Tira aria di resa dei conti nel Movimento 5 stelle (M5s). Alle richieste sempre più numerose di maggior democrazia interna Beppe Grillo risponde con la mano pesante. A farne le spese, finora, sono stati Valentino Tavolazzi e la sua lista civica “Progetto per Ferrara”. Eletto consigliere comunale alle ultime amministrative, è uno degli uomini più in vista del M5s. Il 5 marzo, di punto in bianco, è stato espulso. Perché, come spiega il post pubblicato da Grillo, Tavolazzi «non ha purtroppo capito lo spirito del M5s», «sta facendo più danni al M5s dei partiti o dei giornali messi insieme», e perché «ha violato il “non statuto”».

Occorre un passo indietro. Il 2 e 3 marzo alcuni “grillini” avevano organizzato un incontro a Rimini per affrontare diverse questioni: se rimuovere il nome di Grillo dal simbolo del Movimento, quali procedure adottare per la selezioni dei candidati, se presentare un leader nazionale. Insomma, le tipiche domande su cui i partiti nostrani riescono a perdere mesi, ma argomenti nuovi, e forse anche imbarazzanti perché sanno troppo di partitocrazia, per il M5s. Sta di fatto che il comico genovese ha duramente sconfessato l’incontro. E il giorno dopo la sua conclusione, Tavolazzi è stato espulso.

 

«Non mi aspettavo una simile reazione», dice a Left il consigliere comunale ferrarese: «Anche perché sono motivazioni che non corrispondono alla realtà. Grillo dice che io avrei fatto danni al M5s, ma non è vero». In effetti, alcune cose sono poco chiare. Prima fra tutte: Tavolazzi non ha partecipato in alcun modo all’incontro. «Io non ho organizzato nulla a Rimini, nemmeno con una telefonata o una mail. Anche gli organizzatori lo hanno confermato», dice. E allora, perché è stato cacciato? Forse le sue “colpe” hanno origini più antiche. I primi dissapori con Grillo si erano avuti a fine novembre, quando Tavolazzi aveva organizzato, proprio a Ferrara, il “Democracy Day”, senza chiedere il permesso al comico genovese. L’episodio più significativo, però, è della fine del 2011. Era il 28 dicembre, infatti, quando Grillo cacciò un altro illustre appartenente al M5s: Andrea Defranceschi, consigliere regionale dell’Emilia Romagna, anche lui eletto alle ultime amministrative. La colpa di Defranceschi: aver promosso una mozione contro la chiusura del quotidiano l’Unità. Invitava la giunta regionale a impegnarsi per salvaguardare “posti di lavoro e professionalità de l’Unità”. La reazione di Grillo è stata immediata: fuori dal Movimento. Tra le voci che si levarono per criticare non tanto il merito della questione, quanto il metodo della decisione, una delle più autorevoli apparteneva proprio a Tavolazzi. Scriveva sul blog del Movimento: «Beppe, anche se hai ragione, non avresti dovuto trattarlo così. Potrà accadere ancora che qualche eletto vada fuori dal seminato. Non per questo dobbiamo crocifiggerlo pubblicamente». Parole profetiche: ora il consigliere comunale si trova nella stessa situazione.

 

Stavolta però le reazioni sono diverse. In Rete si è scatenato un vero putiferio. Centinaia di post hanno invaso il blog: chi è a favore e chi è contro. Sotto accusa sono soprattutto le modalità dell’accaduto: un’espulsione decisa a porte chiuse, senza preavviso né confronto, e senza chiedere il parere del Movimento. Su facebook è stato creato il gruppo: «Io sto con Valentino Tavolazzi», che recita così nell’introduzione: «Non conosco Valentino Tavolazzi, ma il motto “colpirne uno per educarne 100″ non l’ho mai digerito». Se usciamo dal mondo virtuale, la situazione non sembra meno incandescente. «Molti meetup stanno chiedendo a Grillo che riveda la scelta di cacciare un gruppo importante come quello di Ferrara» dice Tavolazzi, che continua: «Io parlo come se non fossi fuori dal M5s: mi sento ancora dentro. Il meetup dell’Emilia Romagna ha ribadito la volontà di considerarmi appartenente al M5s. È in corso un ampio dibattito. Nulla è prevedibile. C’è anche la possibilità che Grillo torni sulla sua decisione».

Per ora, di certo c’è solo che la tensione si taglia col coltello. Basta un esempio per intendersi: Giovanni Favia, consigliere regionale in Emilia Romagna e punto di riferimento per molti all’interno del Movimento, ha detto che: «Grillo non può espellere nessuno perché non siamo un partito». Gli ha subito risposto un altro consigliere regionale, Davide Bono, eletto in Piemonte: «No, Grillo è il titolare del logo, e ha pieni poteri. Chiunque voglia creare strutture non in linea col Movimento è bene che vada via». Anche a Rimini, città del fatidico incontro, si respira un’aria strana. Ad esempio, Luigi Camporesi, consigliere comunale della città romagnola eletto nelle liste del M5s, ci va con i piedi di piombo: «Preferirei non esprimere nessun parere. Non conosco le informazioni necessarie. Io so che finora Grillo ha detto il vero: siamo in piena libertà». È più diretto Massimo Manduchi, iscritto ai “Grilli pensanti” di Rimini. Manduchi ha anche partecipato al famoso incontro: «Certo che ci sono andato. Io sono di Rimini. L’abbiamo fatto a casa nostra», afferma. E difende la bontà dell’iniziativa: «Grillo ha peccato di inconsapevolezza. A Rimini è stato organizzato solo un esperimento di democrazia diretta partecipata. Una simile iniziativa era opportuna proprio per dimostrare che le proposte poco sensate vengono bocciate: come quelle del leader nazionale o di togliere il nome dal simbolo». E sulla cacciata di Tavolazzi non ha dubbi: «In un contesto democratico nessuno può essere cacciato. Non sono d’accordo sull’espulsione. Credo che sia un’occasione per riflettere. Un Movimento non è un monolite. Ci sono contrasti e discussioni, ma non è un problema. Anzi, è vitale. Il problema è che venga rispettata la maggioranza». Il “grillo pensante” conclude speranzoso: «Mi auguro che il problema rientrerà. L’accaduto è un fatto grave. Un passo falso. Ma spero che possa essere rimediato».

Non sembra però che Beppe Grillo abbia intenzione di tornare sui suoi passi: il 12 marzo, in risposta alle critiche, ha inviato un altro post nel quale ribadisce che: «Nel Movimento 5 stelle la democrazia diretta è realtà quotidiana, non c’è bisogno che qualcuno la interpreti per noi». Se l’è poi presa con i giornali, «specie quelli liberal e di sinistra, che vogliono dividere il Movimento da Grillo, il despota». Sarà. Nel frattempo, però, sono sempre di più i “grillini” che si domandano quanto valga davvero il motto del Movimento: “Uno vale Uno”. Specie in vista delle prossime elezioni politiche, vero banco di prova del Movimento 5 stelle.