L’aggettivo migliore che le hanno riservato i greci è quello di Führer, ma Angela Merkel non si scompone. Tutt’al più ricorda che, grammatica alla mano, in quanto donna lei sarebbe Führerin, condottiera. Finita a guidare l’Unione europea non per i suoi meriti ma solo perché il posto era vacante – Herman Van Rompuy e Catherine Ashton non spiccano nemmeno come figure decorative – la Merkel si stizzisce solo quando le dicono che sta gestendo la crisi finanziaria come una Hausfrau, una casalinga. Che fa i conti, guarda nel portafoglio e decide se comprare o meno un altro pacco di pasta. Un metodo che alla Cancelliera pare giustissimo, ma che gli economisti guardano con sufficienza, anche quelli più convinti della necessità di una politica di rigore. Figuriamoci quanto possa piacere ai greci, che di pacchi di pasta se ne sono visti negare tanti. Se due anni fa anziché dire di stringere la cinghia avesse consentito ad Atene di avere i fondi per ripianare il debito, oggi nessuno guarderebbe con ansia alla Grecia come al primo probabile Paese cacciato dall’euro. E se si rompesse l’Eurozona, la Merkel ne pagherebbe le conseguenze. Perché un conto è minacciare punizioni, un altro applicarle.
«La Merkel appoggerà il governo Papademos finché obbedirà alle richieste tedesche», dice Nikolaos Chountis, europarlamentare greco del Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea, «firmando accordi anti-sociali, in linea con le politiche dure e neo liberiste della Germania. In caso contrario, sarà default. Ma il popolo greco è già fallito, tra povertà e disoccupazione. È la zona euro a essere in pericolo». Se crolla in Grecia, la moneta unica può crollare ovunque. Però anziché puntellare l’Acropoli tutti si scansano per evitare di restare coinvolti.
«Ma i politici greci hanno imbrogliato i conti e perso la loro credibilità agli occhi dei tedeschi e degli europei», dice Ulrike Guérot, dell’ufficio berlinese dell’European council for foreign relations. «La Merkel deve rispondere alle pressioni interne che le chiedono maggiore rigidità, che impongono il rispetto delle regole prima di ogni cosa», spiega la ricercatrice. «La Cancelliera è decisa a spingere il sistema europeo verso un maggiore federalismo e una politica fiscale condivisa, ma a condizione che i Paesi facciano il loro dovere. Per la Grecia sarà doloroso, ma lo è perché i suoi governanti non sono stati in grado di gestirne l’economia, non perché ci siano i cattivi in giro». Sarà, però alla Germania è stato concesso molto più credito – e non solo politico – quando si è trattato di aiutarla a uscire dalla crisi del 1953 con il London debt agreement, o quando la riunificazione ha imposto un periodo “cuscinetto” per assorbire le differenze economiche tra est e ovest. Ed è sempre la Germania che, con la Francia, si è rifiutata di consentire a suo tempo che l’Unione potesse verificare i bilanci dei Paesi membri, mentre oggi – a danni fatti – vuole mettere il naso in quelli della Grecia. «Se allora sono stati fatti errori non possiamo rinvangarli oggi», contesta la Guérot. «I tempi sono cambiati, è cambiato il quadro normativo, si sono modificate le stesse politiche comunitarie. Dobbiamo andare oltre».
Quello che non è cambiato è il comune interesse di Parigi e Berlino, l’asse europeo frutto più di convenienza che di comunanza. Sorretti per ora dal reciproco bisogno, Merkel e Sarkozy sanno che non esisterebbero l’uno senza l’altra. Ma la coppia rischia di rompersi se l’inquilino dell’Eliseo non verrà riconfermato al suo posto alle presidenziali di aprile. I sondaggi lo danno indietro rispetto allo sfidante più accreditato, il socialista Hollande. Così la Merkel, con un gesto inusitato tra europei, si è presa la briga di consigliare ai francesi di tenersi stretti l’attuale capo di Stato, «l’uomo migliore per un momento così difficile». In Francia l’endorsement della Merkel ha fatto scandalo, ma se gli speculatori più che ai mercati guardano alla Germania, allora l’appoggio della Merkel può fare la differenza. Nel bene e nel male. Occupato dalle questioni interne, Sarkozy è meno concentrato su quelle esterne, lasciando alla Merkel il compito di tessere una politica estera al di fuori e al posto dell’Unione. Come è appena successo con Pechino: in vista del vertice Ue-Cina del 14 febbraio, la Cancelliera è volata in Cina per illustrare i meriti dell’economia tedesca, rassicurare i mercati locali del buono stato di salute dell’Unione, stringere qualche accordo commerciale e accreditarsi con referente europeo per le imprese dell’impero di Mezzo. Così Parigi, che con Pechino si contende il mercato africano, è rimasta a bocca asciutta. E gli imprenditori potrebbero ricordarsene al momento del voto.
Solo l’Unione europea potrebbe arginare il potere dilagante della Merkel e del suo ministro delle Finanze Schäuble, teorico dell’Europa a due velocità. «Tutti i deputati europei, indipendentemente dal loro gruppo politico, ammettono che certe misure hanno bisogno di procedure anti democratiche per essere applicate», dice Chountis, «compreso un diminuito ruolo dei parlamenti nazionali e del Parlamento europeo». Ma le differenze ideologiche restano: l’ex premier belga Guy Verhofstadt, presidente dell’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, sostiene che la classe politica greca vive di clientelismo e non ha alcuna volontà di cambiare, dunque «non c’è altra scelta che accettare il memorandum se vogliono i soldi». Mentre i socialisti europei, dopo un periodo di forti tentennamenti, hanno deciso di provare a dribblare la strategia di Berlino. Il presidente del gruppo Hannes Swoboda, in una lettera del 12 febbraio indirizzata a Barroso, con cifre e dati – dunque non solo sul piano politico – smonta il Memorandun di Fmi, Bce e Unione, definendo l’approccio della troika «punitivo e ideologico, un tradimento del modello sociale europeo e della solidarietà, principio fondamentale dell’Unione». Due giorni dopo, l’annuncio: i socialisti invieranno una “loro” troika alternativa ad Atene, per far uscire il Paese dalla crisi senza ucciderne la crescita. Perché non si possono imporre misure spartane agli ateniesi. Angela Merkel conosce la storia antica?