Date un lavoro alle donne e il Sud si risolleverà. Ce ne sono oltre un milione tra giovani e adulte che vivono in una drammatica terra di nessuno: vorrebbero lavorare, mandano curriculum ovunque, chiedono invano. Emigrano pure. E si rassegnano. Ecco, se questo popolo “sommerso” finalmente riuscisse a trovare un’occupazione, il Mezzogiorno avrebbe un altro volto. E anche l’Italia. Il rapporto stretto che corre tra lavoro femminile e sviluppo della società, non è una novità. Lo hanno messo in evidenza fior di economisti in tutto il mondo, il premio Nobel Yunus in testa, sottolineando gli esempi virtuosi che possono nascere in aree derelitte come in India o in alcuni Paesi africani. Noi siamo nella stessa condizione. «La Banca d’Italia lo ha detto chiaro: il raggiungimento del 70 per cento di occupazione da parte delle donne produrrebbe nel Paese l’aumento del Pil del 7 per cento», afferma Roberta Agostini, responsabile donne Pd che ha promosso a Napoli il 17 e 18 febbraio la conferenza “Dal Sud con le donne ricostruiamo l’Italia”. «Le donne, soprattutto quelle ragazze meridionali », continua Agostini, «che hanno molto investito su di sé, studiando anche più dei maschi, sono una forza, una risorsa, che rischia di essere vanificata dalla debolezza del sistema produttivo e poi dalla mancanza di politiche adeguate di sostegno».

«La questione meridionale è la questione femminile», aggiunge Luca Bianchi vicedirettore dello Svimez (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno) che a Napoli illustrerà una ricerca con dati che arrivano fino al 2011. Una fotografia dell’oggi, a tinte fosche. Il tasso di occupazione femminile al Sud è del 30,4 per cento rispetto al 54,6 del Centronord mentre la media europea è del 58,2 con picchi altissimi nei Paesi nordici, dove la Svezia registra il 70 per cento di donne lavoratrici. I dati invece dell’occupazione maschile in Italia sono: 58,1 per cento al Sud e 73 per cento al Nord. «La condizione assoluta di emarginazione delle donne in Italia per quanto riguarda il lavoro, al Sud diventa di quasi totale segregazione», afferma Bianchi. Perché il dramma è che le donne vorrebbero lavorare. «A fronte di 390mila donne disoccupate», spiega il vicedirettore Svimez, «ce ne sono 560mila disoccupate implicite, ovvero che non cercano attivamente un’occupazione. In più, ne esistono 570mila che noi definiamo scoraggiate, ovvero che sarebbero disponibili ad un lavoro anche se non lo cercano». Per queste, ma anche per le altre, si apre, quando va bene, la voragine del lavoro nero. E non solo: altissimo è anche il numero di coloro che emigrano. «In passato le donne emigranti si attestavano sul 10 per cento», afferma Bianchi, «ora sono attorno al 35-40 per cento». Insomma, quello di un «grande piano di rilancio dell’occupazione giovanile e femminile nel Sud» è la base da cui occorre ripartire, dice Roberta Agostini. Anche perché adesso si verifica una pericolosa inversione di tendenza: le donne meridionali che pure hanno sempre primeggiato nel conseguimento della laurea, stanno cedendo. «Nel 2002-2003, l’80 per cento delle diplomate al Sud si iscrivevano all’università, contro il 76 per cento del Nord, nel 2010 invece siamo scivolati al 68 per cento», conclude l’esperto dello Svimez.

Fame di lavoro, speranze negli studi che falliscono. E anche, nel Sud, la quasi totale assenza di servizi sociali. Sulle donne, a cui da sempre sono delegate quelle cosiddette “attività di cura” (dai bambini agli anziani) si abbatte un altro macigno. Prendiamo per esempio gli asili nido e quelle strutture indirizzate ai bambini da 0 a 2 anni che, se ci fossero, aiuterebbero non poco la vita quotidiana al femminile. «Nel Sud sono il 3,4 per cento, nelle isole un po’ meglio, il 6,4, ma nel Nordovest la percentuale è del 14-15 per cento. Se poi si va nel particolare, vediamo che in Campania quanto ad asili nido siamo al 2,7 per cento, contro il 29,5 dell’Emilia Romagna», spiega Daniela Bucci, sociologa, direttore dell’associazione Nuovo welfare che sempre a Napoli traccerà una fotografia del “pianeta” servizi che al Sud è simile ad un deserto. «Il sociale non è un accessorio», afferma la studiosa di welfare, «nel senso che se c’è o non c’è, non cambia nulla. Io invece sono convinta che proprio a partire dall’investimento sul sociale si fa un investimento sulla possibilità di essere cittadini partecipi». Non solo. Poiché il nostro welfare (soprattutto al Sud) è familiare e poggiato sulle spalle delle donne, se si investe sul sociale si «liberano risorse e si permette a queste persone di realizzare anche la propria vita, di essere occupate e di non fare da sostituto dell’intervento pubblico».

Incentivare l’occupazione femminile e spazzare via la vergogna di contratti capestro come quelli che prevedono le dimissioni in bianco. Aumentare i servizi. Nuove regole, a partire dalle leggi elettorali: ecco le richieste delle donne del Pd. «Chiediamo una democrazia paritaria», afferma Roberta Agostini. «Come gli indicatori economici sono più preoccupanti così anche la partecipazione politica femminile nelle istituzioni ha percentuali bassissime, non arriviamo al dieci per cento». Si spera che il testo approvato bipartisan in commissione Affari Costituzionali che prevede la doppia preferenza nelle leggi elettorali dei Comuni, possa sbloccare qualcosa. «Adesso la preferenza unica penalizza moltissimo l’elezione delle donne», aggiunge Agostini. Ma forse a monte occorre anche un cambiamento culturale? «Dietro ogni azione», afferma la responsabile donne del Pd, «c’è una mentalità fortissima che va cambiata, combattuta. Purtroppo ancora esistono stereotipi predominanti, a partire dalla cultura politica dei partiti. Possiamo cambiare le regole elettorali – importantissime – ma sappiamo bene poi che le regole sono insufficienti se non si accompagnano ad un cambiamento di mentalità. Le donne sono una risorsa per una buona politica, diversa, che guarda di più alla vita concreta delle persone. Il potere per le donne – spesso e volentieri – significa responsabilità per cambiare le cose, e non come mezzo fine a se stesso». Per questo adesso occorre «vedere anche nella donna una risposta a quella crisi della politica e dei partiti che sta investendo molto pesantemente il nostro sistema». Dal Sud all’Italia, in nome dei diritti delle donne.