambiare spesso agenzia. Ma i big del settore sono tre, i veri esperti un centinaio: la comunità del rating è sempre la stessa».

Sì, le grandi sono tre, perché si sono guadagnate la loro reputazione. Ma anche perché le regole giocano tutte in loro favore. Le istituzioni nazionali e internazionali assegnano ai loro rating un vero e proprio “potere normativo”: senza un voto delle Big three, certi titoli non possono essere comprati. È scritto nero su bianco nei regolamenti dei Fondi pensione e in miriadi di contratti di acquisto. L’unica competizione che resta è quella tra le tre agenzie. E poco importa se un downgrade – un declassamento – arriva nel momento meno opportuno per il soggetto valutato. Per farsi pubblicità, si può sfruttare anche l’azionista di maggioranza: quello di Standard and Poor’s è McGraw Hill, un gigante dell’editoria e dei media, che non ha difficoltà a scegliere quale rating diffondere per primo. Ai conflitti di interesse – quello con i clienti e quello con gli azionisti – si aggiunge il conflitto di ruolo, come ci spiega il professor Timothy Sinclair, dell’università di Warwick (Regno Unito): «Ci aspettiamo che le agenzie di rating si comportino come giudici, ma in realtà collaborano con le banche fin dal momento in cui si impacchettano i titoli. Consigliando loro come fare ad avere buoni voti. I voti che danno loro». Se sei consulente, in teoria, non puoi essere giudice. E invece le agenzie sì, almeno fino al 2007. Quando da giudici sono diventati padroni. Quell’anno il Comitato di Basilea, formato dai governatori della banche centrali, ha stabilito che tutti gli intermediari finanziari devono scegliere tra tre opzioni di valutazione se vogliono stare sul mercato: 1) adottare uno schema fisso dove il rischio si calcola moltiplicando un determinato coefficiente per il capitale; 2) avvalersi dei rating di agenzie esterne; 3) costruire un sistema di valutazione interno approvato dalla Banca centrale. Siccome il terzo era troppo costoso e il primo poco remunerativo, hanno tutti scelto il secondo, che consente a un impresa AAA di avere meno capitale in garanzia di un’impresa BBB. Ma se l’analisi è sbagliata e l’azienda fallisce, a saldare i conti coi creditori non saranno le agenzie di rating. La Lehman Brother, cinque mesi prima di dichiarre bancarotta, si era guadagnata una bella tripla A. «Lo strapotere delle agenzie è aumentato nonostante la loro fallibilità», spiega Sinclair, «anche grazie al diffondersi degli Abs». Si tratta di strumenti finanziari emessi a fronte di operazioni di cartolarizzazione di crediti. «Titoli dei quali è difficile capire la struttura e che possono essere acquistati solo con l’ausilio dei rating delle agenzie», continua Sinclair. «Gran parte del rischio si è trasferito direttamente nel mercato e le banche, appaltando ad altri i loro titoli, si sono chiamate fuori dal meccanismo». Un mercato senza controllo, dunque. Nemmeno da parte delle banche. A dettare legge sono solo le Big Three.

E non stiamo parlando solo di finanza. In ballo ci sono quasi tutti i cittadini del mondo. Il debito pubblico dei Paesi in cui vivono, infatti, viene valutato proprio dalle agenzie. «Il rating degli Stati dovrani è il prodotto più diffuso», spiega Mattarocci, «perché è uno dei criteri necessari alle agenzie per valutare tutte le società di un determinato Paese. Quindi lo fanno automaticamente, diffonderlo non costa niente». A loro no, ma a noi sì, specialmente da quando l’euro non consente ai singoli governi di compensare l’effetto del downgrade svalutando la moneta. La stabilità è in mano a Bruxelles, eppure non c’è Mario Draghi quando portiamo la pagella a casa.
Che questo sistema non funzioni, ormai se ne sono accorti tutti, a partire dai tecnici: Maria Cannata, l’alto funzionario del Tesoro che coordina la direzione sul debito pubblico, ha dichiarato: «Non ha senso che soggetti privati valutino Stati sovrani. L’impressione è che dopo aver sbagliato sulle corporation cerchino di rimediare correndo a chi arriva prima sui debiti pubblici». Eppure sottrarre questo ruolo ai privati sembra impossibile: «Un’agenzia pubblica non sarebbe considerata altrettanto indipendente», spiega Mattarocci. Un’altra ipotesi la avanza Enrico Grazzini, autore di Il bene di tutti (Editori riuniti): «Si può creare un’agenzia pubblica indipendente che estrae a sorte le agenzie di rating da assegnare ai vari clienti e le paga di tasca propria, grazie ai contributi versati da tutte le società che necessitano una valutazione». Così l’istituzione pubblica sarebbe un collettore e contemporaneamente un garante. Un ruolo ben più decisivo di quello svolto attualmente dall’Esma, l’autorità di garanzia creata dalla Ue appena l’anno scorso. «Le cose cambiano velocemente», spiega Leonardo Domenici, europarlamentare Pd e relatore di un nuovo regolamento per le Agenzie di rating. «Nonostante il quadro normativo sia stato fissato nel settembre 2009, abbiamo già bisogno di riformarlo. Il nuovo regolamento proposto dalla Commissione contiene la modifica della norma che rende obbligatorio il ricorso al rating per tanti strumenti finanziari e un impulso a ricorrere a valutazioni interne. Poi c’è il regime di responsabilità civile per le Agenzie». Anche in America ci hanno provato, con la legge Dodd-Frank del 2010, che voleva rendere Moody’s, SeP e Fitch responsabili dei propri giudizi. Le Agenzie si sono rifiutate, il mercato si è bloccato, e l’autorità Usa di controllo della Borsa le ha difese, promettendo di non mettere in pratica sanzioni. «È un rischio che si evita se esiste un’alternativa», spiega Domenici, «cioè un’istituzione europea indipendente addetta alle valutazioni». La riforma ci vuole, ma avrà tempi lunghi: all’Europarlamento il termine per presentare emendamenti scade il 21 maggio. «In quelli che ho presentato io», spiega Domenici, «c’è il divieto di rating non richiesti e l’eliminazione di ogni automatismo. Esiste un errore originario del legislatore europeo che ha appaltato a queste agenzie l’affidabilità degli Stati. Qualcuno oggi se ne sta approfittando». Ma in un mercato senza controllo, i responsabili non hanno nome.