L’imprenditore Massimiliano Galante: «Il governo ha fatto bene a eliminare rigidità anacronistiche. Maggiore flessibilità in uscita renderà più facili anche le assunzioni. Ma avrei preferito una riduzione delle tasse sul lavoro»
«La giusta causa di fatto non era sufficiente per licenziare». Massimiliano Galante, ex presidente del gruppo giovani imprenditori di Unindustria Venezia e leader di un’azienda che costruisce macchine per l’edilizia, è favorevole alla riforma dell’articolo 18 perché «quel matrimonio indissolubile che è il contratto di lavoro a tempo indeterminato, a specifiche condizioni e specifici costi, deve poter essere sciolto». Ma, precisa, non era certo questa la priorità. «L’entrata nel mondo del lavoro dipende anche dalla facilità di uscita», assicura Galante.
L’articolo 18 andava proprio cambiato?
Per la mia esperienza di piccola azienda con più di 15 dipendenti andava modificato perché dava una rigidità veramente anacronistica al sistema italiano. Certo, non era la priorità di un governo tecnico, in questo momento. Sicuramente, però, è un fatto importante perché va in una direzione di modernizzazione. Come imprenditore avrei preferito che avessero ridotto le tasse sui salari, aumentando il potere d’acquisto delle famiglie italiane e alleggerendo le aziende.
Il licenziamento per giusta causa non bastava?
Con i tribunali del lavoro, la giusta causa di fatto non era sufficiente. Sappiamo bene di casi emblematici, nei quali la giusta causa sembrava conclamata, persino con profili che sfioravano il reato penale, ma il giudice ha ordinato il reintegro. I tempi dei giudizi, tra l’altro, sono molto lunghi.
Il governo vuole procedere senza l’accordo della Cgil. Cosa ne pensa?
Ho apprezzato che vogliano fare solo un verbale perché ritengono che si possa andare avanti anche se c’è qualcuno che prova a mettere il veto. L’accordo di tutti è anacronistico, vuol dire non fare mai un passo avanti. Quello che mi sembra strano è che sia un governo tecnico ad assumersi questa responsabilità visto che non ha neanche un mandato degli elettori. Lo dico da cittadino. Da imprenditore invece dico: ben venga tutto ciò che va nella direzione di “spaccare” certe incrostazioni che il Paese ha da tanto tempo. Le liberalizzazioni, la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro sono degli shock, che però fanno bene a un Paese che è vecchio.
Molti imprenditori sostengono che l’art. 18 frena la crescita delle aziende. È vero?
Ci sono tante aziende che stanno nel bilico dei 14 dipendenti e decidono di non crescere, perché dopo i 15 si entra in un altro mondo, molto più rigido e vincolato. Se uno guarda in giro per l’Italia sono tante le aziende di proprietà della stesso imprenditore o della stessa famiglia, tutte con 10-12 dipendenti. È una legittima difesa delle aziende in un mondo che tante volte vediamo ostile.
Con questa modifica lei si sente più libero di assumere qualcuno?
Dare 27 mensilità di indennizzo, oltre alla liquidazione, non è proprio una passeggiata. Secondo me il mercato del lavoro è rigido e chiuso anche perché ci sono costi enormi nella tassazione delle buste paghe.
La Cgil accusa il governo di volere la libertà di licenziamento.
Vorrei che guardassero ai nostri vicini, ad esempio alla Spagna, dove l’indennità è più o meno onerosa a seconda se il licenziamento avviene o o meno per giusta causa. Del resto, l’entrata nel mondo del lavoro è anche una conseguenza della facilità di uscita: se questa è vincolata, lo è anche l’entrata. Nel resto del mondo tutto questo è normale. In Italia bisogna cambiare l’approccio. Questa riforma non sarà una svolta per l’economia italiana, ma può essere un passo nella direzione della modernizzazione.
Allora perché gli imprenditori gli hanno dato tutta questa importanza?
Ha un valore simbolico: ci avviciniamo agli altri Paesi che hanno un mercato di lavoro più snello e flessibile. Un’azienda deve poter aumentare il personale liberamente, con la tranquillità di sapere che questo vincolo si può rompere. Se c’è qualcuno che dà un valore simbolico e ideologico all’articolo 18, è il sindacato. Non capiamo cosa voglia difendere. Non mi pare che questa riforma apra le frontiere al licenziamento facile o automatico. Dà dei vincoli, delle norme, che in certi casi sono estese anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. Dice però anche che questo matrimonio indissolubile che è il contratto di lavoro a tempo indeterminato, a determinate condizioni e a determinati costi, può essere sciolto.
Il timore dei sindacati è che questa riforma apra al licenziamento discriminatorio.
Non mi pare. Il reintegro per i licenziamenti discriminatori è addirittura esteso anche alle aziende sotto i 15. Su questo il sindacato dovrebbe essere contento.
Non sarà facile per il lavoratore dimostrare la discriminazione…
Queste questioni vanno sempre interpretate dai tribunali del lavoro, che nella storia sono sempre stati, giustamente, dalla parte del lavoratore, inteso come la parte debole. Ci sono però aziende che attraversano una ristrutturazione, una crisi, un cambio di direzione o non hanno più bisogno di una determinata figura. Adesso avranno la possibilità, a determinate condizioni, di fare le proprie scelte.
Secondo lei questa riforma ridurrà il precariato?
Mi sembra che anche qui si vada nella direzione giusta: l’incentivo alla trasformazione dei precari in dipendenti a tempo indeterminato è corretto. Così come lo è penalizzare quegli imprenditori che abusano della flessibilità in entrata per non impegnarsi. Un’altra scelta positiva è che le false partite Iva, fatte per aggirare le norme, sono equiparate per legge a un rapporto di tipo subordinato. Così si fa un po’ di chiarezza, si semplifica la giungla contrattuale. La flessibilità rimane, ma sarà un po’ più cara.
Una buona riforma, quindi?
Mi sembra un piccolo passo nella giusta direzione. A me non cambierà la vita. Aspetto riforme più importanti, che vadano nella direzione di alleggerire gli oneri e le tasse della busta paga.