Serve una legge che imponga regole non solo per Silvio Berlusconi. C’è un circuito molto più forte e impermeabile della vituperata casta dei partiti

Da un paio di decenni si discute di conflitto d’interessi, parolina magica che ha un destinatario pressoché scontato, il solito Silvio Berlusconi. L’argomento è tra i primi 8 punti del programma di Bersani e tra i 20 del M5s. Verrebbe da chiedersi come mai, visto che il Cavaliere ha chiaramente detto che la vicenda non lo riguarda più avendo ceduto da un pezzo tutte le imprese ai propri figli.
In verità anche nel centrosinistra, al di là della necessità di contenere la spinta grillina e di tacitare l’ala più dura, ci sono tentennamenti e perplessità sulla scelta di mandare a casa il leader del Pdl con qualche marchingegno giuridico. I più sono convinti che l’unico modo per smacchiare il giaguaro sia sempre lo stesso, batterlo alle elezioni, e che le scorciatoie siano pericolose. In nessun Paese civile – per giunta nel bel mezzo di una corsa più o meno lunga verso nuove elezioni – due minoranze potrebbero pensare di coalizzarsi per far fuori la terza minoranza con la bacchetta magica del conflitto d’interessi. Le leggi ad personam sono oscene, ma quelle contra personam sono orribili e riportano l’orologio della storia a tempi bui.
Proviamo, allora, a leggere la questione da un’altra prospettiva. Può darsi che Bersani e Grillo guardino allo stesso obiettivo pur partendo da valutazioni profondamente diverse. Grillo ha certamente il problema di portare a casa un risultato su una questione che infuria come nessun’altra sul web e che, primo retropensiero, metterebbe in difficoltà Bersani e il suo rapporto con il Quirinale.
Il leader del Pd, invece, potrebbe guardare alla questione per affrontare e risolvere un problema che certo lo assilla ben più del Cavaliere: dare un colpo alle élite del Paese che si riconoscono in Monti, stabilendo anche per loro un bel mucchio di regole. Obiettivo cui, peraltro, potrebbe non essere indifferente al M5s.
Ma spieghiamoci meglio. Può darsi che Bersani e Grillo parlino di una legge severa sul conflitto d’interessi guardando (anche) all’esperienza del governo Monti, considerata da molti una parentesi negativa nella storia politica e istituzionale del Paese.
A dire il vero, salvo pochissime eccezioni (la Cancellieri e Barca in primo luogo), i ministri tecnici hanno avuto pagelle molto basse e sono rimasti parecchio al di sotto delle aspettative, mostrando i limiti evidenti delle élite amministrative e imprenditoriali. Una legge sul conflitto d’interessi non potrebbe non prendere in considerazione l’ultimo anno, e sia al centrosinistra che al M5s deve sembrare urgente ricondurre le classi dirigenti del Paese in circuiti d’influenza accettabili.
La salita al potere dei montiani è stato l’apogeo di una traiettoria che ha svilito, per carità spesse volte a ragione, la politica e la sua credibilità, ma che ha anche mostrato l’inadeguatezza di alcuni grand commis, pubblici e privati, a governare un Paese complesso e da modernizzare come l’Italia. Paradossalmente siamo la nazione europea che ha più bisogno di (buona) politica per rifondare il patto costituente tra i cittadini, ma anche la nazione che ha più duramente preso a sberle i politici e si è affidata a un rassemblement di tecnici: un suicidio che ha spianato la strada alla contestazione e al risentimento.
I sopravvissuti al ciclone Grillo lo hanno capito al volo e la questione del conflitto d’interessi è finita immediatamente tra le priorità del futuro governo: in piena luce si legge Berlusconi, ma in filigrana c’è scritto Monti e il suo dicastero.
Ad esempio è sotto gli occhi di tutti cosa sia successo con la storia dei marò e, forse, non dovrebbe ripetersi che un ex ambasciatore, come il ministro Terzi, si occupi della sorte di un altro ambasciatore finito in balìa della giustizia indiana. Per carità siamo tutti sereni e oggettivi, abbiamo tutti a cuore gli interessi supremi della Repubblica, ma le leggi sul conflitto d’interessi stanno lì a evitare le tentazioni.
In verità ci sono funzionari pubblici, uomini di partito, prefetti, generali, ambasciatori che fanno la spola tranquillamente da incarichi pubblici a prebende private o viceversa senza che nessuno fiati. Si dimettono e finiscono in Consigli d’amministrazione, comitati di controllo, collegi sindacali, uffici legislativi e di pubbliche relazioni o in assessorati, commissariati straordinari e cose del genere. Costoro hanno costituito una sorta di inner circle in cui si scambiano favori, incarichi, nomine, un circuito chiuso, molto più forte e impermeabile della vituperata casta dei partiti, che una legge sul conflitto d’interessi potrebbe intaccare. Qualcuno, con grande efficacia, l’ha paragonato alla Camera Stellata creata da Enrico VII Tudor, un blocco chiuso composto da oligarchie munite di privilegi feudali in cambio del servizio ai monarchi. Se non fosse che oggi in Italia i monarchi mordono la polvere e che i tecnici hanno provato a defenestrarli per sempre, mancando il bersaglio solo per l’inatteso successo del M5s che, a ben guardare, potrebbe addirittura aver salvato la politica in Italia da scorciatoie impervie e insicure, mettendo nuovamente al centro la vita parlamentare e non i salotti.
È probabile, quindi, che si porrà mano a questo problema, magari riprendendo la questione a partire dagli stipendi dei manager pubblici e privati e dai loro benefit, argomento che la gente non disdegna in tempi di crisi.
Le norme sulle incompatibilità delle élite pubbliche e private sono tutte da scrivere e hanno ormai molto a che vedere anche con l’incarico di primo ministro o di ministro o di parlamentare. Lì si annida un grumo di potere quasi intangibile che sopravvive a cambi di governo, di partito, di coalizione e che sembra paralizzare la vita repubblicana.
Ecco qui effettivamente ci vorrebbe una bella legge che metta in riga i tanti gattopardi e gli sciacalli della nazione; quanto al giaguaro, per chi ci tiene, vedrete ci sarà un’altra elezione per provare a smacchiarlo.